Suicidio Blefari. Gabrielli: «ora risposte inevase sulle armi»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l’omicidio del professor Marco Biagi del 19 marzo 2002, si è uccisa a 41 anni nel carcere di Rebibbia.

«Provo compassione, perché comunque una persona si è tolta la vita» ha commentato il prefetto dell'Aquila Franco Gabrielli, «ma analogamente provo rammarico perché, con la morte della Blefari, della brigatista Blefari, che era a conoscenza di dove erano state nascoste le armi che non furono trovate in via Montecuccoli».
Sabato sera, dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell'ergastolo, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella sua cella.
Il prefetto dell'Aquila che ora lavora in Abruzzo dai giorni immediatamente successivi il terremoto del 6 aprile scorso, nel dicembre 2003 era capo della Digos di Roma e fu uno dei principali artefici della scoperta del covo Br in via Montecuccoli, poi dell'arresto della Blefari a Santa Severa.
Proprio in seguito a quella vicenda fu promosso per meriti straordinari.
Gabrielli non ha dimenticato quel periodo e quei giorni in prima linea, anche se dice «ricordo che cercavamo questa persona dopo il ritrovamento del covo il 21 dicembre, lei era stata l'affittuaria dello scantinato di via Montecuccoli e aveva lasciato l'appartamento di sua proprietà».
La donna al momento dell'arresto si era dichiarata «militante rivoluzionaria del Partito comunista combattente». Riconosciuta come «la compagna Maria» – che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell'omicidio – alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell'omicidio e la partecipazione al pedinamento a Modena.

«UNA DONNA PROBLEMATICA»

Gabrielli accetta, invece, di delineare la personalità della donna: «se è possibile riassumere la definizione di una persona con un solo termine, direi che la Blefari era problematica. Tutta la sua storia pregressa familiare, poi tutte le vicende successive, la sua stessa posizione nelle fasi processuali, fanno emergere una innegabile problematicità, ma non si poteva pensare che la sua condizione potesse preludere a un epilogo del genere».
Gabrielli si è detto anche sicuro che il suicidio della donna «sarà oggetto delle solite polemiche. I suicidi sono sempre annunciati e mai annunciati, la cosa che fa riflettere è che sono affermazioni che si fanno sempre dopo».
E queste polemiche, infatti, sono prontamente scoppiate.
«Il problema è che tutti si eserciteranno a dibattere se le condizioni psichiche fossero tali da consentire la reclusione - ha detto l'ex capo della Digos -. Ma questa è una cosa che attiene alle autorità di polizia penitenziaria, che conoscono le carte e le documentazioni. Per questo la disputa è destinata a risultare sterile».
Gabrielli ha una sua idea anche su una delle cause che potrebbe aver indotto la Blefari a togliersi la vita: la conferma dell'ergastolo da parte della Cassazione di cui la Blefari era stata informata da poco.
«Credo sia una notizia che può sconvolgere chiunque, ma sono sempre analisi del dopo, e quindi le dichiarazioni sono esercizi sterili: non aggiungono nulla rispetto alla tragedia che si è consumata». Su un punto Gabrielli è molto chiaro: «Che la Blefari fosse corresponsabile dell'omicidio Biagi e che fosse membro dell'organizzazione è inequivoco, quindi la pena era giusta».

02/11/2009 9.14