La D’Annunzio preme per l’aziendalizzazione, poi ritira "l’ultimatum"

Alessandro Biancardi

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La D’Annunzio preme per l’aziendalizzazione, poi ritira "l’ultimatum"
IL CASO. CHIETI. «L'aziendalizzazione dell'ospedale di Chieti s'ha da fare, al massimo entro sei mesi». Questo il primo avvertimento dell'Università d'Annunzio alla Regione, affidato ad una delibera del Consiglio di facoltà di Medicina.
«Ci auguriamo che ci sia un ripensamento sulla sospensione del progetto di trasformazione del SS. Annunziata in azienda universitaria autonoma»: seconda e definitiva richiesta affidata ad un'altra delibera, però opportunamente emendata.
Cosa è successo alla d'Annunzio, facoltà di Medicina, nelle tre ore – dalle 12,30 alle 15,33 – che hanno separato i due Comunicati stampa sullo stesso argomento?
Come mai si è passati dai toni ultimativi e perentori al testo finale molto più soft, quasi il ruggito di un coniglio?
Apparentemente spiega tutto il secondo comunicato, quello “errata corrige”, che chiede di non prendere in considerazione le frasi riportate nel primo sui rapporti Università-Regione in campo sanitario.
Di fatto la correzione sottolinea la gaffe divenuta evidente proprio per il ripensamento che c'è stato.
E la prima delibera diventa improvvisamente il lapsus involontario che forse spiega meglio di ogni altra dichiarazione il vero pensiero dell'Università sulla Regione in campo sanitario.

L'ULTIMATUM RITIRATO

Almeno confrontando i due documenti sulla richiesta legittima di ripristinare il processo di aziendalizzazione, una storia che si trascina dal 2004 e che doveva trovare compimento entro dicembre 2009.
La prima delibera “concede” alla Regione solo sei mesi di tempo per riparare ai danni provocati dal blocco -anche se temporaneo- e chiede all'unanimità «che il nuovo Piano sanitario comunque preveda il superamento dell'attuale modello organizzativo di collaborazione tra Università e Regione».
La seconda delibera trasforma in “auspicio” la necessità di tempi certi per l'aziendalizzazione: comunque sempre non oltre il semestre e all'interno del nuovo Piano sanitario, senza però far cenno al superamento dell'attuale modello organizzativo di collaborazione con la Regione.
Quali saranno stati i motivi di opportunità che hanno fatto preferire la seconda versione?
La seconda stesura del documento mostra con chiarezza che c'è stato l'intervento riparatore di qualcuno che ha fiutato il pericolo: una vittoria dei falchi della facoltà di Medicina avrebbe potuto mettere in difficoltà a Roma il rettore Franco Cuccurullo, che pure durante il consiglio aveva lanciato la proposta dell'Azienda ospedaliera/Polo universitario così come funziona in Lombardia e chiesto nuovamente l'Irccs (l'istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) con vocazione “Aging” dove oggi c'è il Cesi, il centro per l'invecchiamento.
Interessante anhe il modo in cui vengono partorite le delibere.
Di certo il contenuto sostanziale della discussione del Consiglio di Medicina in entrambe le delibere non prevede una sola parola sulla qualità dell'assistenza sanitaria, sui servizi al cittadino, sulle proposte di risanamento dei conti, sui tagli al personale e in genere sui rapporti con la Regione, che poi è quella che paga buona parte dei costi delle Cliniche universitarie.
L'ombelico dei problemi sembra solo quello della sospensione del progetto di aziendalizzazione, senza nessun approfondimento dei motivi economici (tutti stringono la cinghia e l'Università non si preoccupa del deficit che potrebbe procurare?) che hanno convinto Governo e Parlamento ad inserire questa disposizione temporanea nel decreto post terremoto.

AZIENDA UNIVERSITARIA IN TEMPI DI VACCHE MAGRE

Eppure sarebbe bastato leggere il Piano industriale della Asl di Chieti, recentemente approvato dal Commissario governativo Gino Redigolo, per comprendere una realtà di fatto ineludibile: in tempi di vacche magre pensare ad un'azienda universitaria autonoma, con il sistema di pagamento delle prestazioni a quota capitaria e cioè un tanto per ogni cittadino e magari a Drg (cioè per prestazione standard) per la mobilità attiva, è da folli: si andrebbe a creare un mostro capace di produrre solo deficit corposi.
Un'azienda autonoma si regge invece se ha più reparti di eccellenza, un respiro territoriale (ad esempio Chieti e Pescara) e pagamento più elevato per prestazioni di alta specializzazione.
Senza dire che una parola poteva essere spesa anche per il personale drammaticamente carente: non si può pensare a reparti di eccellenza e a prestazioni ultraspecialistiche meglio remunerate, facendo affidamento sui precari e sugli specializzandi sottopagati oppure sugli infermieri e sui medici che mancano all'appello.
Eppure la Asl lo dimostra analiticamente alla pagina 19 del Piano industriale, con uno specchietto sulla dotazione organica minima per l'istituenda Azienda ospedaliera.
E si legge chiaramente che «la creazione di un'Azienda autonoma non può prescindere dalla crescita del valore medio delle prestazioni e dallo sviluppo delle alte specializzazioni».
E nel piano industriale della Asl di Chieti vi è anche una simulazione della situazione economica dell'Azienda ospedaliera con i dati contabili 2008. Il risultato economico è drammatico: il deficit arriva oltre 59 milioni, anche se la reingegnerizzazione della rete ospedaliera e dei servizi potrebbe portare un ulteriore risparmio di 4 milioni e mezzo.
«Tuttavia appare evidente – si legge a pagina 26 - che anche ipotizzando recuperi di efficienza, incrementi di attività ad alto valore aggiunto e finanziamenti ad hoc per l'area emergenza/terapia intensiva, se l'Azienda ospedaliera sarà remunerata sulla base del valore a tariffa delle prestazioni erogate non potrà raggiungere l'equilibrio economico. Per arrivare al punto di pareggio sarebbe necessario aumentare del 40% il valore dei Drg e aumentare contemporaneamente del 28% il volume di produzione (da 41.500 a 53.352 ricoveri) a parità di dotazione di personale per arrivare a pareggiare le spese».

Sebastiano Calella

LE DIFFERENZE TRA I DUE COMUNICATI

Prima stesura: «Gli intervenuti alla discussione sottolineano, inoltre, la necessità che venga riattivato in tempi certi il processo di aziendalizzazione interrotto dalla legge n. 77, auspicando che l'iter possa definitivamente concludersi entro sei mesi anche considerando che la regione sta redigendo un nuovo piano sanitario. A tal proposito la Facoltà unanime ritiene che il nuovo Piano Sanitario Regionale comunque preveda il superamento dell'attuale modello organizzativo di collaborazione tra Università e Regione. La Facoltà approva all'unanimità».

Seconda stesura: «Gli intervenuti alla discussione sottolineano, inoltre, la necessità che venga riattivato in tempi certi il processo di aziendalizzazione interrotto dalla legge n. 77, auspicando che l'iter possa definitivamente concludersi entro sei mesi anche considerando che la Regione sta redigendo un nuovo piano sanitario. La Facoltà approva all'unanimità».


11/09/2009 8.59