L'avvocato Ciprietti: «Angelini non è la causa del fallimento di Villa Pini»

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione Pdn

Letture:

12985

L'avvocato Ciprietti: «Angelini non è la causa del fallimento di Villa Pini»
L'ARRESTO DI ANGELINI. CHIETI. L’arresto di Vincenzo Angelini potrebbe segnare davvero un punto di svolta sia per le inchieste sulla sanità sia per la politica e la vita di questa regione. Tutto sta nel capire che direzione si prenderà. * ANGELINI: «MA QUALE DISTRAZIONE DI FONDI...»
Perché se c'è un fatto incontestabile è quello dei segreti che l'ex titolare del gruppo Villa Pini custodisce. Una parte sono già stati svelati dalle inchieste sulle tangenti nella sanità negli anni '90 finite con la prescrizione, e da quelle dell'ultimo decennio.
E' un fatto anche che Vincenzo Angelini abbia sempre ricordato a tratti e a fatica. Spesso si è visto costretto a parlare quando è stato messo davanti all'evidenza dei fatti scoperti dalla Procura di Pescara.
Messo alle strette Angelini parlerà e si libererà di tutto quanto ancora sa e non ha detto?
«Se ha ancora cose da dire mi auguro che parli», risponde il suo avvocato Sabatino Ciprietti, l'uomo che lo ha seguito per mesi mentre in gran segreto si recava dai magistrati Trifuoggi, Bellelli e Di Florio per raccontare le presunte tangenti a Del Turco, le cartolarizzaioni e solo alla fine le maxitangenti a Forza Italia, al manager della Asl Luigi Conga e all'onorevole azzurro Sabatino Aracu.
Su altri fronti, invece, c'è ancora ombra ed aleggiano sospetti e voci.
Intanto non e' stato ancora fissato l'interrogatorio di garanzia che potrebbe tenersi entro nove giorni.
Angelini e' accusato di bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale aggravata dal falso in bilancio: accuse riferibili alla clinica "Villa Pini" s.r.l., fallita il 17 febbraio scorso.
L'ordinanza di custodia cautelare riprende quasi in fotocopia quanto emerso e stabilito dal Tribunale fallimentare e cioè l'enorme flusso di denaro già emerso nell'inchiesta Sanitopoli fuoriuscito dai bilanci delle società e non certificati, dunque in nero.
Secondo la Finanza di Chieti, che ha indagato per mesi, c'era la metodica sistematicità di distrarre anche cifre enormi che poi sarebbero state calcolate con certezza in circa 95 milioni di euro. Ma altri milioni potrebbe essere stati distratti, anche se non ci sarebbero prove solide per sostenere una accusa in giudizio.
La procura, impenetrabile, sembra proseguire a testa bassa nell'intento di capire dove siano finiti questi milioni di euro.
Già, perché il sequestro operato dei beni, tra cui quadri di grande valore, ammonta a ''soli'' 10 milioni di euro.
Mancano all'appello 85 milioni che potrebbero tornare utili alle casse delle cliniche e dunque ai dipendenti.
Ma non è cosa facile rintracciare ed eventualmente sequestrare altre proprietà riferibili ad Angelini.

IL DIFENSORE:«RAGIONI CAUTELARI DEBOLI»

Si apre dunque una nuova battaglia giudiziaria per Angelini che dovrà difendersi da queste nuove accuse (anche in Sanitopoli è indagato anche se non ha mai subito restrizioni della libertà).
Il suo difensore però parla chiaro e sembra seguire una logica precisa.
«L'ipotesi accusatoria è quella della bancarotta iniziata negli anni intorno al 2005», spiega Ciprietti, «ora mi pare abbastanza debole giustificare gli arresti domiciliari con la possibilità di inquinamento delle prove, ancor meno per la reiterazione del reato. Non dimentichiamoci che c'è un curatore fallimentare e che Angelini non ha più titoli né possibilità di decidere alcunchè nell'ambito di Villa Pini. Si potrebbe ipotizzare un margine di manovra per le altre cliniche del gruppo, ma nella situazione che si è venuta a creare negli ultimi mesi mi pare difficilmente ipotizzabile».
Insomma le esigenze cautelari oggi come oggi –per il difensore- sarebbero una sorta di forzatura anche perché il vero problema per la difesa è spostare l'attenzione su un altro particolare che sarebbe il vero fulcro di tutta questa vicenda intricatissima: perché Angelini è fallito?
«Sia chiaro che Angelini non è certo fallito perché ha distratto 100 milioni di euro», sostiene Ciprietti, «anzi è lo stesso fallimento che ha fatto emergere la distrazione così come accade in tutte le ditte, qui lo si è scoperto proprio perché vi è stato il fallimento. La vera domanda è: perché è fallito? Conti alla mano – e questo è abbastanza agevole provarlo- pur ipotizzando che Angelini non avesse distratto quelle cifre, Villa Pini sarebbe fallita lo stesso. Dunque la causa non è la distrazione di ingenti somme. Siamo sicuri che non vi sia una volontà politica chiara dietro il fallimento?».
Per semplificare, Angelini ha sempre raccontato che già dai tempi di Del Turco lo «stavano strozzando», nel senso che la pressione delle richieste di tangenti era sempre più forte e nel frattempo anche l'inchiesta di Pescara ha accertato che la Regione emanava provvedimenti sfavorevoli a Villa Pini per “ammorbidire” il suo titolare.
In sostanza il taglio di posti letto ha colpito Angelini in maniera maggiore rispetto ai concorrenti.
Inoltre le Asl hanno interrotto i pagamenti dal 2007 poiché la cifra dovuta era viziata (rimborsi in parte non dovuti) e così il gruppo ha iniziato a lavorare senza più ottenere i rimborsi della Regione. Contemporaneamente alcune sentenze del Tar hanno dato ragione alle cliniche censurando la Regione sotto diversi aspetti e attaccando fortemente la legge 26 che stabilisce i rapporti con le cliniche e la ripartizione dei budget.
Le cliniche, e dunque anche Villa Pini, negli ultimi mesi hanno fortemente criticato il modus operandi della Regione proprio riguardo ai budget e ai rimborsi extra budget.
Insomma un braccio di ferro che ha generato una serie di conseguenze tra le quali i mancati pagamenti degli stipendi da oltre un anno ed il fallimento.
Dal punto di vita amministrativo (cosa che lamenta anche Angelini) non si è notata quella discontinuità di metodo della Regione nell'era Chiodi.
Perché? E' questa la domanda delle domande.
«Se la curatela», ha concluso Ciprietti, «facesse oggi i conti si accorgerebbe che i crediti che Villa Pini vanta sono enormi. Uscirebbero tanti di quei soldi che avrebbero evitato con estrema certezza lo stesso fallimento».
Ora ci si domanda cosa potrebbe cambiare nell'inchiesta pescarese che coinvolge l'ex governatore Ottaviano Del Turco. Secondo l'avvocato del grande accusatore si tratterebbe di due vicende diverse e distinte e non vi sarebbe alcun tipo di interferenza.
Resta però il fatto che le sue testimonianze potrebbero essere messe in crisi dal pool di difensori del processo Sanitopoli che a maggio si aprirà con l'udienza preliminare.

a.b. 29/04/10 7.49

[pagebreak]

ANGELINI CONTRATTACCA: «NESSUNA DISTRAZIONE DI FONDI»


FRANCAVILLA AL MARE. «Ma quale distrazione di fondi....»: è questo l'unico commento che filtra da Francavilla al mare, dove Enzo Angelini è agli arresti domiciliari nella sua abitazione sul lungomare. E viene naturalmente dai suoi familiari che a 36 ore dal provvedimento notificato dalla GdF stanno valutando con il loro legale l'opportunità di affidare ad un comunicato stampa le reazioni uffciali del Gruppo.
Dal canto suo sembra che Enzo Angelini stia riflettendo per passare al contrattacco, visto che non da oggi ha gridato al complotto della cupola politica bipartisan che lo avrebbe scaricato quando non ha retto al peso delle tangenti sempre più grandi che gli venivano chieste.
Perché la colpa di Angelini potrebbe essere stata la sua vocazione “ecumenica”: si può dire che quasi tutti i candidati e quindi anche tutti gli eletti (dai Comuni in su) sono passati per Villa Pini o come frati cercatori o come pescatori di voti.
Il gran cerimoniere era Angelini stesso, che riceveva tutti cordialmente tra le volute di fumo del suo sigaro e che poi decideva in solitudine a chi erogare un contributo, a chi assicurare l'elezione, a chi indirizzare pacchetti di voti attraverso i suoi collaboratori più fidati, quelli che il personale ce l'avevano in mano per una serie di motivi ben noti agli addetti ai lavori.
E' normale che oggi la reazione agli arresti sia di stupore: un “benefattore” non dovrebbe rischiare molto, insomma non se lo aspetterebbe se la Magistratura fosse sensibile a queste valutazioni.
Il che non è. Perché gli opposti tifosi del “rito pescarese” o di quello “teatino” dovrebbero ricordare che anche Nicola Trifuoggi all'epoca chiese l'arresto di Angelini, poi non concesso dal Gip.
Ma le somiglianze finiscono qui, perché a Pescara ci fu un'affollata conferenza stampa per chiarire i motivi del blitz che aveva decapitato la Regione.
C'erano non solo decine e decine di giornalisti, ma anche i tre magistrati del pool, i vertici della Gdf ed altri esponenti delle Forze dell'Ordine.
Sicuramente questo a Chieti non è avvenuto per la carenza cronica di spazi, anche se il Procuratore Pietro Mennini ha ottenuto gli arresti domiciliari, dopo un mese di riflessione da parte del Gip.
La richiesta delle misure cautelari pare infatti risalire al 26 marzo scorso.
E pur trattandosi di una vicenda che ha un'indubbia valenza sociale, le motivazioni sono note solo per sommi capi e attraverso le repliche degli interessati.

«LE SOCIETÀ DEL GRUPPO SI AIUTAVANO NEI MOMENTI DI BISOGNO»

Quello che infatti non è stato digerito dalla famiglia Angelini è che più volte in passato sono stati richiesti gli arresti, senza ottenerli e invece stavolta sono scattati proprio il giorno dell'udienza fallimentare, dove era stata presentata la richiesta di concordato preventivo.
E le tre ipotesi canoniche per concedere gli arresti (pericolo di fuga, reiterazione del reato e inquinamento delle prove) per i congiunti sembrano lontane dalla realtà.
Sicuramente c'è dell'altro, cioè la dimostrazione attraverso le indagini della Gdf che i 95 milioni scomparsi sono spariti per davvero.
Cosa che la famiglia contesta, appellandosi ad una prassi consolidata e condivisa anche dalla Regione.
Secondo il Gruppo Angelini, infatti i soldi entravano in una società e venivano usati anche per le altre: quando a giugno scorso la Regione erogò 20 milioni di euro a Villa Pini per pagare tutti i dipendenti, furono pagati anche quelli di San Stefar e quando San Stefar ottenne altri soldi, questi furono utilizzati anche per Villa Pini.
Insomma da una parte si contesta questo passaggio di denaro, dall'altro di fatto viene tollerato ed anzi incentivato.
Però forse è proprio questo il punto debole della “difesa” dell'arrestato perché Procura e Gdf contestano ad Angelini l'uso disinvolto e non corretto dei fondi di ciascuna società, il che avrebbe consentito operazioni non regolari sui bilanci e qualche spericolatezza contabile e finanziaria, con probabili annessi reati di natura fiscale.
E in effetti anche gli osservatori superficiali rimangono perplessi di fronte alle cifre milionarie che vanno e che vengono.

«L'ARRESTO DOPO IL CONCORDATO»

Una volta i soldi ci sono, un'altra no, un'altra ancora sono insufficienti rispetto alla montagna di debiti.
E questo è il problema che si è presentato ai giudici fallimentari ed agli avvocati dei creditori che hanno analizzato in udienza la richiesta di concordato: la sorpresa è stata che i creditori privilegiati (cioè i dipendenti di San Stefar) – secondo Angelini – potevano essere pagati al 100%, molto meno sarebbero stati pagati i crediti chirografari e non tutti i dipendenti – dicono dal Gruppo - che hanno avanzato richiesta di fallimento ne avevano titolo o comunque non ne avevano per tutte le somme richieste.
Di qui la necessità per i giudici di approfondire la richiesta. E l'assoluto stupore per l'arresto nel momento del concordato, quasi che la Procura volesse gettare sul tavolo tutte le sue carte. Ma c'è un altro fronte che Angelini vuole aprire ed è la presunta incostituzionalità della legge che gli ha sospeso gli accreditamenti. Non c'entra nulla con la vicenda del Tar L'Aquila, perché l'eccezione è stata sollevata in giudizio dall'avvocato Sabatino Ciprietti.
Però questa è una strada lunga, come dimostra l'analoga eccezione di incostituzionalità sulla legge 6 del 2007, quella che tagliava i posti letto alle cliniche. Se ne discuterà infatti il 7 luglio prossimo, a tre anni dalla legge.
Ma il tempo gioca contro Enzo Angelini: deve dimostrare subito che ha detto il vero denunciando le tangenti bipartisan e deve chiarire la sua posizione sui bilanci di Villa Pini per essere più credibile in generale. Altrimenti non sembra un'operazione vincente vestire i panni della vittima di fronte alla Regione, ai colleghi dell'Aiop, alle banche, ai magistrati, alla Commissione del Senato, alla GdF, ai dipendenti e a tutto l'universo mondo. Però fino ad oggi abbiamo assistito ad una guerra di posizione o ad una partita a scacchi: mosse, contromosse, sbarramenti di qua o di là, trincee scavate dietro fitti reticolati. A quando la guerra di movimento?

LA CGIL NAZIONALE

Si muove la Cgil nazionale per l'arresto di Enzo Angelini e chiede l'intervento immediato della Regione.
Secondo la Fp-Cgil «è in atto il tentativo di demolire il servizio sanitario pubblico attraverso la violazione delle regole (dei contratti di lavoro, delle procedure di accreditamento, delle convenzioni, degli appalti), scaricando sugli operatori e sui cittadini le nefaste conseguenze. Il ruolo del servizio pubblico in campo sanitario, in termini di programmazione, gestione, erogazione dei servizi è fondamentale e di garanzia per il livello qualitativo e quantitativo dei servizi offerti, e delle condizioni in cui gli operatori sanitari prestano la loro attività professionale».
Per questo la Cgil continua a «denunciare e combattere i fenomeni corruttivi e concussivi in sanità ed è, nel caso specifico, al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori di “Villa Pini” e dei cittadini abruzzesi».
Diventa fondamentale a questo punto, sostengono Fabrizio Fratini (Fp nazionale) e Carmine Ranieri (Fp regionale) «che la Regione Abruzzo si occupi immediatamente delle “macerie” che questa vicenda lascia sul campo: le conseguenze negative sui livelli essenziali di assistenza per i cittadini abruzzesi e la perdita di 1.500 posti di lavoro altamente professionalizzati».

Sebastiano Calella 29/04/10 7.48