Lavoro nero e caporalato nel Fucino, Flai: «intervenire subito»

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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L'AQUILA. Celano, Borgo strada 11, il caporale di nazionalità marocchina, procura lavoro, per fare i solchi nei campi, a 3 euro l’ora, un euro l’ora è la sua percentuale per permettere a qualcuno di sfamarsi, forse.


Ma lavorano solo i clandestini, non i regolari. Perché loro sono più semplici da ricattare.
«Questo è quanto accade nel Fucino», racconta il segretario Flai L'Aquila Luigi Fiammata , «con la complicità di alcuni padroni italiani che sfruttano le persone grazie ad una ignobile legislazione italiana, che prevede il permesso di soggiorno se hai il lavoro, ma ti permette di avere un lavoro solo se hai il permesso di soggiorno. Il lavoro agricolo è un lavoro normalmente temporaneo, e si diventa clandestini subito, anche se si è in Italia regolarmente».
E' così che le imprese agricole pensano di competere sul mercato, domanda il sindacato?
Il Flai chiede di intervenire subito «perché è in atto una guerra vera, tra poveri. Tra migranti regolari che non vengono fatti lavorare e migranti clandestini che devono subire il ricatto, tra Lavoratori italiani disoccupati e imprese senza scrupoli che se ne fregano della qualità e della sicurezza sul lavoro».
Le organizzazioni sindacali Fai-Flai-Uila e tutte le associazioni imprenditoriali e agricole della provincia hanno sottoscritto l'8 febbraio scorso un primo Protocollo d'Intesa per lo Sviluppo del Settore Agroalimentare della Provincia de L'Aquila.
«Da allora, nonostante le richieste», continua Fiammata, «mai la regione Abruzzo ha ritenuto di dover convocare le Parti per discutere i contenuti di quella Intesa, e costruire quegli strumenti che sono necessari al contrasto del lavoro irregolare e alla crescita del Settore in Provincia.
Abbiamo segnalato alla Direzione Provinciale del Lavoro», continua il sindacalista, «la necessità di svolgere una efficace azione di contrasto e di controllo del Territorio, andando a indagare le cosiddette “cooperative senza terra” che violando le leggi fanno intermediazione abusiva di lavoro, e anche il fenomeno odioso del “caporalato etnico”, che rischia di sfuggire di mano e di creare pesanti infiltrazioni malavitose nel tessuto sociale del Fucino in particolare. Dovrebbe essere grande qui la responsabilità sociale delle imprese nel non cercare scorciatoie, ma purtroppo nonostante gli impegni assunti dalle Associazioni Agricole, troppo spesso accade il contrario».

13/05/2010 8.54