Di Giovacchino: «De Vico e D'Alfonso non sono malfattori»

Alessandro Biancardi

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PICCIANO. «No, non sono dei malfattori. Non può essere così». A scrivere è Nicola Di Giovacchino ingegnere e amministratore di una piccola società di costruzioni prefabbricate in Picciano. * CODICI: «SISTEMI FEUDALI E DEMOCRAZIA VIZIATA: SUDDITI AL POSTO DEI CITTADINI»
Ha scritto una lettera dopo l'arresto del sindaco di Farindola, Antonio Di Vico, e si dice certo che ci sia stato un errore. Fino ad una sentenza definitiva l'ingegnere non ammette che gli indagati vengano «linciati» dalla stampa e si chiede se «la classe dei giudici, non sia oramai peggiore della classe politica, le uniche due che godono dell'impunità».
Perchè Di Giovacchino a tutto quello che ha letto sui giornali proprio non riesce a credere.
«Ho conosciuto Antonello De Vico da ragazzo, ma la nostra frequentazione politica risale al periodo successivo a tangentopoli», ricorda, «quando con la crisi della DC noi giovani simpatizzanti di quell'area politica ci ritrovammo controcorrente a cercare di immaginarci un nuovo impegno pubblico compatibile con i nostri valori cristiani».
Nel suo gruppo c'erano Luciano D'Alfonso («il più bravo fra noi»), Guido Dezio, Tiziano La Rovere (segretario giovanile), Antonello De Vico ed alcuni altri. «Non eravamo molti», ricorda ma «posso dirlo con assoluta serenità e senza timore di smentita che questo gruppo di giovani rappresentavano un concentrato altissimo di valori, sia politici che morali».
Poi Di Giovacchino lasciò la politica abbastanza presto «per incapacità e per occuparmi di lavoro» ma è rimasto negli anni «legato ad Antonello ed agli altri e mai e poi mai ho avuto modo di vedere un loro comportamento, nell'esercizio delle funzioni amministrative, al di fuori di quei valori che ci avevano guidato agli inizi degli anni novanta».

UN PUNTO D'ONORE NELLA VITA PRIVATA»

«Il ricordo di quegli anni fecondi intellettualmente», ricorda ancora Di Giovacchino, «la loro amicizia, il loro insegnamento sono stati per me un punto di onore nella vita privata e professionale. Sulla loro onestà io metto ambedue le mani sul fuoco. Ma non scrivo per fare una loro difesa, a questo ci dovrà pensare la giustizia nella quale io continuo ancora, con difficoltà ad avere fiducia. Il punto è un altro».
Leggendo le cronache attuali, continua, «sembrerebbe che quelle persone, quegli amici fraterni che più mi hanno influenzato intellettualmente nel corso degli anni, siano stati degli affaristi, dediti al saccheggio dei beni pubblici, all'uso disinvolto del potere, degli autentici malfattori, degni di finire in carcere e rimanerci. No egregio direttore, non può essere così. Ho vissuto le vicende umane di queste persone, gli attacchi mediatici, il tam tam dei sospetti, le perquisizioni, le intercettazioni, gli arresti annunciati giorno per giorno, il loro sgomento, quello delle mogli, dei figli, dei parenti, delle loro comunità. Ho vissuto la loro voglia di andare avanti, solo per amore della Politica, nonostante i prezzi altissimi da pagare, sapendo a quali rischi andavano incontro».

«GIUDICI PEGGIO DELLA CLASSE POLITICA»

«Nessuno di loro è certamente un malfattore», assicura Di Giovacchino, «nessuno di loro sarebbe mai scappato o avrebbe usato metodi mafiosi per inquinare prove, nessuno di loro merita la presunzione di colpevolezza. Però la realtà che vivo mi da la percezione che la società, oramai ha la tentazione di giudicarli male, e di questo il sistema giudiziario e quello mediatico hanno la maggiore colpa. Così non si fa nessun servizio alla giustizia ne al paese. Le persone oneste che non hanno la forza di andare avanti o di sporcarsi le mani come lo hanno avuto i miei amici lasceranno la politica a persone sempre più spregiudicate».
«Non c'è una sola sentenza nei confronti di queste persone», continua l'ingegnere, «non si sa quando mai ci sarà, io sono certo che dopo tanti anni saranno sentenze di piena assoluzione, ma intanto gli arresti preventivi, il protagonismo di giudici e giornalisti avranno fatto il danno. Da persona con valori di “Sinistra” ripenso al meraviglioso film “Porte aperte” di Gianni Amelio e mi chiedo dove sono oggi quei giudici e se la classe giudiziaria nel nostro paese, tranne straordinarie eccezioni, non sia oramai peggiore della classe politica, le uniche due che godono dell'impunità».
26/04/2010 8.12




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CODICI: «SISTEMI FEUDALI E DEMOCRAZIA VIZIATA: SUDDITI AL POSTO DEI CITTADINI»

FARINDOLA. Farindola è un paese straziato, addolorato, in lutto. L'arresto del sindaco ha lasciato i cittadini increduli. Nonostante in molti conoscessero il «marcio», nessuno mai ha osato denunciare.
Un paese avvolto da un «sistema omertoso» che il segretario provinciale dell'associazione Codici, Domenico Pettinari, ha toccato con mano operando a Farindola da anni. L'associazione da alcuni mesi ha aperto una propria sede in paese, raccogliendo intorno a sé una trentina di iscritti che non hanno vita facile.
Chi tenta di denunciare, di scrivere, di ribellarsi al potente di turno viene emarginato.
Tenuto a debita distanza.
Nessuna minaccia esplicita, basta fare terra bruciata intorno.
Non bisogna nemmeno farsi vedere a fare una passeggiata con qualcuno che ha osato tanto.
Si arriva a togliergli anche il saluto.
«Oggi (venerdì, per chi legge) sono tornato a Farindola e le persone che mi conoscono non mi hanno nemmeno salutato», racconta Pettinari, «perché Codici, unico avamposto di legalità senza alcun legame politico, è stato attivo in questi mesi denunciando presunte irregolarità».
Ma per il primo cittadino Antonello De Vico in forte contrasto con codici ha detto più volte che le denunce dell'associazione «rovinavano l'immagine di Farindola» e quindi per niente gradito.
Lo scontro è diventato più fitto nelle ultime settimane quando De Vico fece addirittura affiggere in paese una serie di manifesti denunciando un comportamento «immaturo e contraddittorio» del segretario Pettinari.

«IL SISTEMA OMERTOSO»

Non è difficile capire le logiche di quel -come lo chiama Pettinari- «sistema feudale».
«L'amministratore locale è visto come il feudatario», racconta, «quando un cittadino si reca in Comune per chiedere una concessione edilizia, un atto, un documento crede che stia ricevendo un favore e non un diritto sacrosanto».
Di conseguenza la gente sente di doversi «ingraziare» gli amministratori.
Prima regola: non dare fastidio e non denunciare.
Un atteggiamento che premierebbe anche da altri punti di vista come per esempio l'ottenimento di un posto di lavoro nelle strutture amministrative e non.
«E' il potere che fa lavorare la gente», stigmatizza Pettinari, «ma le persone spesso non conoscono a pieno i loro diritti per cui spesso mi capita di vedere dei sudditi piuttosto che dei cittadini».
Diritti come la trasparenza per esempio sono più che negati inapplicati proprio perché alcuni sconoscono che la legge impone agli amministratori di essere trasparenti, che non esistono atti segreti del Comune e che sindaco e assessori non possono fare quello che gli pare perché il Comune non è roba loro.
Si capisce dunque lo sconcerto in paese di alcuni che vedono l'azione della associazione come “sfrontata” nei confronti del potere costituito, quasi un oltraggio.
Le confessioni, poche, raccolte nella discrezione più assoluta però farebbero pensare ad un sistema viziato. «Nessuno è disposto a denunciare, nonostante la nostra più assoluta disponibilità», ha spiegato Pettinari

FARINDOLA, UN PAESE IN LUTTO

Una paura che oggi si è trasformata in dolore.
All'indomani dell'arresto, a Farindola, è il giorno del mercato.
Un'occasione per parlare di quanto accaduto. Ma lo si fa in silenzio, in piccoli gruppi in piazza. Il clima è da funerale: facce tristi, meste, preoccupate per la perdita del sindaco e medico condotto del paese.
C'è qualcuno che tra le bancarelle alza la voce gridando «non è vero niente, non è vero niente» riferendosi alle accuse mosse dalla Procura di Pescara. Per ora non ci sono state ancora dimostrazioni palesi (come è nell'usanza negli ultimi tempi), ma si sente che la gente è con il sindaco.
Solidarietà incondizionata.
Non da tutti, si intende. C'è anche qualcuno che vede nell'arresto «una boccata di legalità».

Manuela Rosa 26/04/2010 8.11