Nocciano, privilegi e violazioni: la politica al servizio degli amici

Alessandro Biancardi

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NOCCIANO. Che inferno Nocciano e che interpretazioni della pubblica amministrazione emergono dall’indagine della Squadra mobile di Pescara che ha portato all’arresto del sindaco e del segretario generale del paesino di appena 1700 anime. * TUTTI CASI CONTESTATI: VIGILE E TECNICO IMPOSSIBILITATI A LAVORARE * LA MULTA FATTA AL CONSIGLIERE CHE NON PIACE AL SINDACO



NOCCIANO. Che inferno Nocciano e che
interpretazioni della pubblica amministrazione emergono dall'indagine della
Squadra mobile di Pescara che ha portato all'arresto del sindaco e del
segretario generale del paesino di appena 1700 anime.



* TUTTI CASI CONTESTATI: VIGILE E TECNICO IMPOSSIBILITATI A LAVORARE



* LA MULTA FATTA AL CONSIGLIERE CHE NON PIACE AL SINDACO








L'ennesimo scandalo che devasta una amministrazione locale. Dopo i più illustri precedenti di Pescara e Montesilvano l'attenzione del sostituto procuratore Gennaro Varone cade su un piccolissimo paesino.
Ma il quadro che ne emerge non è meno desolante.
Un quadro fatto di interessi e di antipatie viscerali ma anche di un distorto senso del potere elettivo.
Nei guai sono finiti anche altre cinque persone, alcune di queste attualmente ancora membri della amministrazione di Nocciano.
In sostanza da mesi il clima era diventato infernale e si erano creati due gruppi in netta contrapposizione tra loro.
Da una parte c'erano il maresciallo della polizia municipale, Mario Di Gregorio, ed il responsabile dell'ufficio tecnico, Elvano Chiola, dall'altra il sindaco, Marcello Giordano, e il direttore generale, Jean Dominique Di Felice, in rappresentanza dell'intera maggioranza politica di centrodestra.
I primi due vengono definiti dal giudice per le indagini preliminari, Guido Campli, come due funzionari che «non intendono rinunziare al legittimo esercizio delle loro prerogative» e che «usano particolare zelo anche nei confronti di esponenti importanti della maggioranza politica locale».
Il giudice non esclude che vi sia «particolare zelo» nel tentare di smascherare piccole e grandi violazioni «forse anche eccessivo», tuttavia precisa che «non vi è alcun atto che sia andato al di là delle rispettive attribuzioni», dunque nessuna violazione delle leggi da parte del vigile ed del tecnico.
Discorso diverso, invece, per il primo cittadino e il segretario generale che, qualora avessero ritenute erronee le attività dei loro antagonisti, «avrebbero dovuto esperire i rimedi giurisdizionali difensivi previsti dall'ordinamento» (ricorsi amministrativi per esempio…).
Invece, vengono applicate a ripetizioni sanzioni che le indagini avrebbe dimostrato illegittime e strumentali.
«Quello che la polizia scopre dalla folta documentazione e dalle risultanze della lunga attività di intercettazione», scrive Campli, «è un uso muscolare, e quindi abnorme, del potere disciplinare di una parte politica che vuole affermare la propria supremazia anche al di là della legge e che intende piegare, con una vera e propria prova di forza, la volontà dei due solerti funzionari che sindaco, direttore generale ed assessori vorrebbero supinamente disposti a tener dietro i propri desiderata ed a chiudere gli occhi quando soggetti ai controlli amministrativi siano essi stessi o persone a loro vicino, quasi che l'accertamento costituisca offesa al prestigio personale ed all'istituzione rappresenta».
Il gip Campli non esita a definire le sanzioni disciplinari irrogate al vigile come «conseguenze paradossali» poiché quest'ultimo cercava solo di far rispettare la legge, seppure al primo cittadino.

IL CONTROLLO PASSAVA PRIMA PER IL SINDACO


Ormai, spiega il giudice, si erano raggiunti livelli talmente alti di scontro che bisognava porvi rimedio e cita alcuni atti particolari che potrebbero dare una idea chiara di quello che succedeva nelle stanze del Comune.
Con un ordine di servizio del 18 febbraio del 1009 il sindaco Marcello Giordano avoca a sé i compiti e le funzioni di polizia giudiziaria imponendo, dunque, al maresciallo Di Gregorio di concordare con lui ogni iniziativa in materia di controllo del territorio.
Con questa decisione, dunque, qualunque iniziativa di controllo e verifica degli abusi edilizi passavano prima dal sindaco che poteva così conoscerli in anticipo.
La polizia ha poi sequestrato una mole di documenti e di ordini di servizio che disciplinavano l'attività dell'unico vigile in paese, probabilmente per rallentarne o scoraggiarne l'azione.
Tra questi, per esempio, c'era l'ordine di servizio con il quale il direttore generale disciplina minuziosamente il servizio della polizia municipale chiedendo «ossessive relazioni».
Peccato che poi dai discorsi intercettati si poteva ben capire come tali disposizioni avessero il solo scopo di porre i due dipendenti in condizioni di non esercitare più le loro funzioni di controllo che tanto infastidivano il potere locale. Un abuso dunque ipotizza la procura.
È poi c'era la disposizione non scritta di subordinare il rilascio di documentazione pubblica ad un'autorizzazione scritta del sindaco o del direttore generale per tutti quegli atti che in qualche modo potevano essere correlati con gli abusi edilizi, una deroga bela e buona alla legge sulla trasparenza.

MISURE CAUTELARI:«DEVONO ESSERE FERMATI»

Il giudice, dunque, ritiene che dalle indagini emergano «sufficienti prove» per poter giustificare una misura restrittiva, seppur la minima consentita (i domiciliari), «per interrompere il disegno criminoso messo in piedi dal sindaco e dal suo direttore generale».
Un aspetto particolare viene messo in luce nella misura cautelare ed è quello della reiterazione del reato in concorso, che si sostanzia in una serie di condotte che configurano più abusi, persino anche dopo l'intervento e le perquisizioni della polizia in Comune, quando ormai era chiaro che vi era una attività di indagine.
Sindaco e segretario hanno però continuato ad emettere sanzioni «disciplinari strumentali».
«E' certo che gli indagati le stiano commettendo, anche attualmente, ed è altamente probabile che commetteranno nel prossimo futuro, reati della medesima specie di quello in contestazione», continua Campli, «avendo completamente obliterato la loro funzione di amministratori imparziali, per essere diventati centro di riferimento di chi, attraverso le giuste conoscenze, può giungere a loro per assicurarsi illeciti appoggi per operare a livello comunale in dispregio delle leggi».
Secondo il gip, dunque, è «grave e concreto il pericolo» che ogni ritardo nell'adozione di un idoneo trattamento cautelare «possa provocare la commissione di ulteriori condotte di reato ovvero condurre quelle in atto ad estreme conseguenze».
Il giudice Campli ritiene anche «congrua ed idonea» la misura degli arresti domiciliari, pure richiesta dal pubblico ministero, poiché i soggetti in questioni sono incensurati.

Alessandro Biancardi 28/01/2010 8.44

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TUTTI CASI CONTESTATI: VIGILE E TECNICO IMPOSSIBILITATI A LAVORARE

NOCCIANO. Nove casi dettagliati al vaglio degli inquirenti, accaduti in meno di un anno. Fatti, nomi, parentele che si intrecciano, documenti, liti e ripicche. Alla base l'interesse pubblico che viene meno in nome della 'fratellanza' partitica.
Perchè quando qualche protagonista dei controlli ha parenti nel centrodestra, così pare, l'azione di controllo viene fermata immediatamente.
E' questo lo scenario che emerge dalle indagini condotte dalla Procura di Pescara.
E' lunga la lista di «episodi criminosi» che spiegano il sistema operativo del sindaco e del segretario generale messi uno dietro l'altro nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Guido Campli.
L'apertura delle ostilità, sostiene il giudice, cominciò con la questione legata ai lavori di trasformazione di un fabbricato della cognata del vicesindaco di Nocciano, Vincenzo Palumbo.
Il responsabile dell'Ufficio tecnico, Elvano Chiola, non autorizzò i lavori richiesti. Anzi, fece di più: chiese chiarimenti.
Ma questa mossa gli costò cara perchè il suo incarico gli venne revocato.
Al suo posto subentrò proprio il vicesindaco, cognato della richiedente.
Palumbo accettò di sostituire il responsabile del Comune «omettendo di astenersi», sottolinea il gip Campli, sebbene «in presenza di una evidente causa di incompatibilità».
Arrivò così anche il permesso per cominciare i lavori: niente da eccepire, si poteva proseguire.
Quando Chiola venne reintegrato nelle sue funzioni di responsabile dell'area tecnica fece un sopralluogo su istanza del maresciallo Di Gregorio.
Come ovvio il tecnico riscontrò violazioni ed emise una ordinanza di demolizione delle opere abusive.

LA VICENDA «PARADIGMATICA»


«Paradigmatica» per gli inquirenti la vicenda sui controlli dell'attività del consigliere Gabriele Di Clemente.
Il 16 febbraio del 2009 Chiola informò il sindaco e il responsabile dell'ufficio Tecnico che Di Clemente aveva intrapreso lavori edili senza autorizzazione.
Solo il 24 giugno del 2009, quindi quattro mesi dopo, il direttore generale Di Felice autorizzò Di Gregorio alla nomina di Chiola come ausiliario di polizia giudiziaria per una verifica.
Una verifica che era già stata svolta a febbraio e che aveva innescato il procedimento disciplinare contro il maresciallo.
Chiola chiese così l'accesso agli atti amministrativi ma si sentì rispondere che avrebbe dovuto specificare nel dettaglio le opere edili intraprese da Di Clemente.
Per fare questo, però, Chiola avrebbe dovuto fare un sopralluogo che non gli era stato ancora organizzato.
Solo il 30 luglio gli atti amministrativi vennero consegnati.
Il 2 settembre ci fu il sopralluogo e anche in quel caso vennero riscontrate alcune irregolarità edilizie.
Il 28 settembre Di Felice emise ordinanza di sospensione e inviò comunicazione di reato alla Procura della Repubblica.
Il pm chiese di ascoltare i protagonisti della vicenda.
Prima di questo, però, il sindaco, come dimostrano le intercettazioni telefoniche, convocò il progettista dei lavori, Di Clemente (il committente) nel suo ufficio per metterli al corrente delle iniziative a loro carico e concordare insieme al segretario generale Di Felice le strategie difensive.
«Il dato genuino delle conversazioni intercettate», sostiene Campli, «non lascia alcun dubbio sull'esistenza di un illecito accordo tra sindaco e direttore generale per sottrarsi ai controlli istituzionali che, con caparbietà Chiola e Di Gregorio continuavano a mettere a segno».
Per il gip, grazie alle intercettazioni si è compreso il ruolo «intenzionalmente vessatorio e strumentale» dei vari provvedimenti disciplinari contro i due, così «come la sottoposizione ad autorizzazioni di ogni atto d'ufficio».

ASSESSORI E PARENTI, TUTTI SALVI

A marzo del 2009 il maresciallo segnalò un nuovo abuso edilizio, questa volta a carico di Paolo Scipione, fratello dell'assessore Ezio.
L'amministrazione comunale qualche mese dopo integrò il regolamento edilizio e trasformò «sanabili» quelle opere. Scipione si salvò così.
Lo stesso ha beneficiato anche di un permesso a costruire per una struttura posta a 6,50 metri dal ciglio della strada anziché a 8metri, così come stabilito dalla legge.
Altro assessore altro abuso: il 4 marzo alcuni cittadini denunciarono che presso l'abitazione dell'assessore Pietrangeli si stavano eseguendo lavori non autorizzati.
Di Gregorio inoltrò richiesta per fare il sopralluogo. Nessuna risposta.
Ma 15 giorni dopo la proprietaria, forse avvertita da qualcuno delle intenzioni del maresciallo, presentò, a lavori già iniziati, la Dia, la dichiarazione necessaria per iniziare i lavori.
Chiola chiese di accedere alla Dia ma prima ricevette un no, poi venne allontanato fisicamente dal direttore generale.
A giugno Chiola segnalò comunque gli abusi riscontrati e a luglio segnalò anche l'omessa adozione dei doverosi atti di polizia amministrativa di competenza del Comune.
Arrivò sempre negli stessi giorni al maresciallo la delega di indagine da parte della Procura di Pescara.
Ma Di Gregorio non potè evaderla perchè nel frattempo era stato sospeso dal servizio: nuova sanzione disciplinare.
Solo a fine luglio Chiola riuscì a fare il sopralluogo decisivo. Come mai arrivò il sì?
L'assessore diede il via libera al segretario generale.
Ma gli investigatori ascoltarono la conversazione: «se tu lo ritieni opportuno lo puoi autorizzare, ti volevo dire che da parte nostra ci sta questa volontà...».
Lo stesso assessore rientra anche un ennesimo caso al vaglio della magistratura, quello del 20 marzo 2009 quando con una nota l'Asl di Pescara avvertì il Comune del ritrovamento di materiale di scarto, contenente amianto, potenziale ricettacolo di ratti e insetti.
L'Asl invitò il sindaco a emettere una ordinanza di sgombero.
Ma i proprietari erano parenti di Pietrangeli così, sostengono gli inquirenti, il primo cittadino invece di scrivere l'ordinanza scrisse all'Asl e chiese di «provare» che il materiale di risulta contenesse amianto.
A ottobre il sindaco prese nuovamente carta e penna e chiese alla Asl di rivedere le proprie determinazioni e nessun provvedimento venne adottato contro i proprietari dei rifiuti.
«La consapevolezza dell'evidente benefizio», scrive il gip, «emerge con chiarezza dalle conversazioni intercettate tra il sindaco e il segretario generale nel corso della quale il sindaco ammette di averli avvantaggiati».
La Squadra mobile ha anche verificato che in casi analoghi l'amministrazione non ha esitato a emettere ordinanza di sgombero a carico delle persone interessate.
E i due proprietari di rifiuti, parenti dell'assessore, sono stati graziati anche qualche tempo dopo, quando Chiola aveva in programma una ''visita'' al loro agriturismo per controlli su presunti abusivi edilizio.
Il direttore generale fermò di nuovo tutto e il dipendente dovette arrendersi.

Alessandra Lotti 28/01/2010 8.44

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LA MULTA FATTA AL CONSIGLIERE CHE NON PIACE AL SINDACO


Ma non c'era solo l'abusivismo edilizio a far irritare il sindaco di Nocciano.
Un giorno, infatti, il maresciallo Di Gregorio multò il consigliere di maggioranza Vincenzo D'Aloisio per aver parcheggiato la propria vettura su strada provinciale dalla quale il Comune aveva rimosso gli stalli di sosta.
Una stessa multa venne comminata anche alla moglie del vigile per le stesse ragioni.
Il consigliere ha poi presentato ricorso al giudice di Pace con richiesta di danni per «lite temeraria».
Di Gregorio, in difesa delle ragioni del Comune, aveva predisposto una nota dettagliata in cui spiegava sia la correttezza del proprio operato sia che la causa intentata contro il Comune configurasse decadenza dalla carica di consigliere per incompatibilità.
Ma le considerazioni di Di Gregorio non piacquero troppo al primo cittadino e al segretario generale che chiesero più volte «con toni accesi» di ritirare le proprie osservazioni.
«Le intercettazioni ambientali», scrive il gip, «confermano la complicità esistente tra sindaco, consigliere e segretario tutti presi ad elaborare strategie utili per ottenere l'annullamento della multa».
Il 24 ottobre il sindaco scrisse al maresciallo di eliminare ogni riferimento alla decadenza della carica.
Il 26 ottobre il vigile ribadì la correttezza della proprie argomentazioni e insistette per ricevere la delega a rappresentare il Comune davanti al giudice di Pace.
«Per tutta risposta», scrive sempre il gip, «il sindaco inviò il carteggio al titolare dell'azione disciplinare che, puntualmente, promuoveva azione disciplinare contro Di Gregorio».
Sempre nell'ottobre dello stesso anno il sindaco fece rimuove la vettura di servizio di Di Gregorio con il carro attrezzi (mentre il vigile era in malattia) anzichè recuperare le chiavi in ufficio e spostare l'auto.
«Da tale illogica azione», scrive Campli, «è derivato il danneggiamento dell'avantreno dell'autovettura con aggravio di difficoltà per l'agente privato di indispensabile strumento di lavoro».
Che ci fosse una intenzione di provocare un danno il gip è certo e cita le intercettazioni telefoniche: «io non vado a prendere le chiavi da nessuna parte», disse il sindaco, «devono stare nell'apposito contenitore, dove ci stanno le chiavi di tutto....io non devo andare a chiedere...ma stiamo scherzando??»

a.l. 28/01/2010 8.43