Chieti, reparto di ostetricia in affanno. Il primario:«facciamo miracoli»

Alessandro Biancardi

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CHIETI. «L'Ostetricia dell'Ospedale di Chieti? Meglio stare lontani. Un reparto allo sbando, senza assistenza medica qualificata, con personale così insufficiente che le partorienti sono costrette a provvedere da sole anche alla loro igiene personale pur in condizioni di difficoltà e a rischio salute. Per farla breve, ho chiesto di tornare a casa».
Chi parla è un'addetta ai lavori, una di quelle pazienti che vede meglio cosa non funziona in un reparto ospedaliero.
Si accorge se le infermiere che la accudiscono sono solo allieve della scuola e capisce se il medico che le visita è uno specializzando alle prime armi.
E vede se le ostetriche sono considerate di serie A e se le altre infermiere sono trattate da serie B.
«Già al ricovero, con perdite ematiche, sono stata visitata solo da uno specializzando. Così nei giorni seguenti, e non solo io, ma anche la mia compagna di stanza – continua la protesta della donna – pur in presenza di minacce di aborto. Medici strutturati nemmeno l'ombra, così come di infermiere per l'igiene personale, nonostante il divieto assoluto di muoverci. Certo ci saranno problemi di personale, ma in questo caso il disservizio potrebbe dipendere dalla dislocazione del blocco parto che è al piano superiore. Qui, quasi mai, c'è personale sanitario strutturato, costretto ad occuparsi di una corsia dislocata illecitamente su due livelli con le difficoltà logistiche e i tempi tecnici che ciò comporta. Infatti per muoversi da un reparto all'altro bisogna utilizzare un ascensore che viaggia su ben 14 livelli ed è adibito al trasporto malati, vitto e rifiuti. Per questo, nella stragrande maggioranza del tempo, sul 14° livello sono presenti solo allieve ostetriche che si occupano di rilevare il battito fetale, di applicare i monitoraggi e delle terapie senza la supervisione di personale strutturato».
Secondo la signora che abbiamo ascoltato nei giorni festivi, le allieve infermiere non fanno tirocinio per cui sul piano non vi sarebbe nessuno e per avere assistenza si sarebbe costretti a contattare telefonicamente il livello 13.
«Con insistenza, dalle sette del mattino alle 19 di sera, ho chiesto più volte di poter parlare con un medico», ha continuato la donna, «e mi sono recata personalmente, nonostante dovessi osservare riposo assoluto, al 13° livello senza alcun esito (ho visto un medico solo alle 23.....). Vista la situazione, ho fatto le mie rimostranze alla responsabile di reparto che ha redarguito aspramente il personale infermieristico, anziché attribuire alla quasi totale assenza di organizzazione la responsabilità dei ritardi nelle terapie e dell'assenza di igiene personale. Le mie colleghe si sono premurate di scusarsi con me per l'accaduto ed io le ho fatte riflettere sulle loro responsabilità se continuano a tacere. Poi dopo aver chiesto di andar via, i tempi stranamente sono stati accelerati ed in sole due ore sono stata visitata, ho fatto l'ecografia e mi è stata consegnata la lettera di dimissioni. Peccato che a fare tutto sia stato sempre e comunque uno specializzando».

IL PRIMARIO: «SIAMO POCHI, FACCIAMO MIRACOLI»

Siamo andati a vedere e a chiedere chiarimenti al primario prof. Marco Liberati, che si è mostrato preoccupato di un effetto negativo per l'immagine del reparto, che invece funziona a pieno regime.
«Non discuto il merito della segnalazione, perché le lamentele ci aiutano a migliorare il servizio – spiega – ma le assicuro che qui si lavora con ritmi e risultati di tutto rispetto. Solo per i parti siamo passati da 1100 del 2004 ai 1600 del 2008, un incremento del 50 % a cui facciamo fronte con un personale di 9 medici strutturati, a fronte di una pianta organica che ne prevede 14. Senza dire che siamo dislocati su due piani».
Ma la signora lamenta di essere stata seguita solo da studenti specializzandi…
«Lo escludo, anche se confermo la presenza ed il lavoro di questi giovani che, giova ricordarlo, sono comunque medici – continua il prof. Liberati – non sono studenti, ma laureati che debbono imparare e ai quali vengono affidati alcuni letti ed un numero di pazienti, sotto la supervisione dei medici strutturati e mia. Ogni mattina alle 8 noi discutiamo collegialmente i casi che si presentano. Poi in reparto ci sono sempre un medico di guardia ed uno per le ricoverate. Nessuna paziente viene abbandonata».
E i problemi del personale?
«Ci sono 20 infermiere, di cui 5 part time e 10 ostetriche. I medici sono 7 a tempo indeterminato e 2 a contratto. La pianta organica prevederebbe certamente più personale. Gli specializzandi sono 12. E tenga conto che la sala operatoria funziona 12 ore al giorno da lunedì al sabato. Come vede, magari ci sarà un pò di affanno, però riusciamo a fronteggiare anche le emergenze, terremoto compreso, pur con personale ridotto».
Il prof. Liberati non lo dice, ma proprio in questo reparto ci sono stati i primi nati delle donne sfollate dall'Aquila sulla costa.
Un rappresentante sindacale degli infermieri conferma comunque le difficoltà ad operare in questo reparto: su 25 posti letto ufficiali mancano almeno 5 medici, ma le ricoverate attuali sono molte di più, ben 40. Senza dire che le infermiere sarebbero utilizzate per gettare i rifiuti speciali negli scantinati o per girare in ospedale per le molteplici esigenze del reparto. Il che complica la possibilità di assicurare un'assistenza di livello qualitativo migliore.
«Come è nel desiderio di tutti – conclude il prof. Liberati – non dimentichiamo che qui c'è anche il Centro di eccellenza di Medicina della riproduzione del prof. Tiboni: un vero e proprio fiore della Asl e dell'Università».

Sebastiano Calella 15/05/2009 8.44