Mare-Monti: così si è comportata la politica sull’incompiuta

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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Mare-Monti: così si è comportata la politica sull’incompiuta
PESCARA. Ora, in seguito all’arresto del progettista della Mare-Monti Carlo Strassil, tutti ne parlano. Qualcuno grida allo scandalo. Ma prima? Cosa ha fatto la politica? O meglio, cosa si sono limitati a dire e a non dire i politici?
L'inchiesta va vanti e vede una decina di indagati tra i quali esponenti della famiglia Toto, proprietari della omonima ditta di famiglia, e l'ex sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso.
Il misurato clamore registrato dopo gli arresti che hanno riguardato una storica incompiuta ha generato timide reazioni della politica.
Per capire però come è stato possibile arrivare a questo punto abbiamo spulciato le trascrizioni di alcuni consigli provinciali.
Tutti si sono dati da fare chi a favore, chi a sfavore, ognuno a modo suo. C'è pure chi dice di sapere i nomi dei responsabili e non li dice e chi invece invita senza troppi giri di parole a tacere. Una cappa uniforme però sembra rimanere sulla procedura amministrativa e pare di scorgere una politica che «deve» mandare avanti il progetto. Per forza.
Nelle discussioni trascritte durante i consigli provinciali degli scorsi anni, non mancano battutine e sfottò personali, si evince una linea politica comune: non alzare polveroni, non esprimere una posizione condivisa, né positiva né negativa.
Rimandare sistematicamente tutto all'indomani, alla votazione successiva, sperando che qualcosa o qualcuno faccia ripartire un cantiere già sequestrato da un anno.
Con la sola grande preoccupazione della «scomparsa dei soldi».
Invece, solerzia e operatività non sono mancate per proporre soluzioni normative che aggirassero l'ostacolo.
Nessuna legge, nessun reato.
La presunta illegalità dell'opera costruita all'interno della Riserva Naturale- che per alcuni era dovuta ad una semplice «disattenzione»- era stata sottolineata dal consigliere Sandro Di Minco di Rifondazione Comunista che in più occasioni in consiglio aveva provato a portare la questione in consiglio.
Fino ad arrivare a richiedere una riunione urgente della Commissione Ambiente, durante la quale i tecnici spiegarono la situazione, ma che si trasformò in un ulteriore buco nell'acqua.

LE SOLUZIONI “GENIALI”

Intanto però si progettavano soluzioni.
Tre erano le proposte condivise dall'Anas e dalla politica, entrambi sorpresi dal sequestro del cantiere e dalla notizia dell'apertura di un'inchiesta sulla Mare-Monti (di cui si leggeva già un accenno nell'ordinanza di custodia cautelare dell'ex sindaco Luciano D'Alfonso, pagg.17-19).
Una prima ipotesi era quella di “tagliare” i confini della Riserva in maniera da far risultare l'opera fuori dal territorio protetto.
La seconda ipotesi, dibattuta pubblicamente, fu quella della “traslazione”: ad una riduzione a valle della Riserva avrebbe corrisposto un aumento dei confini a monte.
La terza ipotesi, sulla quale pare abbia lavorato un gruppo di persone su incarico del sindaco di Penne, era quella dell'avvio di una procedura che avrebbe portato ad una modifica della normativa istitutiva e regolatrice dell'area di riserva.
«Si voleva cambiare la normativa», ricorda Di Minco, «per rendere compatibile l'opera in costruzione: cambiando le regole, il reato ambientale sarebbe svanito».
La proposta non sconvolse più di tanto i presenti ad una riunione (Anas, Regione Abruzzo, Comunità Montana Vestina di Penne, Comune di Penne), che si posero un solo interrogativo: «quanto tempo occorre per una modifica del genere?».
Secondo il preparatissimo sindaco di Penne «tra gli 8 e i 10 mesi».
Non proprio, secondo una funzionaria regionale del settore Parchi, che sollevò la questione dell'incertezza dell'esito della modifica anche in considerazione del fatto che il territorio in questione è un Sito d'Interesse Comunitario (Sic).
Il dato fondamentale però è che quasi tutti erano d'accordo con il cancellare l'illegalità cancellando la norma.
Perché? Per quale interesse pubblico?
Anche su questo versante si starebbe muovendo la procura per dipanare alcuni interessi palesi.

COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE?

Nel mentre Di Minco, ad un anno dal sequestro (avvenuto a febbraio 2008), aveva cercato di far approvare una mozione che dava alla Provincia un ruolo di primo piano nella denuncia dello «ecomostro della Mare-Monti».
L'ente avrebbe dovuto «promuovere l'accertamento di tutte le responsabilità amministrazione di qualsiasi altra natura che abbiano condotto a questa grave situazione» e quindi costituirsi parte civile. Un po' troppo per tutti i consiglieri che con mediazioni ed emendamenti addolcirono di molto il dettato iniziale che fu approvato dopo tanti dibattiti e rinvii.
«Non sta a noi promuovere l'accertamento delle responsabilità, non possiamo sollecitarle», era la posizione del consigliere Aurelio Giammorretti (Pd), seguita a ruota da consigliere Enzo Di Simone, l'allora capogruppo del Pd e presidente della Commissione Lavori Pubblici, che vedeva nella costituzione parte civile «un atteggiamento di inquisizione».
«Lasciamo che la Magistratura svolga la sua funzione. Io chiedo di cassare questo punto o di rinviarlo, perché la politica adesso deve fare un passo indietro, c'è una inchiesta in corso», suggeriva il consigliere Lorenzo Cesarone della Margherita, poi passato all'Udc. Infine si votò una costituzione parte civile da presentare solo dopo il pronunciamento del Gup. Alcuni consiglieri, invece, sollecitarono la consegna alla Procura del carteggio riguardante la Mare-Monti.

LA PROPOSTA DI DI MINCO


Inoltre la mozione di Di Minco, approvata dopo tre consigli provinciali ed una Commissione, chiedeva in buona sostanza di convocare un tavolo con le autorità competenti per mantenere i fondi disponibili a servizio della stessa area vestina, destinarli alla realizzazione di un altro tratto dello stesso tracciato non interessato da problemi di compatibilità di tipo ambientale e/o paesaggistico e/o di altra natura, e ricerca di un'altra soluzione progettuale, compatibile con la normativa vigente, a basso o nullo impatto ambientale, previsione di altri finanziamenti che diano la garanzia di poterla realizzare consentendo altresì di completare l'opera nella sua interezza.
«Questa è una vicenda molto complessa», intervenne Vincenzo Ferrante, l'allora capogruppo dell'Udc, «articolata ed intricata, ma pensare di poter proporre una situazione alternativa a questa vicenda è sicuramente il frutto di chi non conosce la storia di quest'opera, solo io so come stanno i fatti perfettamente».

QUELLA MACCHINA DELLA PROVINCIA CHE VOLEVA TUTTI I PROGETTI…

Come ex presidente della Comunità Montana Vestina, il consigliere Ferrante aveva molte avventure da raccontare.
«L'unico progetto che stava bene era il primo - aveva dichiarato- che non impattava, che non faceva ponti e che aveva copertura finanziaria».
«Ma l'allora presidente della Provincia Luciano D'Alfonso», aveva ricordato Ferrante, «scrisse una lettera alla Comunità montana dicendo che non avevamo le strutture per reggere un'opera così importante, perché avevamo nello staff tecnico il geometra e non l'ingegnere Capo, dunque il progetto andava passato alla Provincia».
Così un bel giorno Ferrante si è trovato davanti ad una macchina della Provincia pronta a caricare tutti i progetti della strada.
Al primo tentativo la Provincia non ottenne il carteggio dal presidente Ferrante che fu prontamente sostituito.
Al secondo tentativo andò “meglio”.

«QUEL PROGETTO L'AMAVANO PROPRIO TUTTI QUANTI»

Contro la proposta di Di Minco di considerare un'alternativa al viadotto, si era scagliato con forza il consigliere provinciale (di Penne), Silvio Cardone: «io non posso votare questa mozione perché non posso accettare e penso che non lo possano accettare quanti amavano, quanti avevano fatto proprio quel progetto, l'avevamo fatto proprio tutti quanti».
Proprio tutti: infatti l'Idv di Penne a settembre scorso ha raccolto le firme per sbloccare i lavori fermi per il sequestro.
Anche il consigliere Di Simone aveva a cuore la riapertura del cantiere «in termini più ristretti dal momento che è già trascorso un anno».
«C'è stato sicuramente un po' di disattenzione, però, parlare di opera abusiva mi sembra azzardata», aveva concluso il presidente della commissione Lavori Pubblici della Provincia, Di Simone.

«NOI SAPPIAMO NOMI E COGNOMI DEI RESPONSABILI DELLO SCEMPIO»

Ci fu anche chi alzò il tiro delle dichiarazioni uscendo dal coro.
Il consigliere Piernicola Teodoro si espose un po' dicendo: «vedo che in questo Consiglio non c'è questa grande voglia di fare chiarezza, bensì si sta rimettendo tutto all'indomani. Noi oggi sappiamo nome e cognome di persone che hanno contribuito a questo scempio e avrei gradito che il Consiglio avesse preso posizione netta, nei confronti di chi ha fatto approvare un progetto simile, di chi ha permesso un fermo cantiere creando all'erario dei danni economici».
Nessuno saltò sulla sedia o chiese i nomi e cognomi.
Si seguì la linea suggerita dal consigliere Nino D'Annunzio: «di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere, come diceva il filosofo Wittgenstein, ma anche da soli, noi consiglieri filosofi, possiamo convenire che su questa questione è meglio tacere».
Così si tacque. Nel silenzio le battaglie di Di Minco naufragarono e lui non fu rieletto in Consiglio.

Manuela Rosa 23/04/2010 8.52

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