Un anno fa l’arresto dell’inarrestabile Luciano D’Alfonso

Alessandro Biancardi

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Un anno fa l’arresto dell’inarrestabile  Luciano D’Alfonso
PESCARA. Un anno fa l’arresto più eclatante degli ultimi anni, quello dell’ex sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso. Eclatante perché il politico di centrosinistra era considerato come il più potente d’Abruzzo. Anche più potente dell’ex governatore Pd, Ottaviano Del Turco.
Ad un anno da quegli arresti così contestati si è in attesa della prima udienza preliminare (il 22 dicembre) nella quale bisognerà discutere questioni procedurali per poi avviarsi presumibilmente verso il processo. L'indagine Housework, così denominata perché voleva avere l'obiettivo di fare un po' di pulizia in casa propria (al Comune di Pescara), è durata circa un anno e mezzo ed ha scandagliato solo una minima parte dell'attività amministrativa della giunta D'Alfonso, tutta ricompresa in circa 50 faldoni che gli avvocati difensori hanno già studiato per decidere quali strategie adottare.
Con D'Alfonso dovranno difendersi altre 26 persone che a vario titolo dovranno rispondere di concussione, corruzione, tentata concussione, peculato, falso ideologico, truffa, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita, abuso d'ufficio, favoreggiamento e turbata libertà degli incanti.
E per alcuni di loro anche l'accusa più grave di associazione a delinquere, cioè di aver costituito una vera e propria squadra che aveva di fatto annullato diritti e norme al fine di conseguire un vantaggio privato, spesso legato all'immagine del sindaco o all'accrescimento del bacino di voti.
Il gip nell'ordinanza parlò chiaramente di «democrazia venuta meno» e di «squadra d'azione del sindaco» di cui il braccio destro era Guido Dezio, vincitore di un concorso contestato che ha dato vita ad un'altra inchiesta penale.
Il braccio sinistro era invece il dirigente Giampiero Leombroni, ideatore tra gli altri del bando dell'area di risulta ed oggi dipendente e consulente delle imprese della famiglia Toto.



UNA INCHIESTA DIFFICILE E DELICATA

Quella che portò all'arresto di D'Alfonso fu un'inchiesta difficile e per certi versi delicata dove spesso ha influito un certo “timore reverenziale” dovuto probabilmente alle implicazioni che le verità che man mano emergevano potevano causare.
Un arresto tra l'altro durato meno di una settimana (domiciliari) e revocato dal Gip Luca de Ninis con provvedimento non privo di incongruenze e contraddizioni apparenti. Se in quel provvedimento il quadro accusatorio sembrava ridimensionato in un successivo provvedimento, quello del sequestro della villa di Lettomanoppello, le cose furono ribaltate nuovamente.
Una inchiesta tanto speciale che è culminata con un arresto alle 22.30 del lunedì dello spoglio delle elezioni regionali, resesi necessarie in seguito all'arresto dell'ex presidente Del Turco.
Pochi giorni dopo scoppiò il caso del certificato medico che servì a D'Alfonso per evitare l'arrivo del commissario prefettizio e mantenere in piedi il suo governo. Un altro caso nazionale che fece indignare alcuni.
Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Gennaro Varone, hanno messo in luce alcuni aspetti dell'amministrazione e si è potuto appurare come D'Alfonso, per esempio, fosse solito viaggiare sugli aerei privati di Carlo Toto o a lui pagati, come alcune cene elettorali fossero pagate da imprenditori e nel frattempo avevano comunque rapporti con il Comune, di come l'ex primo cittadino fosse riuscito a costruire una casa con una spesa abbondantemente al di sotto del prezzo di mercato, dovuto al fatto che moltissime opere non gli sono state conteggiate.
La ditta che si è occupata dell'intero progetto della villa di Lettomanoppello ha poi ricevuto una serie di appalti in affidamento diretto dal Comune di Pescara (dirigente Leombroni) per centinaia di migliaia di euro. E poi ci sono gli appalti come quello dell'area di risulta ed alcuni accordi di programma ma il filo logico seguito dagli inquirenti è stato quello del denaro versato e riportato nella famosa "lista Dezio".



I SOLDI NON CI SONO MA LA PROVA SI'

La lista conteneva una serie di versamenti mai registrati e che dunque la procura reputa a tutti gli effetti essere delle vere prove tangenti che hanno inquinato la vita amministrativa della città con decisioni frutto della corruzione e della concussione.
Ma pur in assenza di tracce circa l'ipotetico tesoro accumulato da D'Alfonso negli anni (mai trovato) il pm Varone è riuscito comunque a dimostrare come per un lunghissimo tempo di anni la famiglia dell'ex sindaco non avesse prelevato soldi dai conti conosciuti e, dunque, il tenore di vita doveva essere assicurato da fonti extra, tutt'oggi sconosciute.
Per quanto riguarda invece le dazioni in nero la procura è riuscita a ricostruire tutti i passaggi di denaro ritrovando per moltissimi casi tutta la documentazione contabile di assegni o versamenti bancari e non.



IL SINDACO RICEVE IN HOTEL

Nei 50 faldoni del processo ci sono poi anche tutta una serie di piccoli dettagli ed episodi che mettono in luce il personaggio centrale, l'ex amministratore oggi trasferitosi in Molise ma che continua ad avere rapporti molto stretti con la politica e l'economia locale.
Negli ultimi mesi della sua amministrazione D'Alfonso, ormai ossessionato dalle voci di imminente arresto che giravano da tempo, aveva preferito ricevere imprenditori e questuanti non presso il suo ufficio a Palazzo di città ma in un vicino hotel.
Ad un imprenditore che chiedeva come mai, l'ex sindaco rispose che in questo modo poteva dargli la precedenza perché davanti la sua porta stazionavano sempre tantissime persone.
Qualcun altro, invece, era stato ricevuto nell'ufficio del sindaco ma era stato avvertito di utilizzare bene le parole con un gesto eloquente dell'amministratore che con un dito roteato in aria sembrava indicare la possibilità di microspie.
Una ossessione, quella di essere ascoltato, che per mesi ha assillato dipendenti e dirigenti del Comune.
La paura era costante tanto da aver reso quasi inutile le brevi intercettazioni concesse dal gip poiché per parlare, in più di una occasione, il sindaco chiedeva il favore di un cellulare in prestito da qualcuno che aveva a tiro.
In un altro caso, invece, era stato stabilito al telefono un appuntamento con un imprenditore presso un bar che è stato disdetto appena un minuto prima per poi scegliere un nuovo luogo e depistare gli eventuali inquirenti alle calcagna.
Una inchiesta, anche questa, che ha dovuto fare i conti con diverse fughe di notizie, giunte puntuali all'ex sindaco che a sua volta dava consigli ai suoi di non parlare al telefono.
Consiglio prontamente recepito dall'attuale presidente del consiglio, Licio Di Biase, che al telefono con un suo interlocutore diceva che D'Alfonso gli aveva consigliato di non parlare al telefono perché erano sotto controllo.
Registrati e accertati anche i numerosi incontri nel garage del Comune soprattutto con imprenditori. Annotati anche i suoi numerosi viaggi all'estero, i suoi spostamenti in Italia per colloqui con personaggi influenti e quelli in Vaticano.



LE RACCOMANDAZIONI COME ABITUDINE

Il grande potere di D'Alfonso derivava probabilmente dall'enorme bacino di voti che era riuscito a conquistarsi nell'arco di oltre un decennio di attività non disdegnando quelle che chiamava “segnalazioni”, vere e proprie raccomandazioni che gli imprenditori non potevano non assolvere così come erano pronti ad elargire milioni di euro solo perché li richiedeva il sindaco.
Gli inquirenti hanno anche notato moltissimi contatti con Concetta (Titti) Petruzzi, presidente della Casa di Cura Villa Serena di Pescara, con una frequenza tale che ha insospettito la procura ma che non avrebbe fatto emergere nulla di penalmente rilevante.
Moltissimi contatti, ma discreti, anche con Vincezo Angelini della clinica Villa Pini più volte interpellato su D'Alfonso e sempre chiaro e netto nel ribadire che all'ex sindaco «non ho mai dato soldi».
Gli inquirenti lo hanno sentito poiché giravano voci secondo le quali «D'Alfonso avrebbe preso molti più soldi di Del Turco» ma anche su questo versante sarebbero state recuperate solo alcune testimonianze, alcune delle quali anche contrastanti.
Pare però ci fosse accordo sul fatto che D'Alfonso avesse chiesto più volte favori e avesse fatto segnalazioni per assunzioni.
La segretaria di Angelini ricorda molto bene di aver avuto a libro paga ("libro matricola") Antonio Di Girolamo, Margherita e Pd, oggi nel cda di Ambiente spa, ed ex amministratore anche in Provincia ai tempi di De Dominicis.
«Dottor Angelini», domandò una volta la segretaria di Villa Pini, «quanto tempo ancora dobbiamo tenerlo Di Girolamo?». Angelini sembrò sorpreso e cadere dalle nuvole come se non sapesse o non ricordasse e ne ordinò la cancellazione.
Per molti casi accertati la procura ha disposto stralci che daranno vita a nuove inchieste come quella della segnalazione alla Asl di Chieti di una dottoressa che si era rivolta a D'Alfonso per il trasferimento.
La richiesta venne esaudita e la donna si sdebitò comprando un portatile di cui il sindaco aveva «molto bisogno».

15/12/2009 9.02

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