L'invasione della riserva naturale, così cominciano i guai. Le prove nei pc

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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L'invasione della riserva naturale, così cominciano i guai. Le prove nei pc
INCHIESTA MAREMONTI. PESCARA. Un'opera imponente e una certezza talmente evidente da apparire come un errore grossolano: la strada da realizzare invade la riserva del Lago di Penne. * IL GIP: «I LAVORI NON INIZIERANNO MAI, LO SANNO TUTTI»
Il cantiere viene posto sotto sequestro e tutti gli atti del procedimento vengono sequestrati. Comincia qui l'indagine che poi porterà alla luce una lunga serie di sorprendenti elementi.
Tutto nasce a seguito di un esposto scritto da Fernando Di Fabrizio, direttore della Riserva Naturale regionale 'Lago di Penne'.
La Forestale verifica che effettivamente i lavori della Statale 81 Piceno Aprutina avevano invaso i confini della riserva per un tratto di circa un chilometro e mezzo.
Nessuno però ha mai autorizzato i lavori. Manca, infatti, il nulla osta dell'ente gestore.
Iniziano le indagini. Il pm ascolta anche l'ingegnere dell'Anas, Valerio Mele, che racconta che la questione era stata risolta affidando un incarico (da parte della Provincia di Pescara) al geologo Angelo Di Ninni (indagato per falso) che aveva semplicemente attestato la compatibilità ambientale del nuovo tracciato (disse: «non interferisce con le aree tutelate dal vincolo di Riserva»).
Una falsità, in pratica.
Spulciando tra le carte gli inquirenti si accorgono che la statale era stata disposta in variante rispetto al progetto appaltato e posto a base della gara.
La variante, però, non avrebbe comunque dovuto invadere la riserva e questa fu una condizione necessaria alla base del nulla osta arrivato dalla Regione Abruzzo. Una variante strana, predisposta poco tempo dopo la vittoria dell'appalto che secondo gli inquirenti doveva servire soltanto a far recuperare alla ditta l'enorme ribasso d'asta.

IL SEQUESTRO A FEBBRAIO DEL 2008

La Toto spa comincia comunque i lavori. La Forestale effettua un sopralluogo, nota le opere di sbancamento e redige un verbale di sequestro preventivo.
Emergono subito una serie di incongruenze tra i lavori accertati dai forestali e dalla cartografia redatta da Di Ninni. Non semplici sviste, assicura il gip De Ninis che intravede una «natura intenzionale di occultamento della verità».
Le indagini si fanno sempre più accurate e saltano fuori una lunga serie di quelle che il gip definisce «condotte fraudolente, falsi ideologici e sistematici abusi» di chi deteneva pubblici poteri.
Lo scopo? «Attribuire all'imprenditore vantaggi pubblici, avulsi dai più elementari dettami dell'evidenza pubblica e della tutela del pubblico interesse».
Ma tra le finalità, anche la «distribuzione ai vari protagonisti della vicenda di somme fino ad ora quantificabili in alcuni milioni di euro».
Circa 2 milioni sarebbero quelli già incassati, secondo la Procura, dal privato (Toto), più oltre 3 milioni per i diversi pubblici ufficiali in cui si ipotizza che la maggior parte sia stata intascata proprio da Stassil (2 milioni e 245 mila euro) e dalle società Isc e R&L (oltre 600 mila euro) a lui riconducibili.
L'11 aprile del 2008 anche la Regione fa un passo indietro e ammette che un errore c'è stato sicuramente e decide così di rivedere radicalmente la propria posizione riconoscendo che il tracciato era stato «falsamente rappresentato».
Nel frattempo salta fuori anche la testimonianza del geometra Cantagallo che racconta di una concertazione del progetto e l'indagine vira decisamente da reati ambientali a quelli di corruzione.

L'ITER E QUEL RIBASSO ANOMALO DELLA DITTA TOTO

La polizia giudiziaria sequestra nuovi atti pubblici e riesce a ricostruire tutto l'iter amministrativo dell'appalto. Anche in questo caso non mancano sorprese.
Si parte dall'inizio, dal quel dicembre del 1998: il consiglio provinciale approva la convenzione, una sorta di join venture tra amministrazione pubblica e Anas di Roma per i lavori di adeguamento e costruzione della Statale 81.
Ma qui per gli inquirenti c'è già la prima anomalia.
Ci si domanda, infatti, come mai la Provincia si voglia occupare della questione insieme all'Anas «che da sola, probabilmente», scrive De Ninis, «possedeva già le competenze tecniche superiori e sufficienti».
Ma per gli inquirenti è anomalo anche il fatto che la Provincia si fosse assunta l'onere di «opportune iniziative con le amministrazioni locali» per garantire «la piena funzionalità dell'opera anche in relazione all'assetto complessivo della viabilità del territorio».
Per il gip, però, questa finalità vuol dire ben poco ed è «talmente generica» e 'aperta', da evidenziare probabilmente «soltanto la responsabilità di un politico influente nel perorare la causa di un imprenditore a lui notoriamente molto vicino».
Chi? L'allora presidente della Provincia era Luciano D'Alfonso, l'amico imprenditore proprio Carlo Toto. Una comunione di intenti, interessi e guai giudiziari certificati anche nell'altra inchiesta Housework, condotta sempre dal pm Gennaro Varone, nella quale sono emerse presunte tangenti e utilità versate dall'imprenditore. Anche in quella inchiesta erano spuntate prove dai pc che testimonierebbero come l'appalto per la gestione dell'area di risulta (vinto dalla ditta Toto in perfetta solitudine) era in realtà stato preparato dalla stesa ditta. Un metodo evidetemente più volte sperimentato.
L'iter per la Mare-Monti va avanti: parte la gara d'appalto: il prezzo base d'asta è di 47 miliardi e 193 milioni di lire.
L'offerta della Toto Spa viene superata da quella dell'Ati Cetti-Mancini-Varusa, nonostante un ribasso d'asta eclatante che arriva al 31,31%.
Ma la commissione annulla tutto e dichiara inammissibile l'offerta dell'Ati e aggiudica la gara a Toto.
Un ricorso al Tar stabilirà che l'esclusione è fondata. L'aggiudicazione viene approvata con decreto dell'amministratore Anas il 30 marzo del 2001.
Il 6 aprile la ditta sottoscrive «senza riserve» il verbale di consegna dei lavori. L'impresa dichiara quindi di aver verificato l'esecutività del progetto e lo stato dei luoghi e assume l'impegno a non pretendere danni per i ritardi dovuti agli espropri.
Sarà solo l'inizio di un lungo calvario.

Alessandra Lotti 20/04/2010 8.25

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IL GIP: «I LAVORI NON INIZIERANNO MAI, LO SANNO TUTTI»

Il contratto è stato firmato: è il 2001: dopo tre anni dal primo atto ufficiale i lavori possono partire.
Ma la procura sospetta oggi che in realtà tutti già sapessero che i lavori non sarebbero mai iniziati. Il giorno prima della firma del verbale di consegna dei lavori, infatti (5 aprile 2001), il direttore dei lavori, Paolo Lalli, chiese all'Aca la possibilità di valutare l'interferenza delle condotte idriche con il tracciato.
Gli inquirenti sostengono che una risposta non sia mai arrivata ma il contratto venne ugualmente firmato.
A febbraio del 2002, i lavori vengono fermati sempre da Lalli.
Per il giudice le motivazioni addotte sono «pretestuose e false» e hanno come unico scopo la formulazione di riserve da parte dei Toto per acconsentire ad una perizia di variante che consentirà di recuperare l'antieconomico ribasso praticato, quel famoso 31% che aveva sbaragliato la concorrenza, tranne la sfortunata Ati esclusa per errori formali.
Ad aprile 2003 il responsabile del procedimento Roberto Lucietti inoltra una richiesta di perizia di variante che modifica il quadro economico di quasi un quinto. Il tutto avviene dopo una serie reiterata di richieste inoltrate anche dall'allora assessore alla provincia di Pescara della giunta D'Alfonso, Rocco Petrucci, assessore socialista ai lavori pubblici, arrestato nel 2003 per concussione e sospetta tangente di 35mila euro per la strada Lungofino chiesta alla Irti spa ma mai consegnata.
Ma la bozza di questa richiesta «con la gran parte del testo assolutamente identica a quello riportato dal funzionario dell'Anas compresi gli errori», vengono trovati in un file creato e salvato un mese prima nel computer portatile sequestrato al dipendente dell'impresa Toto, Vincenzo Consalvo, insieme al quadro economico della variante, insieme ad altri atti propedeutici.
Per la Procura la situazione è chiara: la ditta Toto spa predispone i documenti ufficiali che dovrebbe in realtà realizzare la pubblica amministrazione che dovrebbe essere la controparte e controllore dell'interesse pubblico.
Intanto i lavori vanno avanti. A giugno 2003 c'è una prima conferenza dei servizi dove il geometra Leombroni (indagato nell'inchiesta Housework, già dipendente della Toto spa oggi nuovamente nell'organico della impresa) in qualità di dipendente della Provincia illustra le modifiche.
Nella seconda conferenza di servizi, del settembre 2003, viene affidato l'incarico al geologo De Ninni.

LE CARTOGRAFIE FALSATE

A ottobre del 2003 il geologo De Ninni e l'architetto Massimo Angrilli depositano il progetto di studio di compatibilità ambientale ma negli elaborati grafici il confine risulterà falso e si afferma che «il tracciato della variante non interferisce con le aree tutelate dal vincolo di riserva».
Seguono i pareri favorevoli del Via della Regione e il 10 novembre del 2004 c'è la seduta conclusiva della conferenza dei servizi.
A giugno del 2004 viene redatta la perizia di variante, sottoscritta dall'ingegner Lucietti.
Il direttore dell'Anas Michele Minenna autorizza la variante, modificando anche il quadro economico ma si riconosce l'errore dei progettisti.
Il 2 agosto del 2005 la direzione ordina la ripresa dei lavori «omettendo ogni valutazione di responsabilità circa l'errore».
Ma Toto a questo punto non è soddisfatto e chiede la rescissione del contratto perchè sostiene che il progetto è stravolto.
Viene così avanzata la richiesta di 6,6 mln di euro quali ristoro dei danni subiti.
Secondo la procura però è una messa in scena perché Toto predispone la richiesta di risarcimento danni ed anche il parziale rifiuto dell'Anas.
Arriva in soccorso il commissario straordinario Valeria Olivieri, oggi iscritta nel registro degli indagati, nominata con il decreto del consiglio dei ministri del 9 febbraio del 2006.
A lei il compito di risolvere i problemi che ostacolano l'inizio dei lavori.
La dottoressa rielabora il progetto, tramite il suo tecnico di fiducia, Carlo Strassil suddividendolo in due lotti e formulando nuovi prezzi e riconosce alla ditta Toto una liquidazione per il presunto danno di 1.7 mln di euro più iva.
In più affida a Toto la realizzazione del primo lotto riducendo d'imperio il ribasso dal 31% al 7%.
«Il ricavo per l'impresa», scrive il gip De Ninis, «passa così da 242.251 euro della variante a 4.5 mln di euro di cui 2.8 mln come utile del nuovo quadro economico».

DECIDE IL COMMISSARIO O TOTO?

Ma anche sugli atti predisposti dal commissario la procura vuole vederci chiaro. Presso la Cra spa, società di Strassil, è stata rinvenuta l'intera corrispondenza ufficiale della Olivieri.
Tra le carte salta fuori anche la nota con cui l'ingegner Fabio De Santis ha valutato le riserve di Toto spa.
In allegato al documento ufficiale è stato trovato un floppy disk contenente il file ''ss81 relazione su riserve''.
Dal controllo della proprietà del file risulta che questo è stato creato e stampato dal pc della segretaria di Carlo Toto il 19 febbraio del 2007.
«Si comprende quindi», scrive De Ninis, «che la Toto, pure avendo formulato una richiesta di danni per circa 7 milioni di euro si attendesse comunque una liquidazione per 1,7 mln».
Per il gip quindi continua a vedersi «quel gioco delle parti in cui l'impresa dimostra di avere il potere di controllo e di spesa».
Dall'altra parte invece c'è la pubblica amministrazione «che simula solamente lo svolgimento delle proprie funzioni» e che svolge il ruolo di «testa di legno che ha la mera funzione di recepire i desideri dell'impresa e distribuire il denaro».
Il vero redattore della variante, continua il gip, è stata l'impresa Toto spa e Strassil ha «semplicemente assemblato atti inviatigli dalla azienda sulla base dei quali ha poi predisposto quelli da sottoporre e far sottoscrivere ai pubblici ufficiali competenti».
In più sempre Strassil si sarebbe auto-liquidato lo stratosferico compenso di 2,2 mln di euro.
Una montagna di soldi. Per fare cosa?
«Solo per aver ricopiato un progetto redatto dalla Toto spa», scrive il giudice, «predisposto la proposta transattiva scritta sempre alla medesima ditta e redatto una valutazione delle riserve che erano esattamente quelle suggerite dall'azienda. In più ha consentito al commissario Olivieri di ottenere una indebita liquidazione di 30 mila euro predisponendo false fatture».
Tutti soldi pubblici, ovvio.

a.l. 20/04/2010 8.25