Ennesima aggressione nel carcere di Sulmona, feriti tre agenti

Alessandro Biancardi

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SULMONA. Un detenuto psicotico in preda ai fumi dell’alcool ha dapprima minacciato con una lametta un ispettore e poi ha aggredito con calci e pugni un assistente capo di polizia penitenziaria ed un agente intervenuti per soccorrere il collega. * LA FIACCOLATA PER NIKI, IL 26ENNE MORTO IN CARCERE
La vicenda è accaduta qualche giorno fa nel penitenziario di Sulmona e la racconta il segretario Provinciale e vice Segretario Regionale Uil penitenziari, Mauro Nardella.
Pare anche che il detenuto in precedenza avesse più volte posto in essere gesti autolesionistici.
«I due poliziotti penitenziari», continua Nardella, «hanno dovuto far ricorso alle cure del medico del carcere e sono stati mandati a casa con una prognosi di cui non è data sapere l'entità ma sicuramente, stante l'elevata pericolosità del gesto subìto e la conseguente ansia che in questi casi subentra nei soggetti aggrediti, li terrà a casa per un bel pò di tempo».
«Di certo», contesta il segretario regionale, «non è questo il regalo che i figli di questi servitori dello Stato hanno sperato di avere per Natale. Trovarsi un padre impaurito e malmenato semplicemente perché costretto suo malgrado, al fine di portare un pezzo di pane a casa, a fare un lavoro che negli ultimi tempi a Sulmona non ha conosciuto eguali in tema di statistica, non offre affatto quel clima di serenità che in un periodo come questo si dovrebbe vivere».
Oramai la situazione al Carcere di Sulmona è divenuta ingestibile, sostiene la Uil: «12 sono state le aggressioni in 12 mesi relegando l'istituto Peligno ai primi posti tra le carceri italiane ad aver avuto il maggior numero di aggressioni».
Quasi sempre alla base di queste aggressioni, secondo il sindacato, vi sarebbe l'uso di alcool e lo stato psicotico degli aggressori.
«Abbiamo più volte chiesto di rivedere la concessione del vino ai detenuti», racconta ancora Nardella, «così come fatto in altre realtà penitenziarie, abbiamo più volte ribadito il concetto che un solo psichiatra, a parer nostro, non è assolutamente sufficiente a garantire un'adeguata gestione di più di 170 detenuti affetti da patologie psichiche; abbiamo sempre sostenuto che manca personale adeguatamente formato al contenimento di questi soggetti; abbiamo da molto tempo denunciato la grave carenza di personale aggravata ancor di più dalle conseguenze di queste aggressioni e che stanno tenendo a casa molti colleghi psicologicamente provati da queste esperienze».
«Malgrado ciò», va avanti Nardella, «i vertici dell'amministrazione penitenziaria, sono rimasti sordi di fronte alle nostre richieste e i nostri tentativi di rivedere la politica gestionale dell'istituto di Sulmona e non solo sono caduti nel vuoto. La situazione negli ultimi tempi è di parecchio peggiorata a seguito del sovraffollamento che sta caratterizzando il carcere di Sulmona e questo non fa ben sperare per il futuro».

A TERAMO I DUBBI SULLA MORTE DEL NIGERIANO

Stessi problemi di ingestibilità si registrano anche nel carcere di Castrogno di Teramo.
Qualche giorno fa lì è morto un altro detenuto: il nigeriano Uzoma Emeka di 32 anni.
Un'altra delle tante morti che si susseguono nell'ultimo periodo nelle carceri: suicidi, morti naturali, omicidi.
«Succede di tutto nei penitenziari», denuncia Giulio Petrilli, responsabile provinciale Pd dipartimento diritti e garanzie. «Mai come oggi questi sono la discarica della società, abbandonati a se stessi in celle sovraffollate e fatiscenti i 64mila detenuti/e, a fronte di una capienza massima di 40mila».
L'Abruzzo non fa eccezione e il carcere di Teramo ne è un esempio negativo, «in primis per il sovraffollamento», sottolinea Petrilli, «e poi stà strappando a quello di Sulmona il triste primato dei suicidi e delle morti, con l'interrogativo purtroppo legittimo che in qualche caso si possa trattare anche di omicidio».
La morte del detenuto nigeriano Uzoma Emeka, testimone di un pestaggio avvenuto all'interno del carcere di Teramo ne è un esempio.
«Arresto cardiocircolatorio, all'età di 32 anni: sono rarissimi questi eventi, attendiamo gli esiti dell'autopsia», annuncia il responsabile provinciale del Pd. «Nel frattempo non dimentichiamo che è sufficiente mettere nel caffè una dose eccessiva di alcuni farmaci che questo può accadere. Non sono per la cultura del sospetto, anzi, ma in questo caso un detenuto che può essere un teste chiave di un'inchiesta importante muore a 32 per arresto cardiocircolatorio, genera delle perplessità e dei dubbi fortissimi. Rendiamo con l'informazione, con le visite istituzionali, con un monitoraggio continuo, trasparenti le mure del carcere. Il carcere deve essere un luogo di espiazione della pena ma anche di recupero. Voltaire scriveva che la civiltà di una nazione si evince dallo stato delle sue prigioni».

21/12/2009 9.41

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LA FIACCOLATA PER NIKI, IL 26ENNE MORTO IN CARCERE

AVEZZANO. Freddo pungente e vento gelido non hanno fermato sabato sera quanti si erano dati appuntamento al centro di Avezzano per la fiaccolata in onore di Niki Aprile Gatti, 26 anni, che il 23 giugno del 2008 è stato trovato senza vita nel carcere di Sollicciano, provincia di Firenze, in cui era rinchiuso da quattro giorni.
Una ricerca della verità e di chiarezza che ha spinto i cittadini a formare due Comitati. Unico però l'obiettivo: evitare l'archiviazione del caso e riuscire finalmente a capire come sia morto Niki.
La mamma Ornella da mesi ormai sta lottando, insieme agli amici del figlio, per risalire alle cause del decesso.
Niki, mai stato in carcere prima di allora, aveva chiesto di essere messo in una cella con detenuti italiani e non violenti.
Era stato invece rinchiuso in una cella della quarta sezione con due detenuti extracomunitari per i quali era stata disposta una sorveglianza assidua.
Uno dei due, in una precedente detenzione, avrebbe minacciato di tagliare la gola al compagno di cella. Ma e' anche la dinamica della morte a non convincere i genitori del ragazzo.
Il ragazzo è stato trovato impiccato alla finestra del bagno con un paio di jeans e un numero imprecisato di lacci da scarpe.
«L'utilizzo di un solo laccio e' di per sè idoneo a causare la morte per strangolamento di una persona –scrissero qualche mese fa- ma certamente non idoneo a sorreggere il corpo di Niki del peso di 92 chili», ha detto decine di volte la mamma.
Ma sabato sono stati rivolti anche tre appelli: il primo alla comunità cattolica di Avezzano, assente alla manifestazione, e il secondo alla magistrature affinchè il caso non venga archiviato.
«Molto materiale lo avevate già», ha detto la signora nel suo appello rivolgendosi ai magistrati. «Analizzate, studiate, con il cuore in mano vi supplico, non archiviate, così come si archivia un libro già letto, Niki era un ragazzo di soli 26 anni con mille sogni e progetti nel cassetto e con una vita tutta da vivere. Chiediamo solo verità e la giustizia».
Un altro appello è stato rivolto a quanti sanno qualcosa ma non parlano: «liberatevi del male che si è impadronito del vostro essere e parlate».

21/12/2009 10.34