Marmellate amare: il crack della Coop Giulianese mette sul lastrico i soci

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

6820

Marmellate amare: il crack della Coop Giulianese mette sul lastrico i soci
IL CASO. GIULIANO TEATINO. E' la fregatura che non ti aspetti. Quella che ti arriva da una persona di tua fiducia e cioè il presidente della Cooperativa di cui sei socio. Capita a Giuliano Teatino, dove è saltata la Giulianese (la Cooperativa nota anche per le marmellate e la lavorazione della frutta).
Dove la Banca di Credito cooperativo locale, in questo caso la BCC Sangro Teatina, sta inviando ingiunzioni di pagamento e pignoramenti ai membri del Consiglio di amministrazione della Giulianese che hanno firmato le fidejussioni per gli scoperti bancari concessi alla loro società.
E pensare che la cooperativa era nata per sostenere i produttori locali di frutta.
In realtà la vicenda – stando ai documenti - si trascina da almeno un paio di anni e forse più.
Tutti in paese ne parlano per sentito dire ma il bubbone è esploso solo adesso: stanno infatti arrivando le prime raccomandate che chiedono ai fidejussori di garantire con i loro beni (case di abitazione e proprietà varie) il buco lasciato dalla Cooperativa, che intanto è stata posta in liquidazione coatta amministrativa.
Cioè è fallita, non c'è più.
E a Giuliano Teatino non se ne parla ufficialmente per una specie di pudore, perché la vicenda (che per alcuni produttori locali ha aspetti drammatici in quanto rischia di vanificare un'intera vita di lavoro) viene vissuta quasi come un fallimento collettivo dell'intero paese che aveva puntato sulla commercializzazione solidale della frutta prodotta in loco e non solo delle ciliegie.
Ora si scopre che Antonio Profeta, il vecchio presidente e l'anima della Giulianese da lui fondata circa 20 anni fa, si è spogliato di tutti i suoi beni vendendo negli ultimi anni le sue proprietà.
Il fatto che risulta nullatenente fa sospettare qualcuno che i buchi milionari nelle casse della cooperativa possano nascondere operazioni illecite che vanno dalla truffa all'evasione fiscale e dal falso in bilancio al falso materiale.
Sull'eventuale rilievo penale delle operazioni che hanno condotto la Giulianese al fallimento stanno indagando carabinieri e guardia di finanza che hanno ascoltato diversi soci e componenti del CdA ed hanno acquisito molta documentazione interessante per ricostruire tutta la storia e tutti i passaggi che hanno prodotto il profondo rosso dei conti.
Ma la storia è molto complessa e probabilmente nasconde connivenze e comparaggi locali che hanno consentito di arrivare a quest'uso disinvolto di finanziamenti e scoperti bancari.

TROPPI SOLDI DALLE BANCHE CHE ORA VOGLIONO RIFARSI SUI SOCI FIDEJUSSORI

Nel mirino degli inquirenti soprattutto le operazioni bancarie che ora hanno prodotto le ingiunzioni di pagamento ed i pignoramenti.
Tre almeno sono le banche coinvolte: l'Unicredit, la Bls e la BCC Sangro Teatina, la cui agenzia locale ha sui conti della Giulianese uno scoperto di 450 mila euro che ora chiede di ricoprire.
Proprio questa banca da più di un anno ha messo «in sofferenza» questa cifra e oggi chiede ai fidejussori di restituire in proprio i soldi a suo tempo anticipati.
Eppure il fido concesso inizialmente alla Giulianese era solo di 27 mila euro, poi aumentati progressivamente fino a 327 mila euro e recentemente – quando già si avvertiva puzza di bruciato – portato a ben 450 mila euro.
Il tutto senza garanzie reali, salvo le fidejussioni.
La Giulianese non ha infatti proprietà ed il capannone ed i macchinari sono stati presi in leasing, cioè in affitto.
Tutti sanno che per un normale, piccolo scoperto bancario (il classico fido di 5-10 mila euro) ogni istituto di credito richiede una marea di documenti, di firme, di 730 e 740 e invia continue comunicazioni sullo stato dei conti, sugli interessi, sul massimo scoperto e su eventuali sforamenti.
A Giuliano Teatino nulla.
O meglio: forse le comunicazioni arrivavano ma erano tenute nascoste ai membri del Cda che pure erano stati chiamati a garantire con i loro beni le operazioni spericolate dei vertici della cooperativa.
Come nascoste erano tenute le assemblee dove si approvavano i bilanci, dove avvenivano i cambiamenti del Consiglio di amministrazione e dove si prendevano le decisioni che hanno portato al crak.
Perché tutto nasce proprio dalla denuncia di uno dei consiglieri, all'epoca vice presidente della Giulianese, che circa due anni fa inoltrò una richiesta di chiarimenti sul Bilancio, chiedendo i verbali dell'assemblea.
Il sospetto gli era venuto dopo aver consultato una visura della Camera di commercio di Chieti.
«Caro presidente Antonio Profeta - chiese allora Antonio Di Cintio - leggo su questo documento che è stato approvato il bilancio 2007. Io ed altri membri del CdA non ne abbiamo saputo niente. Ci fai leggere il verbale?»
Ed ancora: «a fine anno c'è stata l'assemblea dei soci. Anche questo ci è ignoto».
«Poi sono state rinnovate le cariche sociali e noi vecchi membri del CdA non lo abbiamo saputo: ci spieghi che è successo?».
Naturalmente non ci furono risposte, ma queste “stranezze” sono arrivate al Ministero delle attività produttive, sezione cooperazione, e dopo un'indagine è stata disposta la liquidazione coatta amministrativa della Giulianese.
Di qui forse la paura delle banche di perdere definitivamente i soldi anticipati ed il tentativo di rifarsi sui soci che hanno garantito.

Sebastiano Calella 08/05/2010 10.04

CASA GIULIA NON C'ENTRA

Ci scusiamo con gli interessati ma da verifiche effettuate la marmalletta Casa Giulia prima citata non ha alcun legame con le vicende raccontate nell'articolo.

a.b. 08/05/2010 18.08

CONDIVIDI GLI ARTICOLI DI PDN SU FACEBOOK