Il sistema Angelini: dipendenti come scudo, sindacati gialli e tangenti

Alessandro Biancardi

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Il sistema Angelini: dipendenti come scudo, sindacati gialli e tangenti
CHIETI. Pochi l'hanno notato. Ma oggi che per Villa Pini è il giorno fatidico “fallimento sì-fallimento no” sembra utile ricordare quello che ha detto Gianni Di Cesare, segretario regionale Cgil, dopo essere uscito dalla Procura della Repubblica di Chieti.
Insieme con la delegazione di dipendenti e familiari dei malati del San. Stef.ar. è stato ricevuto dal procuratore Pietro Mennini.

«PERCHÉ I DIPENDENTI NON HANNO CHIESTO PRIMA IL FALLIMENTO?»

Mentre parlava ai manifestanti, insieme a Vincenzo Traniello (Cisl), ha riferito di una domanda (che forse gli era stata rivolta dal Procuratore stesso): «perché fino ad oggi nessun dipendente ha fatto istanza di fallimento?».
E si è dato anche una risposta: «perché i lavoratori si sono trovati tra l'incudine ed il martello – ha spiegato – da una parte la Regione che prometteva di pagare Angelini, dall'altra la proprietà della clinica e del San. Stef.ar. che vantava crediti sicuri con i quali avrebbe pagato gli stipendi. E così siamo arrivati a questo punto: nel braccio di ferro, i più deboli, cioè i dipendenti, ci hanno rimesso».
Non era certo quello il momento ed il luogo per spiegare cosa è successo su questo versante: sulle scale della Procura e davanti ai manifestanti era importante riferire dell'incontro e tranquillizzare gli animi.
Il messaggio è stato: aspettiamo la mattina di martedì 9 per le decisioni del Tribunale fallimentare ed il pomeriggio dello stesso giorno per il Consiglio regionale che si riunisce a Pescara.
In realtà la storia “fallimento sì-fallimento no” è molto più complessa ed ha diviso a lungo anche i sindacati tra di loro ed al loro interno.
Oggi sarebbe comunque ingeneroso criticare la mancata richiesta di fallimento perché con il senno di poi è forse più chiaro il quadro complessivo.
Ma questo serve a far capire quanto sia stato difficile per il sindacato nel suo complesso gestire la vicenda.
Senza dire che forse alla base di tutto ci sono stati comportamenti che hanno diviso i dipendenti e non hanno reso possibile una scelta operativa unitaria, come quella del fallimento.
E soprattutto si è fatta nuova luce su comportamenti, forse pilotati, che hanno convinto a percorrere la strada dei decreti ingiuntivi per recuperare gli stipendi, piuttosto che altre strade.
Con il sospetto che questa scelta sia stata “suggerita” proprio per non fallire.
Raccontano alcune fonti molto qualificate che oltre 500 dipendenti, dopo assemblee infuocate, si sono convinti ad incaricare un avvocato per decreti ingiuntivi singoli su due mesi di stipendio.
Prestazione gratis, in caso di insuccesso, 1200 euro di parcella legale se il decreto arrivava a buon fine.
Insomma un bell'affare per l'avvocato che riscuoteva 1200 euro per ogni bimestre (almeno 4) moltiplicati per centinaia di dipendenti che forse sono stati convinti per disperazione.
Ma soprattutto una mossa sullo scacchiere interno che ha messo al sicuro la proprietà da iniziative pericolose ed ha provocato l'impossibilità per il sindacato di cavalcare unitariamente l'ipotesi fallimento. Un esempio di più per comprendere le difficoltà con cui il sindacato si è dovuto confrontare nel Gruppo Angelini.

I DIPENDENTI USATI DALLA PROPRIETÀ PER FORZARE LA MANO ALLA REGIONE

Infatti la storia del gruppo Villa Pini, fino al commissariamento giudiziale ed alla richiesta di concordato preventivo, è stata sempre caratterizzata da un rapporto “atipico” con i sindacati, o forse è meglio dire con i dipendenti iscritti ai sindacati, visto che le tre maggiori sigle nazionali spesso sono state emarginate dalle trattative, i loro rappresentanti a volte venivano “messi in ferie” per lunghi periodi (quando addirittura non venivano licenziati), i sindacalisti “buoni”, per non dire acquiescenti, facevano carriera anche con qualche gratifica economica, anche se ogni tanto sono incappati in qualche inciampo giudiziario.
C'era insomma il sindacato giallo?
Almeno fino ad un paio di anni fa sembra proprio così, poi con l'arrivo di nuovi dirigenti regionali e provinciali delle Confederazioni nazionali i rapporti sindacali sono diventati più corretti ed i dipendenti non sono stati più disponibili ad essere usati come forza d'urto nella contrapposizione tra la proprietà e la Regione.
Perché tutti a Chieti ricordano, quasi come una ricorrenza civile, la manifestazione annuale dei dipendenti di Angelini sotto la Prefettura per difendere le richieste (di aumento) sul budget assegnato alla clinica.
E se la location della manifestazione non era la Prefettura teatina, autobus non certo pagati dai sindacati trasportavano le truppe cammellate o a Pescara (sede dell'assessorato regionale alla sanità) o all'Aquila, sede del governo regionale.
Un paio di giorni a megafoni accesi e subito dopo, chissà se per esigenze di ordine pubblico, veniva concesso tutto quello che Villa Pini chiedeva.
La storia vera dei rapporti sindacali nel gruppo Angelini è stata dunque sempre l'organica coincidenza tra le tensioni sindacali e le tensioni nei rapporti con Asl e Regione. La crescita costante delle dimensioni del gruppo e i numeri degli occupati (oggi si parla di 1600 unità) hanno permesso all'azienda di utilizzare in modo disinvolto la minaccia di crisi occupazionale quale leva di condizionamento nei rapporti con Asl e Regione.
Questo “condizionamento” socio-sindacale ha in genere quasi sempre funzionato, permettendo al Gruppo di avere un forte potere contrattuale.
Anche questa volta l'uso del personale come ariete è stato sperimentato di nuovo e con maggiore forza, ma non ha avuto successo a causa i due fatti nuovi: il Piano di rientro dai debiti e la gestione commissariale della sanità abruzzese. Si è trattato di un ostacolo insormontabile, quanto imprevedibile, per una possibile agevole soluzione in materia di “bugdet “ e di inappropriatezza di ricoveri e prestazioni.

IL “SISTEMA ANGELINI” IN CRISI QUANDO SONO PARTITI I CONTROLLI (VERI)

Appena i sindacati hanno ripreso a fare il loro mestiere e quando la dirigenza Asl – con il nuovo manager Mario Maresca - ha cominciato a controllare le richieste di pagamento di Villa Pini e a rifiutarsi di pagare a piè di lista (come avveniva in passato e senza controlli), il Gruppo è andato in crisi e non ha più pagato i dipendenti.
Si diceva dei controlli: gli autisti e gli impiegati della Asl ricordano con precisione quando erano mandati a ritirare scatoloni di fatture già preparate, con tanto di distinta di pagamento.
Gli scatoloni venivano ammucchiati in qualche magazzino, a dormire insieme alle ricette rosse con le prestazioni ed i ricoveri dei fuori Regione che per anni la Asl di Chieti ha dimenticato di incassare.
Le distinte invece venivano prese per buone e pagate.
In pratica la Asl come la succursale della Banca d'Italia. Non si stampava moneta, ma sempre soldi uscivano: si trasformava la fattura in moneta sonante, facendo aumentare in modo incontrollato il debito della sanità pubblica abruzzese, costretta a pagare più prestazioni e più ricoveri di quanti in realtà ne fossero avvenuti.
Quando la Procura di Pescara è intervenuta, ha scoperto che la Commissione regionale che doveva controllare lo faceva a campione, che i controlli non producevano cifre sostanzialmente diverse da quelle richieste, che tra i controllori delle cartelle cliniche e delle prestazioni c'era anche una laureata in Lettere e che un medico, durante un interrogatorio, dichiarò di non conoscere il significato della sigla Drg (che è poi quanto paga la Asl per una prestazione o per un ricovero) anche se li controllava.

IL MECCANISMO PERVERSO CHE HA FATTO AUMENTARE IL DEBITO SANITARIO (E LE TASSE)

Dunque la Asl pagava sempre di più, il debito aumentava, ma nessuno si preoccupava, perché tanto c'erano le cartolarizzazioni, un altro meccanismo che ha fatto lievitare il debito.
Si pensi agli interessi e alle commissioni bancarie che si pagano sul prestito che è un vero e proprio mutuo, oppure al mancato controllo sui crediti vantati e tutti certificati dalla Asl, anche se inesistenti o già pagati o addirittura gonfiati, stando almeno alle accuse che sono state rivolte all'ex manager Luigi Conga, arrestato. Insomma una specie di meccanismo Madoff (il finanziere Usa arrestato e condannato a 150 anni di galera) che pagava molti interessi agli investitori usando il denaro fresco di altri che si fidavano di lui. O forse il modello vero era il “metodo Ponzi”, l'italiano emigrato a Boston, diventato sinonimo delle truffe con le piramidi finanziarie.
A Chieti funzionava così: soldi, sempre più soldi dalle casse regionali ad Angelini, tangenti sempre più tangenti e sempre più grandi ai politici o ai manager Asl che avrebbero dovuto controllare e che quindi non controllavano.
La truffa è stata bloccata dagli arresti e poi la politica ha deciso di aumentare le tasse ai cittadini con il pretesto del Piano di rientro dai debiti. Cioè paga chi non è stato causa del debito, ma vittima. Come è capitato ai dipendenti di Villa Pini che hanno lavorato gratis per un anno.

PERCHÉ LA VERTENZA SINDACALE VILLA PINI È STATA COSÌ LUNGA?

E' accaduto spesso che in altri settori produttivi gli operai prima o durante la cig “a rotazione” prestassero attività di lavoro non retribuita.
Ma questo sempre per brevi periodi e quando c'era una fondata possibilità di ripresa del mercato. Nel caso di Villa Pini, c'era un gruppo sanitario privato con l'accreditamento, cioè una stabile committenza da parte della sanità regionale: perché prolungare la vertenza?
Infatti il mercato delle prestazioni sanitarie “tira” (basta vedere le liste di attesa).
Invece, al posto di chiedere subito il fallimento si sono preferiti (o è stata un'imposizione subdola?) i decreti ingiuntivi singoli, il che non è il massimo dal punto di vista sindacale. La lezione che viene da tutta la vicenda è che un sindacato forte (ma non era il caso di Villa Pini, dove solo nell'ultimo periodo si è vista la presenza qualificata della Triplice e dell'Ugl) avrebbe potuto e dovuto far pesare l'ingente credito da lavoro, privilegiato in sede fallimentare.
Il mancato travaso nella procedura dell'istanza di fallimento di tutti i dipendenti non ha permesso sinora la dichiarazione di fallimento ed ha oggettivamene favorito una lunga trattativa privata di vendita aziendale.
Invece una gestione del curatore fallimentare avrebbe potuto garantire un'immediata autorizzazione della gestione provvisoria con la ripresa dell'attività e con l'erogazione degli stipendi, perché la Regione non avrebbe potuto opporre alla curatela le contestazioni sui crediti pregressi e contestati del gruppo Villa Pini.
L'esempio più vicino è il fallimento del pastificio Delverde, dove l'attività produttiva non è stata sospesa, i dipendenti sono stati tutti tenuti al lavoro, poi c'è stata l'asta giudiziaria con l'acquisto da parte di una cordata di investitori italiani. Questo non è accaduto con Villa Pini che oggi è sulle soglie del fallimento o del concordato, ma con grave ritardo. Però ora che è più unito e più forte, il sindacato ha già chiesto una gestione provvisoria della clinica attraverso il commissario giudiziale e attende di sapere se l'offerta Neuromed sarà ritenuta sufficiente e se la Regione aprirà finalmente i cordoni della borsa.

Sebastiano Calella 09/02/2010 8.27



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