Allevatori, «ricorso alla Corte di Giustizia della Ue»

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Si consegnano oggi le 700 pecore che i pastori sardi hanno voluto inviare all’Abruzzo come risposta del mondo pastorale alla regione colpita dal terremoto.
Un segno tangibile di quella solidarietà concreta che da sempre caratterizza chi è abituato a convivere con le ricchezze ma anche con le asperità che la natura offre ai pastori.
Ma proprio in questi giorni gli allevatori abruzzesi si sono associati per promuovere collettivamente un ricorso alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee affinchè sia garantito il rispetto delle normative comunitarie e siano immediatamente bloccate queste speculazioni ai danni delle aziende tradizionali agropastorali e dei contribuenti.
Gli allevatori abruzzesi hanno inoltre annunciato una mobilitazione generale che affiancherà la presentazione del ricorso al fine di informare l'opinione pubblica e sensibilizzare le istituzioni «perché i nostri pascoli non siano oggetto di un mercanteggiare e di una coltivazione di contributi europei che nulla hanno a che fare con il mantenimento del territorio e delle migliori tradizioni d'Abruzzo».
«Queste 700 pecore, così faticosamente trasportate oltre il braccio di mare che separa la Sardegna dal continente, potrebbero non avere vita facile in Abruzzo», spiega Nunzio Marcelli, allevatore, presidente dell'associazione regionale Produttori Ovicaprini dell'Abruzzo e responsabile del bioagriturismao La Porta dei Parchi di Anversa degli Abruzzi. «I pascoli che sembrano abbondare nel nostro territorio sono infatti terreno di uno scontro economico che li vede contrattati e acquistati da società o singoli con disponibilità di capitale non paragonabili a quelle delle aziende tradizionali del mondo pastorale».
Per Marcelli la verità è che gli uffici ministeriali e quelli della Comunità Europea «sono troppo lontani dai pascoli e dalla loro realtà: così accade che regole nate per favorire la presenza degli animali al pascolo – la così detta “estensivizzazione” – prevedendo un minimo di terreni per ogni animale, in assenza di ogni controllo sul territorio hanno prodotto invece un mercato alterato in cui la disponibilità di capitale ha consentito a pochi mercanti senza scrupoli e spesso senza alcun legame col territorio, di accaparrarsi i terreni a prezzi impossibili da sostenere per gli allevatori tradizionali locali».
Col risultato che quei terreni rendono due volte: «prima come fonte di contributi europei», spiega Marcelli, «nonostante le mucche non le abbiano viste nemmeno in cartolina; poi, come frutto di subaffitti agli allevatori locali costretti ad accettare condizioni capestro per poter fruire dei loro stessi pascoli, espropriati da pratiche illegittime. Subaffitti che non sono consentiti dalla normativa, ma in assenza di controlli il mercato nero prospera».
Così accade che il denaro dei cittadini italiani ed europei che dovrebbe servire a garantire la biodiversità, il mantenimento di pratiche di allevamento tradizionali e rispettose dell'ambiente, diventi invece strumento di pratiche «immorali», come le definisce Marcelli, «che arricchiscono coltivatori di contributi senza scrupoli, costringendo sempre più aziende tradizionali abruzzesi a chiudere. A chi giova questa situazione, in cui personaggi di dubbia moralità speculano nel silenzio delle istituzioni preposte al controllo?»
Questa situazione insostenibile, spiega ancora l'allevatore, « è contraria allo spirito con cui sono stati concessi i contributi europei, compromette il tessuto sociale ed economico della Regione e la biodiversità del nostro territorio».

20/11/2009 9.23