«Voti della giunta di Penne in cambio di posti di lavoro»

Alessandro Biancardi

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«Voti della giunta di Penne in cambio di posti di lavoro»
INCHIESTA VESTINA. PENNE. E’ attesa per domani la decisione del gip Maria Michela Di Fine, sulla eventuale scarcerazione degli indagati nell’operazione Vestina che ieri si sono presentati al tribunale di Pescara per chiedere la loro scarcerazione. (Foto Sebastiano Calella) * IL DIFENSORE DI MAZZETTI:«DETTE TROPPE IMPRECISIONI»
Ha deciso, invece, di non parlare il sindaco di Farindola, Antonello De Vico, che ha escluso categoricamente di potersi dimettere da primo cittadino ed ha preannunciato di abbandonare la propria carica di consigliere nella comunità montana Vestina.
Rimane indagato anche il primo cittadino di Penne, Ezio Di Marcoberardino, che ha subito solo perquisizioni e per questo anche la documentazione sequestrata nella sua disponibilità è al momento al vaglio degli inquirenti.
La complessa indagine durata più di due anni avrebbe accertato una congerie di «violazioni gravissime» che vanno dal peculato, alla concussione, alla corruzione, abuso d'ufficio e falsità ideologica, truffa. Reati che avevano come propria base gli enti pubblici assediati e lottizzati, piegati ai voleri del politico.
Secondo quanto emerso finora dalle indagini, secondo la procura, Di Marcoberardino, Giancaterino e De Vico, apparterrebbero ad un livello importante della politica locale e sarebbero i principali rappresentanti «di un modo distorto di praticarla che avrebbe come unico scopo la perpetuazione del potere personale».
Infatti, dalle intercettazioni emergono chiaramente le diverse volontà di sistemare i propri uomini nelle imprese private per creare un indotto di consenso e piazzare le persone giuste al proprio posto come soldatini pronti ad eseguire gli ordini del superiore.
«La gestione dei posti di lavoro diviene una concessione ed una spendita di potere personale essendo rimessa alla volontà del potente (amministratore)», dice la Procura.
Lo schema che si realizza più volte e che avrebbe permesso un forte radicamento sul territorio dei personaggi indagati è quello già consolidato e scoperchiato più volte.
Grazie al potere amministrativo che deriva dall'esercizio di pubbliche funzioni di amministratore gli eletti impongono la loro volontà all'impresa: si realizzerebbe così uno scambio corruttivo che prevede l'assegnazione di appalti in cambio di assunzioni.
«Una volta controllata l'impresa, i politici», si legge nelle carte dell'inchiesta, «riescono a controllare meticolosamente le assunzioni sul territorio e controllando le assunzioni legano a sé la volontà degli elettori conquistando bacini di voti», il tutto facendo leva su uno stato di necessità e bisogno in cui versano i cittadini.
«De Vico», scrive il pm Gennaro Varone, «spende più il potere politico che ha all'interno del Pd che quello di pubblico amministratore e controlla come un comandante può disporre di un suo soldato Franco Mezzanotte, presidente del consiglio d'amministrazione dell'istituzione Vestina per i servizi sociali. Attraverso tale nomina fiduciaria anche l'azione del direttore Arturo Brindisi (non o per la sua propensione ad assecondare per profitto personale e carrierismo, le volontà illecite dei politici locali)».
Molte pagine dell'ordinanza di custodia cautelare sono proprio impiegate a descrivere il sistema che schiaccerebbe pesantemente la democrazia: attraverso il clientelismo spinto i politici locali acquisiscono potere e voti; attraverso l'imposizione (a volte anche lecita, di dirigenti e personale tecnico negli enti) si garantiscono gli atti pubblici favorevoli e spesso contrari alla legge.

LOCAZIONE DEL MERCATO COPERTO DI PENNE: BUONA LA SECONDA

Il caso della gara per la locazione del fabbricato destinato a mercato coperto sarebbe un esempio eclatante di come la giunta comunale di Penne avesse in qualche modo già le idee chiare su chi doveva vincere l'appalto.
Il 23 novembre 2006 la giunta dà mandato all'ufficio tecnico per indire la gara con un prezzo a base d'asta di 127.804,30 euro per un tempo non inferiore a 12 anni. Il dirigente incaricato, Piero Antonacci, pubblicava così il bando seguendo le indicazioni della giunta.
L'unica offerta pervenuta è quella della ditta B.A. Dieci srl. L'offerta però non viene giudicata congrua poiché il canone annuo veniva moltiplicato per 12 (1.533.651,6 euro) ma spalmato in 18 anni, così da generare una locazione di circa 80mila euro all'anno. La gara viene annullata.
Poche settimane dopo l'11 gennaio 2007 la giunta delibera la ripresa di una nuova gara. Il dirigente in questa volta dopo aver indicato nel bando pubblicato sull'albo pretorio che il prezzo base d'asta era stabilito in € 127.804 all'anno specificava in grassetto «di sua iniziativa», sostengono gli inquirenti, che «l'importo fisso ed invariabile della presente procedura concorsuale è stato pertanto, fissato in euro 1.533.651,6».
Secondo la procura, dunque, questa annotazione estemporanea che pone un limite invalicabile al di sotto del quale non si può scendere oltreché essere «stravagante» avrebbe permesso di blindare l'offerta della ditta che doveva vincere poiché i ribassi… non erano ammessi.
La giunta dunque il 3 ottobre del 2007 approva lo schema di contratto di locazione alla ditta B.A. Dieci srl e, nota ancora la procura, lo stesso contratto contiene anche un appalto nascosto che prevede la realizzazione di una struttura prefabbricata per un prezzo ulteriore di circa 34mila euro.
«E' assolutamente chiaro», sostiene dunque l'accusa, «che il bando era confezionato su misura dell'offerta della ditta la quale aveva già presentato la stessa offerta non giudicata congrua ma vince comunque senza apporvi modifiche».

PERCHE' LE STRANEZZE DEL BANDO?

A queste incongruenze formali e documentali la procura è riuscita a dare un senso attraverso le conversazioni telefoniche.
L'assessore Di Norscia, per esempio, in molte conversazioni si mostra a conoscenza dei retroscena della vicenda e in più occasioni afferma che essa «sarebbe stata seguita direttamente dall'assessore alle finanze di Penne Evangelista Giuliano» il quale, sempre secondo l'accusa, avrebbe imposto il subappalto di opere a due ditte a lui vicine per sdebitarsi dei favori ottenuti in campagna elettorale.
Gli interessi dietro la gara e la vittoria annunciata sono spesso argomento di altre conversazione telefoniche anche dell'assessore Alberto Giancaterino e Guglielmo Di Paolo.
Gli amministratori locali di Penne, sarebbe l'interpretazione della procura, «avrebbero stretto un patto preciso con l'amministratore della ditta favorita, Vittorio Di Carlo», e cioè quello di far vincere l'appalto in cambio della possibilità di «gestire le assunzioni presso il Conad per un ritorno politico personale o di altri esponenti del partito».
«I voti dei membri della giunta sono stati acquisiti, dunque, dietro promessa di disponibilità di una quota dei nuovi posti di lavoro», scrive la procura, «promessa, poi, non mantenuta dal sindaco poiché lo stesso Di Norscia (già Psi) lamenta la sua ingenuità per aver votato quella “merda” ( persino contro il consiglio di Rocco, Petrucci Petrucci)».
Secondo la procura «quella merda» sarebbero le delibere di giunta relative all'appalto truccato.
Le intercettazioni ambientali poi svelano un rapporto privilegiato tra Di Carlo ed il sindaco Di Marcoberardino che farebbe anche un vero e proprio elenco di persone da far assumere e ricorda più volte all'imprenditore che «le promesse che vanno mantenute».
Come vanno interpretate poi le parole dell'assessore Di Norscia quando dice:«Giuliano Evangelista (assessore) con il mercato coperto ha fatto le zozzità… 300.000 euro ha dato alla Conad… la Conad si è scelta i progettisti… abbiamo dovuto votare pure una variazione di bilancio per dargli € 30.000 in più (quelli relativi alla costruzione del fabbricato ndr), perché non gli bastavano i soldi a questi, capito?... Giuliano l'ha dato… hanno fatto una riunione dentro l'ufficio di Piero (Antonacci, dirigente ndr), hanno fatto una riunione, lo ha dato a Romanelli (Socio della ditta che ha ricevuto subappalto ndr) per pagargli la cambiale…».
27/04/2010 15.27

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IL DIFENSORE DI MAZZETTI:«DETTE TROPPE IMPRECISIONI»


AREZZO. Tra gli indagati dell'operazione Vestina figura anche Daniele Mazzetti della cooperativa Agorà.
Secondo il suo difensore, avvocato Luca Fanfani, però la procura avrebbe commesso alcuni errori e imprecisioni che «vanno puntualizzate».
«In merito alle accuse rivolte a Mazzetti», spiega l'avvocato, «le stesse sono assolutamente destituite di fondamento. Intanto non è mai stato amministratore di Agorà; all'epoca dei fatti era dipendente con la qualifica di responsabile delle risorse umane, per cui non aveva come tale titolo alcuno per esprimere volontà giuridica o per impegnare la cooperativa Agorà. Come responsabile delle risorse umane era ovviamente colui che gestiva i rapporti con il personale. Mazzetti non aveva all'epoca e non ha attualmente alcun potere di rappresentanza della società né poteva impegnarsi per conto della stessa, né poteva sottoscrivere sponsorizzazioni».
L'Azienda spiega inoltre che «le sponsorizzazioni sono state deliberate nell'ambito di un programma di pubblicizzazione della propria attività, che ricomprende numerose sponsorizzazioni nell'intero territorio italiano, così come quotidianamente fanno moltissime altre aziende. In particolare, la sponsorizzazione al “Penne calcio” è avvenuta in modo assolutamente regolare, essendo sostenuta da regolare contratto, fatture e bonifici; l'Agorà ha avuto in corrispettivo di figurare quale Sponsor ufficiale nelle magliette e nella cartellonistica pubblicitaria presente allo Stadio».
Tra i fatti contestati dalla procura c'è, tra gli altri, anche la sponsorizzazione citata che però sarebbe stata “caldamente consigliata” dal sindaco come contropartita –secondo la procura- e giudicata comunque una «utilità» al pari di una tangente.
Agorà inoltre precisa di aver avuto una perfetta contabilità anche nella rendicontazione dei finanziamenti ai partiti politici.
«Per quanto riguarda, inoltre, la gara indetta nell'estate del 2008 per la gestione dei servizi sociali della Comunità Montana Vestina, che si contesta aver vinto a seguito di asta precostituita», conclude l'avvocato Fanfani, «si precisa che la cooperativa Agorà, a seguito di precedente gara, aveva già da molti anni la gestione dei servizi sociali di tale Comunità Montana, con ampia soddisfazione dei lavoratori e della popolazione. Si è trattato, quindi, di semplice gara per il rinnovo di un appalto già in essere che, peraltro, si è svolta alla presenza di più ditte partecipanti».

27/04/2010 15.36