«Travi danneggiate e pilastri ingrossati». Da Chieti un esposto alla Procura

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Il professor Francesco Stoppa, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Chieti, docente ordinario di Vulcanologia ed ex membro Commissione Nazionale Grandi Rischi ha presentato un esposto alla Procura di Chieti.

Secondo lui alcuni edifici della città non hanno retto al sisma dello scorso 6 aprile come avrebbero dovuto.
Stoppa ha avuto modo di seguire l'andamento del fenomeno e di fare una ricognizione speditiva e di massima dei danni in provincia dell'Aquila, di Pescara e di Chieti.
«Da tale ricognizione», si legge nel suo esposto, «si evince che alcuni edifici di Chieti hanno fornito una risposta sismica che può essere considerata anomalamente negativa rispetto all'andamento generale».
L'intensità media percepita a Chieti, secondo il docente, è stata pari al 5-6 grado della scala Mercalli (9 grado, invece nella provincia dell'Aquila) ma per alcuni edifici il danno «è stato tra il 6 e il 7 grado di tale scala».
Come mai? «Ciò può essere dovuto a varie cause locali e specifiche anche concomitanti tra loro», spiega Stoppa nell'esposto, «di cui alcune potrebbero essere riferite ad inadeguatezza tecnico –strutturale degli edifici o abnormità. Inoltre trovandosi Chieti in zona sismica di seconda categoria si suppone che eventuali lavori di ripristino o consolidamento degli edifici siano certificati per tale categoria allorché questi vengano effettuati».
La peggior risposta sismica in città, secondo il docente, è stata osservata in un gruppo di edifici dell'Ater in via Amiterno e in via Pescara.
«Una delle palazzine presenta danni a una o più travi del primo piano», spiega Stoppa, «e quindi tale danno sarebbe “strutturale” per definizione e richiede una attenta analisi per individuare possibili conseguenze sulla statica dell'edificio e la sua risposta sismica futura ad eventi tellurici anche più ampi dell'attuale».
Ma perché si sono registrati questi danni? I motivi potrebbero essere più di uno: «si può essere verificato un cedimento fondale dovuto ad eccessivo carico-sollecitazione o alla scarsa resistenza al taglio del terreno di fondazione o l'inadeguatezza della fondazione».
Ma «più probabilmente» la vulnerabilità dell'edificio è dovuta a «qualità scadente del manufatto e dei materiali utilizzati, variazioni rispetto al calcolo strutturale originale senza che l'edificio sia stato riadeguato (ad esempio l' aggiunta di altri piani o carichi), edificio non particolarmente o malamente rinforzato per ciò che riguarda la sua capacità di resistenza a sforzi di taglio.
Stoppa parla anche di «alcuni pilastri in cemento armato del pianterreno che sono “ingrossati” o rivestimenti che sono risultati distaccati, lesionati e crollanti. Si osservano ad oggi interventi repentini di “ripristino” (effettuati quindi dopo il danneggiamento) con conseguente copertura e alterazione del danno visibile».
21/04/2009 9.15