Cassazione: assessore non può far assumere la propria moglie

Alessandro Biancardi

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ROMA. Un assessore deve sempre astenersi dal proporre l'assunzione della propria moglie nell'ufficio.
Lo sottolinea la Cassazione, annullando con rinvio una sentenza con cui il gup di Catanzaro aveva pronunciato il non luogo a procedere nei confronti di un assessore al lavoro della Regione Calabria, accusato di tentato abuso d'ufficio per essere venuto meno all'obbligo di astensione ed aver proposto la nomina della moglie come componente esterno all'amministrazione regionale con funzioni di responsabile amministrativo della segreteria particolare dello stesso assessorato di cui egli era titolare.
Tale nomina era stata formalizzata con un provvedimento del presidente della Giunta regionale nel settembre 2005, ma ad essa non era mai seguita la stipulazione del contratto ne' la corresponsione di emolumenti.
Il gup aveva ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti ed idonei per sostenere l'accusa in giudizio, poiche' era mancata, a suo parere, la prova dell'ingiustizia del vantaggio patrimoniale perseguito, ma il procuratore capo di Catanzaro aveva impugnato questa sentenza in Cassazione, lamentando che si era di fronte a una «assunzione di favore, effettuata in violazione della disposizione che impone l'obbligo di astensione» e che a nulla rilevava la circostanza che nella normativa regionale «non vi fosse ancora un divieto che espressamente impedisse all'assessore di assumere parenti nelle strutture amministrative della segreteria personale».
La sesta sezione penale della Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso del procuratore:«trattandosi di reato di evento - si legge nella sentenza n.26617 - l'ipotesi del tentativo deve essere verificata dal giudice attraverso un giudizio prognostico sulla idoneita' degli atti a realizzare l'ingiusto danno o l'ingiusto vantaggio, senza ricercare la prova in natura dell'esistenza di tali elementi, necessariamente mancanti nella fattispecie tentata».
Il gup, aggiungono gli 'ermellini', «avrebbe dovuto valutare l'idoneita' degli atti posti in essere dall'imputato verificando la loro capacita' di produrre in concreto l'evento sulla base di un giudizio di prognosi postuma, cioe' rapportandosi alle circostanze esistenti al momento della condotta».
26/06/2009 15.48