Viaggio nel Centro Alzheimer: dove gli anziani sono bambini smemorati

Alessandro Biancardi

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Viaggio nel Centro Alzheimer: dove gli anziani sono bambini smemorati
IL REPORTAGE. SAN GIOVANNI TEATINO. L'ingresso è quello di un asilo infantile. Tanti zainetti, ognuno con un nome ed un simbolo sopra lo scaffale per riconoscerli meglio: una tartaruga, una farfalla, il sole.
E poi un salone con tavoli e poltrone e tutti insieme a lavorare: chi taglia la carta, chi modella la pasta fatta con la farina, chi abbozza un disegno. Età media degli ospiti: dai 60 agli 84 anni. Sintomi riconoscibili: quelli della demenza senile, soprattutto nella forma dell'Alzheimer.
Siamo nel Centro diurno per l'assistenza di questi malati a Villa San Giovanni, alla sommità di San Giovanni Teatino. Atmosfera serena e tranquilla. Qualcuno, incuriosito o intimorito per la presenza di un estraneo, stringe la mano del dott. Fabio Izzicupo, lo psicologo che mi accompagna.
Anche Assunta si avvicina e fa notare i suoi capelli biondo-bianchi: «ci tengo 'na presa. Lu dottore è bello, ma Ilaria di più».
Annina invece chiede di dormire. Un'altra si presenta: «Io sono di Lanciano, ma abito a Sambuceto».
«Ed io vengo da Foggia, quartiere dell'Incoronata. E tu?».
E' passata da poco l'ora del pranzo ed un'altra paziente, dapprima attirata dalla macchinetta fotografica, saluta con le uniche parole che sa pronunciare: «che fè?» e subito si affianca al personale che sta sparecchiando.

I MALATI DI ALZHEIMER

«Rosetta è un caso difficile – spiega lo psicologo – questa donna ha perso completamente il linguaggio, la sua memoria è molto deteriorata ed usa solo questa espressione che noi chiamiamo “parola passepartout”. Oppure ti dà una pacca sulla spalla, è molto affettuosa e cerca sempre il contatto fisico. Non solo sparecchia e si impegna, come si vede, ma poi prepara anche un caffè delizioso e pulisce a specchio la macchinetta. Questo è il suo mondo: che fè».
Gli uomini sembrano più riservati: «ho 80 anni e aspetto che mi viene a prendere mia moglie – dice sorridendo Michele - io facevo l'autista, ma non mi fanno guidare. Ho 80 anni, aspetto perché non mi fanno guidare».
Francesco, invece, vorrebbe uscire per una passeggiata, ma non si può e lo distraggono con un gioco.
Sembra facile assistere questi anziani indifesi e tornati bambini, ma si capisce che dietro questa serenità c'è un personale efficiente e preparato: nessuno gesto nervoso, risposte dolci, indicazioni ferme, ma gentili.
«Tutti noi lavoriamo proprio per creare un clima di fiducia e di sicurezza. Gli ospiti debbono sentirsi tranquilli – spiega il dott. Izzicupo – purtroppo a casa non tutti i familiari conoscono questa malattia, il che porta ad errori involontari e a qualche danno quando ci si comporta sbrigativamente. Ma è comprensibile: chi lavora e deve affrontare i problemi quotidiani non può seguire serenamente giorno e notte questi malati. E allora la persona con l'Alzheimer si agita, diventa aggressiva, arriva al delirio, perde il sonno, si sveglia alle 2 di notte e vuole uscire o mangiare. E la situazione si complica. Noi qui li teniamo impegnati, li facciamo “lavorare” e la sera, quando vanno a casa, sono “stanchi”, sereni e dormono tranquilli. Vogliono tornare a casa come dopo il lavoro d'un tempo e la mattina seguente tornano volentieri».

LA RIABILITAZIONE COGNITIVA

La formula segreta per ottenere questi risultati è la “riabilitazione cognitiva” con una serie di attività adattate a loro, per esempio con carta e matita, proprio come all'asilo. Esiste un protocollo internazionale per stimolare la memoria, l'attenzione, il linguaggio, la logica ed il ragionamento attraverso le attività pratiche e manuali, come creare cartelloni o colorare disegni, lavorare a maglia o all'uncinetto, giocare a carte o leggere il giornale e, magari, discutere con gli altri.
“Usalo o lo perdi”: questa è la battaglia quotidiana per non far morire il cervello. Il segreto è adattare i compiti alle capacità residue di questi pazienti proprio per non creare panico e chiusura e per non arrivare alla domanda che li angoscia più di altre: come mai non lo so più fare?
«E' duplice la funzione di un Centro diurno per questi malati – continua lo psicologo – da una parte si cerca di ridurre l'evoluzione della malattia. E i test ci dimostrano che l'effetto dei farmaci si raddoppia in chi segue questa riabilitazione cognitiva. Dall'altra i familiari ottengono uno sgravio nell'assistenza continua di cui hanno bisogno queste persone, non solo per il pannolone, ma perché a volte fanno male - e si fanno anche male da sole - perché non se ne rendono conto».

L'ALZHEIMER COME EMERGENZA FAMILIARE E SOCIALE

Dunque l'Alzheimer come emergenza familiare, ma anche sociale: in Abruzzo ci sono ventimila malati circa, il 5% degli ultrasessantacinquenni.
In questo Centro diurno (seguito anche dal dott. Michele Zito, della Clinica geriatrica della d'Annunzio) gli ospiti sono trenta, con orario 8-17 tutti i giorni, il venerdì fino alle 14 perché nel pomeriggio si riunisce l'équipe per fare il punto sulla situazione. Attorno ai tavoli ferve l'attività.
I malati più impegnati dimostrano soddisfazione e si aiutano tra di loro. Molto importante è anche il lavoro dell'équipe specialistica sulla memoria remota, che in questi malati è ben conservata: tutti ricordano i loro genitori e chiedono di «andare a casa», la casa di quando erano bambini.
Oppure riscrivono le ricette della nonna, con una precisione da manuale di cucina.
«In effetti ci sentiamo come le stampelle di queste persone – spiega Ilaria, un'altra dottoressa dell'équipe – ma in questo modo vediamo che si riducono sia i disturbi acuti che quelli cronici. Come vede, si tratta di persone spaesate che si spaventano facilmente. Se perdono le chiavi, non dicono: “sono io che le ho dimenticate da qualche parte”, ma “chi è che me le ha rubate?”. Cercano sempre gratificazioni ed un luogo rassicurante, perciò anche ad 80 anni vogliono tornare da mamma e papà».

LA VITA NEL CENTRO DIURNO

La vita in comune sembra scorrere senza scosse e la routine giornaliera e settimanale aiuta questi malati a vivere con punti di riferimento fissi: ore 8-10 accoglienza; 10-11,30 attività cognitive; 11,30-12 preparazione del pranzo; ore 12: pranzo e così via. Ciascuno si comporta come è il suo carattere: più aperto o più introverso, ma senza i freni delle convenzioni sociali legate all'età o alla classe sociale.
A volte si innamorano, lo dicono senza problemi, si accarezzano e si cercano, ma ci sono anche litigi, antipatie, discussioni politiche tra chi canta “bandiera rossa” e chi “rosso” non è, tra chi apprezza di più la palestra, che comunque è obbligatoria e serve ad evitare complicazioni motorie, e chi invece se ne starebbe a schiacciare un pisolino.
In fondo al salone una paziente si attarda ancora a mangiare: ha difficoltà a farlo da sola ed un'amica la sta imboccando.
«Si. Sono molto affettuosi. I meno malati aiutano i più gravi. Chi cammina aiuta quello con il bastone, c'è quasi un codice non scritto: aiutare i più indifesi».

FINITI I FINANZIAMENTI DEL PROGETTO OBIETTIVO, RISCHIO CHIUSURA

Il futuro di questo Centro?
«I finanziamenti del Progetto Obiettivo sono finiti. E rischiamo di chiudere. Con conseguenze drammatiche per le famiglie, ma soprattutto per questi malati destinati al ricovero ospedaliero, cioè ad aggravarsi visto che in ospedale non possono essere seguiti così. Noi li aiutiamo ad uscire dal disorientamento, lì si perdono completamente. Eppure il costo di trenta persone al giorno, meno di 900 Euro totali, equivale al ricovero di un solo paziente per un solo giorno. Chissà cosa decideranno».
Rosetta ci saluta: “che fè?”
Dal colle di San Giovanni Teatino l'orizzonte spazia dal Gran Sasso alla Majella e al mare, passando per l'aeroporto di Pescara e la città distratta.
Fuori sibila il vento di quest'inverno infinito.

Sebastiano Calella 12/02/2009 8.57