Tusio De Iuliis racconta il suo Iraq:«così diverso da quello visto in tv»

Alessandro Biancardi

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IL RACCONTO SPOLTORE. Una casa in campagna avvolta da alberi è lo scrigno di ricordi, regali, esperienze, gioie, drammi con i quali Tusio De Iuliis, presidente dell’associazione “Aiutiamoli a vivere”, è ritornato da Baghdad.

IL RACCONTO SPOLTORE. Una casa in campagna avvolta da alberi è lo scrigno di ricordi, regali, esperienze, gioie, drammi con i quali Tusio De Iuliis, presidente dell'associazione “Aiutiamoli a vivere”, è ritornato da Baghdad. Proprio prendendo spunto dai tanti soprammobili del suo salotto inizia a raccontare il duplice Iraq: lo stato di guerra apparente e la sete di cultura, le notizie edulcorate e la spietata realtà.
Il primo “oggetto” è una mail dell'ambasciata italiana.
Qualche minuto per aprila perch酫internet a Spoltore è più lento che a Baghdad».
«“Meglio non andare”, dicevano» ricorda De Iuliis «ma io non ho problemi ad entrare ed uscire da Baghdad. Certo, ci vogliono delle accortezze ma ho tanti amici che mi sono fatto negli anni: ci vado dal 1998».
«Potrei entrare ed uscire dall'aeroporto di Baghdad anche 10 volte al giorno», dice scherzando, ma con convinzione. Basta avere il contatto con la gente di ogni rango. Questo è il segreto di De Iuliis. Mentre parla, mostra le foto di una città militarizzata, ma gli brillano gli occhi mentre racconta dei suoi tanti amici iracheni. E' come attraversare una giungla pericolosissima con qualcuno che ti sposta le fronde, che ti indica le trappole, che sposta qualsiasi ostacolo sulla tua via.
Perché sa che se tu arrivi alla meta, porterai giovamento a tutti.
Cosa portava di così importante De Iuliis? Questa volta aveva con sé, oltre alla voglia di riabbracciare gli amici, una cinquantina di film del miglior cinema italiano.
Sono andati a complemento della più ampia biblioteca del dipartimento di lingua italiana della facoltà di Lingue dell'Università di Bagdad.
Una biblioteca voluta ed allestita dall'associazione “Aiutiamoli a vivere”.
La sala “Città di Pescara” ospita la biblioteca “Ignazio Silone” nel cuore di Baghdad: una certa impressione quella targa, fuori la stanza, la fa.
Un po' di Abruzzo in quella città che si avverte lontanissima.
Ma poi le immagini di un banchetto improvvisato, con il preside di facoltà, sulle scrivanie della biblioteca riporta le menti al famoso “tutto il mondo è paese”.



«Abbiamo portato la Treccani a Baghdad», fa notare con orgoglio De Iuliis.
La cultura come un bene preziosissimo a cui tutti hanno steso tappeti rossi. Un trampolino per tuffarsi nella conoscenza dell'altro e nella condivisione per raggiungere l'agognata pace.
Magari sposando la teoria secondo la quale per aiutare un popolo in difficoltà è meglio dare la “canna da pesca” che non “il pesce”.
La cultura anche come strumento per costruire una rete di rapporti basati sulla fiducia reciproca, come quelli di Tusio De Iuliis con gli «amici» artisti, ambasciatori, politici, presidi.
Ma non solo. Continuano a scorrere le foto sullo schermo. Quest'ultima volta, a Baghdad, c'è stato soltanto 10 giorni. Eppure lui la chiama la «casa dove abito».
Un appartamento, a mezz'ora dal centro, nel quale vive una «umile» famiglia che lo accoglie ogni volta che si reca lì.
De Iuliis definisce la sua una vita intensa, ricca, una vita che va strizzata fino all'ultima goccia.
E' la vita di «una persona speciale», come gli ha detto l'ambasciatore italiano in Iraq, che rischia e sa di rischiare.



«BAGHDAD E' UN MURO»

In che condizioni ha ritrovato Baghdad?
«Il silenzio dell'informazione fa credere che la tranquillità si stia raggiungendo, che gli iracheni siano finalmente liberi» ha iniziato De Iuliis con tono serio, troncando di netto il calmo commento alle foto.
«Baghdad è un muro, si cammina dentro trincee di 5 metri e spesse un metro intorno ad ogni quartiere. C'è filo spinato dappertutto. Per camminare si fa la gincana tra i muri come se ci fosse in un labirinto e si devono passare tanti check point».
Racconta che, dopo sei anni dall'inizio della guerra, non è cambiato quasi nulla. Manca ancora la luce elettrica: c'è solo per poche ore del giorno.
«Come fa a ricominciare un paese senza la corrente?», si chiede.
«Già adesso siamo a 45° gradi all'ombra. Poggiarsi sulle lenzuola significa quasi bruciarsi. Molti si sono comprati i generatori per avere un po' di “normalità” e un po' d' “aria”, ma sono prodotti in Cina e quindi si rompono spesso».
Descrive un paese totalmente diverso da quello che ci mostrano i media.
«La benzina c'è un giorno sì e uno no» afferma De Iuliis con lo sguardo di chi non vuole credere alle proprie parole «l'Iraq è uno dei maggiori produttori di petrolio..e non hanno la benzina».
Non ha trovato grandi cambiamenti: è tutto come prima. L'unica cosa che sembra essere tornata al suo posto è la vendita degli alcoolici, ironizza De Iuliis.

«IN IRAQ SI VIVE COME BAGAROZZI»

Per capire come vivono, qual è la “giornata tipo” di un abitante di Baghdad?
«Una persona normale, un capo di famiglia, va a lavoro, se c'è questa possibilità. Ma sa che potrebbe non tornare più a casa. Si circola abbastanza liberamente. Le mamme, nel pomeriggio, portano i bambini al parco, ma sempre dentro il loro quartiere, senza attraversare i muri». L'apparenza è quella di una città tranquilla: «c'è gente nei bar, come vi fanno vedere in tv, ma c'era anche durante la guerra. La gente deve vivere e quindi si adatta, cambia pelle, vivono trasformandosi come i bagarozzi».
«Lì, chiunque, può mettere una bomba, ad ogni angolo, alla fermata dell'autobus, basta lasciare una valigetta ed azionarla con un telefonino».
Si vive con la paura, anche di notte. Le immagini che non ci fanno vedere i media nazionali sono quelle del quotidiano di una famiglia. Quelle che potrebbero aiutarci a capire come si vive davvero. Come l'immagine della porta di ingresso della casa dove vive De Iuliis.
Di notte viene rafforzata da una fila di poltrone messe all'interno che serve, in caso di incursioni notturne dei miliziani o degli “squadroni della morte”, a dare qualche minuto in più per scappare.



«Bisogna stare attenti sempre, notte e giorno. C'erano state talmente tante esplosioni nei primi quattro giorni che ero lì, che una mattina i soldati hanno passato al setaccio tutte le case, io sono stato molto fortunato: il mio padrone di casa è uscito subito e loro non sono entrati. Non mi hanno visto».
Quanto gioca la fortuna e quanto la preparazione?
«L'imponderabile è incalcolabile anche qui. Ma in questi paesi bisogna calcolare l'imponderabile». La tranquillità di De Iuliis quando va in queste zone aumenta in virtù del «tessuto di rapporti con la società civile» che ha costruito negli anni.
«Volendo potrei cambiare una casa ogni notte, o anche 2 ogni notte, ma questa non è una garanzia, questo non deve tranquillizzare perché se sei ben individuato possono venire a cercarti».
Bisogna stare attenti a non farsi notare: «quando si è per strada in pubblico non si deve parlare, perché parlare una lingua diversa dall'arabo attira l'attenzione».
Più prosegue nel suo racconto e più delinea una Baghdad sia in assetto da guerra.




LE GIP DELLA MORTE CON “LICENZA DI UCCIDERE” E LA CORRUZIONE

Esistono in Iraq delle realtà che nessuno riporta, di cui nessuno scrive, che sfuggono al controllo di tutti. Sarebbe anche difficile spiegare e credere che la «vera superpotenza» sono delle body guard (di una società americana), persone senza scrupoli alle quali è permesso tutto.
Gruppi armati che girano in gip blindate. Armati fino al collo e coperti da passamontagna.
«Hanno il passaggio preferenziale su tutto anche sugli squadroni. Hanno la licenza di uccidere chiunque si trovino davanti perché magari rilevano un pericolo. E' un gruppo formato da assassini e taglia gola. Loro scortano business man, personaggi potenti, o camion con trasporti speciali. Nessuno può fermali. Sono più potenti delle truppe americane. Non rispondono a nessun tribunale penale. Questo è l'Iraq».
Oltre a questi pericolosissimi individui, la città è gestita da miliziani: «persone incontrollabili che fino a poco tempo fa svestivano i panni dei militare la sera, e vestivano quelli neri degli squadroni della morte per operare di notte».
Non meno rischiosi sono i numerosi check point disseminati in città, dove si formano lunghe code di auto: luoghi ideali per attentati di ogni tipo.
Anche portare una bottiglietta di profumo potrebbe costituire un pericolo per la propria vita: «verrebbe rilevata come sostanza chimica e pericolosa e potrebbero far fuoco» dice De Iuliis.
La situazione da ogni punto di vista è quella di una città sotto assedio. Non si dà pace, De Iuliis, quando pensa ai miliardi di dollari che sono arrivati ma nulla è stato ricostruito.
«Le macerie sono ancora lì, è tutto fermo. Vengono dati gli appalti e poi non si fa niente».
Qui viene da sorridere, forse anche un po' per sdrammatizzare, e torna in mente “tutto il mondo è paese”. Ma De Iuliis non si convince ed aggiunge un episodio: « il livello di corruzione lì è altissimo: il ministro dell'Economia, qualche giorno fa, stava scappando con un aereo civile, si sono alzati in volo gli aerei militari e lo hanno arrestato dopo averlo fatto atterrare».

«SFERA DI ODI CREATA DALL'OCCIDENTE»

Baghdad nella lingua del popolo che la fondò vuol dire “sede della pace”. Forse fu chiamata così perché vi convivevano talmente tanti popoli e tante minoranze religiose, tutte in pace, che il nome da dare alla città venne quasi spontaneo.
Infatti, secondo De Iuliis, quelle differenze le abbiamo costruite noi occidentali con un lavoro certosino («un lavoro di odio»). «Loro non facevano tutte queste differenze: era normale che un musulmano entrasse in una chiesa o vice versa. Nulla di strano». Quella che lui definisce la “sfera di odi” sembra essere frutto dell'ignoranza di chi, non conoscendo a fondo la realtà, la semplifica fino a distorcerla. «Alcuni articoli sembrano essere delle finestre appena aperte e poi subito richiuse» commenta De Iuliis. Una realtà, quella descritta da alcuni giornalisti, che è di fatto filtrata dai vetri di un hotel, dalle traduzioni degli interpreti e dai giornali locali. «I giornalisti vivono all'hotel Palestina,- spiega De Iuliis- la mattina ricevono gli interpreti che traducono i giornali locali e poi scrivono, o fanno collegamenti direttamente dall'interno dell'hotel. Potrebbero fare questo lavoro anche comodamente da Roma». La comodità dei giornalisti occidentali stride con il fatto che alcuni cronisti iracheni pagano con la vita l'aver fatto il loro mestiere.

«I MIEI AMICI» IRACHENI ED ITALIANI

Li chiama sempre «amici», eppure sta parlando di famosi pittori, scultori, attori di teatro e televisione, intellettuali, artisti, ambasciatori che vivono in Iraq. Ne parla come persone di famiglia con cui discorre amabilmente. Con loro progetta e realizza iniziative di solidarietà, con l'appoggio dell'associazione “aiutiamoli a vivere”, per far risorgere questo popolo partendo dall'istruzione, dalla cultura e dall'arte. Il “club degli artisti” deve essere uno dei posti preferiti da De Iuliis. Lo ripete più e più volte durante l'intervista. E poi elenca i vari incontri con personalità di spicco del mondo artistico iracheno. «Ora sto aspettando dei quadri di un professore di accademia delle belle arti della città di Babilonia che cura l'arte sumerica. Ci ha fatto dono di alcune opere che consegneremo ad alcuni amici italiani tra cui Gianna Nannini. L'abbiamo portata con noi a Baghdad durante la guerra e ora siamo buoni amici».



Da queste intense amicizie sono nate altrettanto intense esperienze di solidarietà per l'Iraq: dalla biblioteca, al garantire assistenza medica ad alcuni bambini, passando per il finanziamento degli studi ad un ragazzo per toglierlo dalla strada e dalla guerriglia.
Le vicende drammatiche si intrecciano, si rincorrono e si ricongiungono con una realtà più serena. Quella che De Iuliis cerca di vivere per trovare un canale per convogliare le energie dell'associazione che rappresenta. Così non è difficile imbattersi, nel suo album di foto, in tantissimi scatti che immortalano cene informali, momenti di vita quotidiana, istanti di relax in una Baghdad che è quella che De Iuliis ha tratteggiato. «Sono stato invitato a mangiare il pesce del Tigri dagli amici del “club degli artisti”, lo fanno ogni volta che vado». Una occhiata alla fotografia: un grande fuoco e il pesce, appeso al lato del fiamma, viene lasciato cuore lentamente. La tecnica per cucinare il pesce del Tigri è la stessa che i contadini dell'entroterra abruzzese usano per cucinare l'agnello. E forse sono questi particolari che fanno capire che le differenze si creano solo con il bombardamento mediatico.

QUELLO CHE NON HA POTUTO FOTOGRAFARE…

E' molto rischioso fotografare e riprendere. Ogni movimento strano potrebbe costare la vita. De Iuliis avrebbe voluto fotografare le “gip della morte” ma il tentativo è andato a vuoto. Il risultato è una foto della cintura di sicurezza dell'auto dove viaggiava lui stesso. E' stata scattata maldestramente mentre abbassava la camera per non essere visto. Ma un'altra è l'immagine che avrebbe voluto fermare nel tempo. «Ero in una zona molto elegante di Baghdad, di sera, c'era un soldato americano che girava armato senza meta, nervoso, shoccato, come un ubriaco: “l'americano perso” l'avrebbero intitolato».
Gli sarebbe piaciuto metterlo in prima pagina su qualche giornale per far capire, con un semplice colpo d'occhio, quale sia la vera situazione degli americani in Iraq. A conclusione De Iuliis non resiste dal fare “la nota politica”.
«Sono amareggiato- dice - quando la sinistra (in Italia, ndr) avendo avuto la possibilità di governare, e con sinistra intendo anche Rifondazione, e quindi avendo avuto la possibilità di cambiare le cose, non ha trovato di meglio che votare le famose missioni di pace».
Il pensiero cade all'estero invece quando cerca di dire la sua riguardo ai problemi da risolvere: «Bush doveva essere incriminato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità quando hanno scoperto che in Iraq non c'erano armi di massa. Su questo episodio non avvenuto si fonda l'odio. Ed è uno dei primi problemi. Io ci spero ancora che venga processato, forse Obama, non so, vermante non so..ma ci spero. Tutti speriamo nel cambiamento».

Manuela Rosa 23/06/2009 8.41