La rabbia di Alba Adriatica, il corteo diventa spedizione punitiva

Alessandro Biancardi

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ALBA ADRIATICA. Alba Adriatica è una cittadina ferita, arrabbiata, stufa di episodi di violenza ad opera di rom. * DUE ZINGARI SI DISCOLPANO: «E’ STATO ELVIS» * ANTONIO ED EMANUELE, LA RABBIA SU FACEBOOK

Adesso tutti sono coscienti che si è arrivati ad un punto di non ritorno.
Anche il sindaco, Franchino Giovannelli, è «arrabbiato, offeso amareggiato».
Lui non vuol sentir parlare di «emergenza sicurezza», ma sostiene che il nome della città non possa essere rovinato in questo modo.
«Alba Adriatica non è questa», ha ripetuto più volte ieri, davanti a telecamere e microfoni di tutta Italia. «La nostra è una città tranquilla, accogliente, che vive di turismo».
Quello che resta adesso è la morte di Emanuele Fadani, ucciso a botte nella notte tra martedì e mercoledì scorso.
Proprio come Antonio De Meo, cameriere di 23 anni che il 9 agosto scorso è stato massacrato, anche lui da tre zingari ubriachi. Due storie tragicamente identiche che la città non riesce e forse non vuole nemmeno digerire.
La gente dice basta, è esasperata. E ieri sera la fiaccolata di solidarietà per la nuova vittima di balordi criminali si è trasformata in una spedizione punitiva.



La rabbia è esplosa violenta ad opera di chi sente di essere stata ferita nel profondo.
Alle 19, durante il corteo è esplosa la reazione violenta.
Centinaia di manifestanti hanno lanciato sassi e fumogeni contro le abitazioni e le auto dei rom, mentre transitavano lungo via Battisti e via Oberdan.
Sono stati lanciati massi pesanti distruggendo le finestre degli alloggi degli zingari, mentre un principio di incendio ha riguardato un'abitazione.
I più facinorosi se la sono presa anche con alcune vetture, una decina in tutto: le hanno tirate su di peso e ribaltate.
Prima di raggiungere il quartiere abitato dai rom, il corteo era passato anche nei pressi della caserma dei carabinieri, in via Duca d'Aosta, dove si trovavano in stato di fermo due dei tre responsabili.
Anche lì la rabbia è stata incontenibile.
La gente ha gridato «zingari assassini» ed è stato srotolato un lungo manifesto con la scritta, «Adesso basta, il prossimo sarai tu».
Poi quando le auto dei carabinieri che trasferivano in carcere i due accusati sono uscite dal recinto della caserma sono volati ancora insulti, c'è chi ha tentato di colpire le macchine.
Il linciaggio è stato evitato dall'intervento dei militari.
La situazione è tornata alla normalità, non senza difficoltà grazie all'intervento dei carabinieri e degli agenti di polizia intervenuti da Teramo di rinforzo.
Il gruppo di cittadini è stato riaccompagnato nella zona di partenza, a Piazza del Popolo, dove hanno stazionato in una sorta di veglia notturna.
Alba Adriatica è una città ferita, che oggi conta due morti Emanuele e Antonio.
Uniti nello stesso tragico destino.

12/11/2009 8.37


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DUE ZINGARI SI DISCOLPANO: «E' STATO ELVIS»

ALBA ADRIATICA. Elvis, Danilo, Sante: sono loro i tre zingari indagati nell'inchiesta sul delitto di Emanuele Fadani.
Hanno tutti tra i 20 e i 25 anni. Danilo Levakoich e Sante Spinelli si sono presentati alla caserma Isaia Ceci all'alba di ieri. Manca ancora all'appello Elvis Levakoich, cugino di Danilo.
Quest'ultimo avrebbe fatto sapere, attraverso i propri legali, della volontà di presentarsi in caserma nelle prossime ore. Ma non c'è niente di certo.
E ieri, prima di essere trasferiti nel carcere di Castrogno, i due giovani avrebbero ricostruito la dinamica dell'incidente e avrebbero addossato ogni responsabilità ad Elvis.
Sarebbe stato il terzo ragazzo a colpire Emanuele, a pestarlo di botte più e più volte tanto da ucciderlo.
E la tragedia, raccontata dai protagonisti e dai testimoni, non ha niente di sensato.
I rom sarebbero usciti intorno alle 2 da un pub insieme ad Emanuele.
All'esterno c'é stata una scintilla, è scoppiata la discussione, l'inseguimento per strada, l'aggressione. Brutale, bestiale, a calci e cazzotti, forse anche con un tirapugni.
In tre contro uno. Emanuele poi è caduto a terra, il suo amico è intervenuto per evitare il peggio, le ha prese anche lui tanto che sarà medicato all'ospedale.
I tre hanno continuato a menare duro, contro un fantoccio, un corpo sanguinante e privo di sensi. Poi sono fuggiti, prima dell'arrivo dell'ambulanza.
Emanuele, esanime, ha una profonda ferita alla testa, ed è morto in pochi minuti sulla strada per l'ospedale di Giulianova.
La mamma di uno degli indagati ha ammesso che i tre ragazzi sono quelli coinvolti nella rissa mortale. Perché lo hanno fatto: «non lo sanno», ha risposto.
Ma ha detto chiaramente che i tre erano accecati dai fumi dell'alcol.
Adesso per i primi due è stato notificato l'avviso di garanzia di persone sottoposte a indagini, con il diritto di nominare un legale e un perito di parte nel corso dell'autopsia sulla vittima, atto irripetibile disposto dal pubblico ministero che si terrà questo pomeriggio alle 15.
Il magistrato ha affidato l'incarico all'anatomo-patologo Cristian D' Ovidio: l'esame necroscopico sarà effettuato nell'obitorio dell'ospedale di Giulianova.
Tutti e tre erano già noti alle forze dell'ordine per piccoli precedenti per reati contro il patrimonio e in materia di stupefacenti.
Ma nel passato di Danilo c'è anche qualcosa di più grave: a giugno di un anno fa fu arrestato perché coinvolto in vasto giro di droga, in occasione del sequestro di oltre 40 chili di hashish, e rimesso in libertà dopo alcuni giorni.
E oggi c'è qualcuno che si chiede perché fosse stato scarcerato dopo poco tempo dall'arresto.
In serata i due fermati sono stati trasferiti nel carcere di Castrogno.
La decisione del magistrato è arrivato al termine di una giornata di verifiche e valutazioni delle dichiarazioni di alcuni testimoni e degli stessi due indagati.
Sono rimasti in bilico tra lo stato di fermo e l'arresto, tra la contestazione di delitto preterintenzionale o quella più grave di omicidio volontario.
Questa notte la prima notte in carcere.

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ANTONIO ED EMANUELE, LA RABBIA SU FACEBOOK


Emanuele Fadani aveva 37 anni. Era titolare con il fratello di una società di distribuzione di videogiochi, sposato e padre di una bambina di tre anni.
Martedì notte è entrato nel pub 'Black Out' per incontrare Adriano, suo collaboratore.
Insieme sarebbero dovuti partire per Imola, dove dovevano da prelevare macchinari.
Non ci arriveranno mai.
Antonio Di Meo aveva solo 23 anni. Era uno studente di Biologia. Il 10 agosto scorso, di pomeriggio, è stato malmenato da tre rom che gli avevano rubato la bicicletta.
Lo hanno colpito più volte con violenza al volto, alla tempia e alla nuca.
E' morto così, come Emanuele, esanime sul cemento.
Due vite quelle di Emanuele e Antonio legate da un filo nero. E oggi i giovani come loro dicono basta.
Lo hanno fatto ieri per strada, aspettando davanti alla caserma l'uscita dei due rom indagati.
«Fateli uscire, ci pensiamo noi», gridava la folla inferocita.
E la rabbia è esplosa anche su Facebook dove ieri è nato un gruppo “Per non dimenticare Antonio ed Emanuele” che in poche ore ha già fatto
registrare 500 iscritti. Ma c'è anche un gruppo dedicato solo ad Emanuele dove gli amici ricordano il ragazzo.
Sulla bacheca si rincorrono messaggi di solidarietà e non solo.
«Che schifo, tolleranza zero, tutti a casa vostra!», scrive Cristina.
«Invece di incitare la violenza», replica Well, «dobbiamo essere solidari con le famiglie delle due vittime e pregare perché riposino in pace».
«Io non credo che il razzismo qui c'entri qualcosa», scrive Valentino, «ho molti amici di colore e sono delle persone stupende».
«Bisogna farsi vendetta», scrive Vittorio, «ora basta con questa storia, ne sono già morti 2, vogliamo che succeda ancora?»
«Io sono sconvolta», il messaggio di Alessandra «3 contro 1 è da vigliacchi!! queste persone non mostrano il ben che minimo interesse nei nostri confronti....per loro siamo gente di serie b perchè abbiamo valori di civile convivenza..»
«Questi pesudo-animali», interviene Dario, «da sempre fanno scazzottate e vivono di prepotenze , non lavorano ed hanno ville, case, auto ... ma perchè nessuno li controlla ?? Questo significa essere razzista ????»
«Sono un padre di 2 bimbi», racconta Giuseppe. «Oggi mi sono trovato, spinto da un'onda emotiva incontrollabile, a spaccare case e macchine a queste bestie. Capisco da solo di non aver fatto niente di buono, ma la sensazione di sollievo stasera è tanta».
«E' successo», scrive Guglielmo, «Purtroppo si diceva da tempo "Prima o poi ci scappa il morto" non è bastato uno, ma è stato necessario un secondo assassinio per indignarci veramente e scendere in piazza, magari esagerando, purtroppo».
«La tua morte non verrà scordata, addio Emanuele», scrive Simone sulla pagina dedicata alla vittima.


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