Ordine avvocati, presidente Tatozzi lascia: «non sono Don Chisciotte»

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Il presidente dell’Ordine degli avvocati, Camillo Tatozzi, con una lettera aperta ai colleghi, comunica le dimissioni dal suo incarico dopo 15 anni. «Il mio è un atto di coraggio, non di resa, per tentare di scuotere le coscienze dei rassegnati e dei compiacenti».

L'avvocato Tatozzi spiega i motivi delle sue dimissioni in maniera chiara, diretta ed efficace, senza nascondere una sincera passione per il lavoro svolto.
Una sorta di sfogo contro le lungaggini, i rinvii, le trafile burocratiche e contro la mancanza di appoggio da parte di quei consiglieri dell'Ordine che sembrano non condividere la sua lotta al miglioramento del Tribunale di Chieti.
Nonostante la denuncia dei grandi disservizi attuali, Tatozzi ricorda i grandi miglioramenti rispetto alla situazione del 1994, anno in cui assunse l'incarico di presidente.
«Il nostro Tribunale sta vivendo una condizione che definisco non già drammatica, ma umiliante per l'Avvocatura. Non si possono, per esempio, trascorrere ore davanti alla cancelleria civile di Ortona in attesa del proprio turno (e le attese sono generate dal divieto assoluto a carico degli avvocati di prelevare i fascicoli dagli scaffali, o di fotocopiare i verbali a fine udienza, così da costringerli ad un successivo duplice accesso in cancelleria, per la richiesta ed il ritiro della copia); non si possono trascorrere ore davanti alla camera di consiglio in attesa che la causa venga chiamata (quando sarebbe sufficiente consegnare il fascicolo alle parti e consentire loro di verbalizzare le rispettive deduzioni); non si possono sottrarre ai testimoni nei processi penali intere giornate lavorative nella vana attesa di essere interrogati (salvo poi scoprire a tarda ora che il processo va rinviato)».
E' il racconto di una «triste esperienza quotidiana del nostro Tribunale che vede gli avvocati privi della loro dignità: di quella che il codice civile definisce “il decoro della professione” nonostante i continui, ma ahimè, inutili suggerimenti purtroppo sistematicamente disattesi!», scrive Tatozzi.
L'avvocato dichiara a chiare lettere di non volersi rassegnare «a questa degradazione del professionista forense, da attore del processo, ad utente dei servizi giudiziari».
Tatozzi affronta poi di petto, senza mezzi termini, il capitolo “consiglieri”, spiegando: «io non sono un Don Chisciotte: il Consiglio, nella sua collegialità, deve condividere le iniziative del suo Presidente. Il Presidente non è il parafulmine, ma il faro dell'Ordine forense: deve tutelare gli interessi degli iscritti anche in pregiudizio dei proprio(…); ma deve godere del sostegno incondizionato di tutti: ed in primo luogo dei Consiglieri, soprattutto quelli che devono la loro elezione al Presidente che li ha sostenuti».
«Ho tuttavia dovuto- continua Tatozzi- amaramente constatare che la riconoscenza è merce rara, addirittura più rara del coraggio di assumere posizioni dialettiche e se necessario conflittuali nei confronti dei nostri interlocutori, al fine di restituire dignità all'avvocatura Teatina».
La lettera si conclude con «l'irrevocabile» rassegnazione delle dimissioni come presidente e come consigliere dell'Ordine «dopo oltre trent'anni».
Un atto di coraggio, ritiene Tatozzi, che spera possa «indurre l'Avvocatura a quello scatto di orgoglio che possa restituirLe l'onore che merita».

m.r. 17/10/2009 12.12