Sciopero Giudici di Pace contro precarietà e disfunzione degli uffici

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Dal 13 al 18 luglio l'Unione Nazionale dei Giudici di Pace e l'Associazione Nazionale dei Giudici di Pace hanno indetto uno sciopero.

Alla base dell'agitazione, denunciano le firme sindacali, diversi motivi quali la mancata riforma della Giustizia di Pace e le «gravissime» disfunzioni degli uffici dei giudici.
Le ultime, sottolineano i sindacati, determinate da personale amministrativo in servizio insufficiente, ne occorrerebbe in aggiunta un altro 50% e distribuzione inadeguata dei giudici sul territorio con grandi differenze nei carichi di lavoro da un ufficio all'altro.
Per quanto riguarda la mancata riforma della Giustizia di Pace, per la quale non è stato avviato alcun tavolo di confronto con le firme sindacali, la protesta è incentrata sulla prosecuzione dello stato di precarietà di numerosi giudici.
Questo malgrado l'impegno nel settembre 2008 assunto da Angelino Alfano, ministro della giustizia e dal sottosegretario Caliendo di garantire il riconoscimento della rinnovabilità dei mandati sino a 75 anni con annesse tutele previdenziali e retributive previste dalla Costituzione italiana.
«A seguito dell'aumento delle competenze civili e penali che comporteranno un carico complessivo di tre milioni di procedimenti l'anno», commenta Mariaflora Di Giovanni, presidente dell'Unione Nazionale dei Giudici di Pace, «si arriverà nel prossimi mesi alla completa paralisi degli uffici, con l'impossibilità dei duemila giudici in servizio di garantire l'assolvimento dei propri compiti».
«I giudici di pace», conclude Di Giovanni, «hanno lavorato senza le minime garanzie costituzionali, gestendo oltre due milioni di procedimenti civili, penali ed in materia di immigrazione clandestina. Il tutto dando prova di efficienza nella gestione della giustizia».