Morte Valentini, a Campobasso il processo all'ispettore Mancini

Alessandro Biancardi

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CAMPOBASSO. Udienza ad altissima tensione oggi a Campobasso dove si sta svolgendo il processo a carico dell'ispettore Massimiliano Mancini, il poliziotto che partecipò alle indagini che portarono all'arresto del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini.
Valentini poi morì suicida nel carcere di Sulmona il 16 agosto 2004.
Le indagii ipotizzarono presunte irregolarità nella realizzazione di opere pubbliche e venne contestata tra le altre cose anche l'associazione di stampo mafioso.
Il processo si tiene in Molise perché nella vicenda fu coinvolto un magistrato abruzzese.
Mancini in questo processo è accusato di abuso d'ufficio e di aver svolto le indagini con rancore personale poiché sussistevano ragioni ed interessi personali e dunque avrebbe dovuto astenersi. Questa in sintesi la tesi dell'accusa.
Oggi sono stati sentiti l'ex capo della Squadra mobile dell'Aquila, Cesare Ciammaichella, e il sostituto commissario, Gianfranco Congiu.
Ciammaichella ha riferito di come partirono gli accertamenti sul sindaco Valentini e ha spiegato di aver affidato l'incarico proprio all'ispettore Mancini perché quest'ultimo era di Roccaraso e quindi «conosceva bene quella realtà».
Durante le quasi due ore di deposizione il dirigente ha però risposto alle domande delle parti con decine di «non ricordo», un atteggiamento che è stato duramente contestato dagli avvocati di parte civile e anche dai giudici della Corte che lo hanno richiamato più volte.
Ci sono stati dunque momenti difficili con urla e accesi confronti riferisce l'agenzia Ansa.
«Non ricordo nel dettaglio i fatti contestati al sindaco - ha detto Ciammaichella innescando l'ira dei legali delle parti civili - non ricordo in che periodo avvenne l'arresto, certo è che ogni atto da noi compiuto era sempre preventivamente autorizzato dall'autorità giudiziaria. Questa indagine su Roccaraso non era la cosa più importante del mondo, ne avevamo altre in corso più importanti».
A questo punto gli avvocati, in particolare quelli che rappresentano i familiari del sindaco deceduto, hanno chiesto chiarimenti sull'accusa, poi caduta, che veniva contestata a Valentini e altri altri numerosi indagati.
«Avete ipotizzato l'esistenza di una associazione a delinquere di stampo mafioso - hanno detto i legali - ma ci dica se ricorda un solo episodio di attività edilizie illecite emerse dalle indagini, ci dica quanti omicidi, attentati sono accaduti negli ultimi cinquanta anni a Roccaraso. Vogliamo capire come è possibile che sia stata ipotizzata una associazione mafiosa a Roccaraso, dove non é successo niente».
Per il resto è emerso che gli atti dell'indagine furono quasi tutti redatti dallo stesso Mancini nonostante la sua famiglia avesse dei contenziosi aperti proprio con il Comune di Roccaraso.
L'incarico di svolgere le indagini fu in realtà revocato a Mancini quando emerse questa circostanza, ma in poco tempo l'ispettore fu reintegrato e tornò ad occuparsi del caso.
«Fu sollevato dall'incarico per un eccesso di zelo - ha detto in aula Ciammaichella - reintegrato dopo le dovute verifiche».
Al termine dell'udienza l'imputato ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee: la Corte ha però deciso di rinviare queste dichiarazioni di Mancini alla prossima udienza del processo che è stata fissata per le 10.30 del 21 aprile. In quella data proseguirà anche l'audizione dei testimoni.
07/04/2010 17.26

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