Si incatena davanti al Comune per avere un alloggio ed intervengono i vigili

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Mattinata movimentata in Comune, ieri. Al giallo dei faldoni, si è aggiunto il gesto estremo di una donna, P.C., che si è incatenata sulla scalinata esterna.

Sembrava essere una situazione di normale amministrazione, una di quelle animate discussione che spesso hanno come scenario il primo piano del Comune di Pescara.
Era iniziato tutto alle 11, quando gli impiegati comunali hanno cercato di calmare due signori, una donna P.C. e suo fratello, entrambi sulla quarantina, che chiedevano un colloquio con il sindaco per avere un alloggio.
«La legge non la rispetta nessuno- gridavano i due- le case si danno agli spacciatori e non alla gente onesta. Perché nessuno caccia gli abusivi e gli spacciatori? Noi abbiamo fatto tutte le carte in regola con la legge».
Le parole ad alta voce hanno richiamato altri impiegati.
I due hanno poi chiamato la polizia (che non è intervenuta), mentre il Comune ha fatto ricorso all'intervento dei vigili urbani.
La donna. P.C., non ha voluto sentire ragioni e si è incatenata al passamano della scalinata esterna.
Si è seduta sugli scalini, avvolta da una catena chiusa da un lucchetto, con in mano la documentazione delle varie domande fatte per avere un alloggio.
«Ho parlato», ha detto la donna a PrimaDaNoi.it, «con il nuovo sindaco, mi ha detto che “le case non ci sono” e che lui è qui solo da 10 giorni e non ne sa nulla. Ma è una storia che io mi porto avanti da anni, anche con il vecchio sindaco. Ora non ce la faccio più. Resterò qui fino a Natale se ce ne sarà bisogno». La donna è sembrata determinata nel suo intento.
Un vigile urbano, che l'ha assistita in un primo momento, le ha portato un cornetto e una bottiglietta d'acqua.
P.C. non è nuova a questi gesti estremi. Ha raccontato anche di quando, anni fa, era salita su un balcone del Comune ed aveva minacciato di buttarsi.
Gli uscieri del Comune hanno riferito anche dell'episodio che aveva avuto come protagonista il fratello della donna, salito fin sul cornicione della torre del municipio pur di avere una casa.
«In quell'occasione mi promisero», ha raccontato la donna, «una casa ma poi non me la diedero perché l'avevo ottenuta con la minaccia del suicidio».
La donna, che fa lavori saltuari, ha confessato di vivere una situazione difficile: «viviamo in 7 persone in 70 metri quadri. Mio fratello è invalido al 75% e ho una figlia di 23 anni con un bimbo».
«Ero morosa per 857 euro con l'Ater ma ora ho saldato il debito», ha continuato la donna, «ma perché dopo anni di domande non posso avere una casa?»
Sono bastate alcune domande sulla situazione degli alloggi popolari a Pescara per far sì che la donna si trasformasse in un fiume in piena: «Ci sono case occupate da abusivi che le aggiustano e poi le rivendono- ha dichiarato con forza- è una cosa che sanno tutti. C'è una casa, in via Dalla Chiesa, dove vivono solo dei gatti. Ci sono state lamentele dei condomini, la storia è andata sui giornali, perché non fanno nulla? E poi non c'era una legge che diceva, che una volta accertato il reato di spaccio ad una persona, gli si doveva togliere l'alloggio popolare? Perché non si applicano le leggi?»

Manuela Rosa 25/07/2009 9.56