Trapianto di cuore, dopo l’intervento la fiducia dell’equipe medica

Alessandro Biancardi

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CHIETI. A Firenze, Padova, Udine, Chieti, negli Usa, a Caen in Normandia è il giorno dei controlli, dopo l'intervento di cardiochirurgia che l'altro ieri al SS. Annunziata di Chieti ha inserito un “cuore elettrico” in un paziente italiano.


Le notizie che provengono dalla Rianimazione sono soddisfacenti, tenuto conto della complessità della situazione: le condizioni del 50enne abruzzese operato sono ancora critiche, ma probabilmente quest'uomo - cardiopatico gravissimo e non più curabile con i farmaci – si potrà riprendere al più presto.
Lo dice la tabella di marcia post-operatoria ed è fiducioso anche il cardiochirurgo che ha guidato l'èquipe in sala operatoria.
«Per scaramanzia si aspetta sempre a sciogliere la prognosi – spiega il professor Gabriele Di Giammarco, tra i pochissimi in Italia ad effettuare questo tipo di intervento - ma siamo tutti molto fiduciosi che presto saranno superati i normali problemi post-operatori. Questo anche perché il percorso post intervento è già noto dai protocolli e siamo sulla buona strada».
Come già spiegato, non siamo di fronte ad un trapianto classico, di quelli in cui viene sostituito il muscolo cardiaco prelevato da cadavere.
Questa nuova metodica consiste nell'inserire nel ventricolo sinistro una pompa elettrica di 2,5 cm e di circa 90 grammi di peso, che ha il compito di far circolare il sangue: il dispositivo – si chiama Jarvik 2000 - funziona elettricamente attraverso un filo che risalendo lungo la colonna vertebrale fuoriesce dietro il collo e si posiziona dietro l'orecchio, dove c'è la batteria che lo fa muovere. L'intervento di Chieti è uno dei 10 circa che sono stati effettuati in Italia e tra i pochissimi nel mondo, Stati Uniti soprattutto.
«Esiste un protocollo mondiale – spiega il prof. Di Giammarco - che scatta ogni volta che si tenta questa operazione. Anche stavolta a seguire l'intervento c'erano colleghi americani e francesi, quarti ultimi venuti da Caen, in Normandia, dove c'è un altra cardiochirurgia come quella dell'Università di Chieti. C'erano anche tre mesi fa, quando è stato effettuato il primo intervento in assoluto che ha avuto successo, anche se poi il paziente è morto, ma per cause non collegate a problemi chirurgici». Questo cuore elettrico sostituirà il normale trapianto?
«Come avete ben spiegato – continua Di Giammarco – questo non è ancora un cuore elettrico, ma la prima parte di un processo che ci porterà effettivamente a qualcosa di innovativo. Per il momento si tratta di un sistema di assistenza ventricolare interno. Questa “pompa” viene inserita ancora dentro il cuore e non lo sostituisce completamente. In futuro si vedrà, stiamo lavorando».
Il gruppo dell'Università di Chieti è infatti inserito in un piano nazionale di coordinamento di questi interventi dove si studiano e si applicano protocolli condivisi, che vanno dalle tecniche chirurgiche da adottare alla selezione dei pazienti ai controlli post trapianto. I risultati di questi controlli unificati, vengono discussi e confrontati per arrivare a migliorare continuamente le speranze di vita dei pazienti. Diciamo, come per le automobili, un'estensione della garanzia o meglio un'assistenza diretta dei tagliandi e della manutenzione?
Il prof. Di Giammarco sorride: non si sente propriamente un meccanico, caso mai un elettrauto: «Accetto lo scherzo, anche per stemperare la tensione di queste ore – conclude – ringrazio la Asl e l'Università che mi consentono di lavorare in questo campo che ci mette all'avanguardia in Italia e nel mondo. I successi nella ricerca ed in medicina procedono per esperimenti successivi che debbono riuscire sempre meglio. E in questo caso siamo già oltre la sperimentazione».

Sebastiano Calella 14/03/2009 10.34