Fangopoli. «L'appalto del depuratore di Pescara doveva andare a Di Vincenzo»

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

2624

PESCARA. Non è stata ancora fissata la data per l'udienza preliminare nella quale il giudice deciderà se rinviare a giudizio i 25 indagati per lo scandalo della gestione del depuratore di Pescara, meglio noto come Fangopoli.
Intanto emergono nuovi particolari dall'indagine chiusa qualche giorno fa dal pm, Gennaro Varone, in sostituzione del titolare, Aldo Aceto, trasferito ad altra procura.
Quello che emerge è uno spaccato nel quale la politica ancora una volta la fa da padrona per decidere quale imprenditore agevolare.
Qui si parla di un mega appalto per opere da realizzare di circa 20 milioni di euro a fronte di un introito derivante dalla gestione dell'impianto che supera i 62 milioni in 23 anni (guadagno del privato).
Errori, incongruenze, procedure non rispettate, norme aggirate solo perché quell'appalto doveva andare alla ditta Dino di Vincenzo & C. spa: questa la ricostruzione dell'accusa che ha utilizzato numerose intercettazioni, documenti sequestrati alle ditte e agli enti coinvolti, testimonianze e relazioni tecniche.
Gli indagati eccellenti sono Giovanni Di Vincenzo, titolare dell'omonima ditta, Giorgio D'Ambrosio (Ato4), Bruno Catena (Aca), Bartolomeo di Giovanni (Aca), Alessandro Antonacci (Ato). Tra gli indagati, però, figurano anche il sindaco di Navelli, Paolo Federico, oltre a tecnici e responsabili di alcune ditte tra cui la Biofert, la Mangifesta Costantino & c., Autospurgo Molise snc.
La vicenda contestata risale alla 2006, molti dei reati, però, si prescriveranno intorno al 2012. Solo quelli più gravi dovranno essere puniti entro il 2015.
Tutto parte dall'appalto elaborato nel 2005 per la gestione, costruzione, ampliamento del depuratore di Pescara. Ad occuparsi della procedura l'Ente d'ambito presieduto a quel tempo da D'Ambrosio, affiancato dall'Aca.
Il presupposto dell'appalto è sì la gestione del depuratore ma anche il trasporto dei fanghi ed il loro smaltimento che, vedremo, sarà una parte importante dell'inchiesta.
Fanghi da smaltire altrove poiché non fu mai avviato l'impianto ormai fatiscente noto come essiccatore di fanghi o fangodotto: un altro buco nero nella storia della città, finito nel nulla, vicenda probabilmente ormai troppo lontana e sulla quale la procura non ha fatto mai chiarezza.
I 30 miliardi di lire degli anni 90 giunti a Pescara per costruire l'impianto ecologico -che doveva produrre economie e far risparmiare milioni di euro- sparirono nel nulla e nessuno è stato mai in grado di dire in quali tasche finirono.
Oltre l'enorme danno per un impianto mai sorto, proprio quella storia fu il presupposto per uno scandalo molto più recente, noto per le cronache come Fangopoli.
Un ruolo fondamentale nella storia lo ricopre Alessandro Antonacci, dirigente tecnico dell'Ente d'ambito pescarese e responsabile unico del procedimento, accusato di turbativa d'asta, perché avrebbe «impedito e turbato in maniera fraudolenta la gara per la selezione, l'individuazione dei soggetti con i quali trattare successivamente il contratto di concessione per la progettazione esecutiva, la realizzazione, successiva gestione dei lavori di adeguamento ed ottimizzazione del depuratore di Pescara».
Viene contestata al tecnico dalla procura una serie di condotte «finalizzate a restringere la platea delle imprese che potevano avere interesse a partecipare alla gara» per il progetto di finanza «appesantendo la procedura con adempimenti non richiesti dalla legge e addirittura espressamente non consentiti così da mettere le imprese in condizioni di non adempiere negli stretti termini da lui imposti».
Secondo la procura la procedura adottata era in violazione delle norme poiché il progetto di finanza è riservato solo agli appalti dei lavori e non anche a quelli che hanno ad oggetto la fornitura di beni e servizi come in questo caso.
Che la procedura dovesse andare avanti e l'appalto seguire una strada preordinata sarebbe provato anche dal fatto che lo stesso dirigente Antonacci, nonostante l'intimazione a non proseguire giunta dall'Associazione Imprese Realizzazione Schemi Idrici, rispose con una lettera copiando integralmente un passaggio di un articolo di giornale che in qualche modo doveva confutare chi tentava di ostacolare la procedura.
Per spaventare ulteriormente le eventuali ditte interessate, Antonacci inserisce all'interno del disciplinare di gara anche la clausola di «messa in funzione di apparecchiature e manufatti esistenti e mai attivati». Il fangodotto, appunto, le cui strutture erano ormai fatiscenti ed inutilizzabili. Anche un profano avrebbe capito che rimettere in sesto quell'opera significava spendere una quantità ingente di denaro che non rendeva conveniente la partecipazione all'appalto.

IL RICORSO AL TAR

E, come spesso succede, contro un appalto tanto contestato viene proposto anche un ricorso al Tar che annullò il bando ed il disciplinare di gara ma Antonacci riuscì a trovare l'ennesimo escamotage, secondo la procura, poiché non solo omise «di rinnovare la procedura ex novo mediante nuova pubblicazione del bando emendato delle gravose condizioni economiche … ma si limitava a invitare nuovamente le sole ditte precedentemente escluse … indirizzando loro soltanto il 1 dicembre 2005 una lettera di invito con un termine perentorio fissato per il 13 gennaio 2006».
Termine troppo ristretto per la procura anche in considerazione delle feste natalizie.

Di abuso d'ufficio in concorso dovranno rispondere, invece, D'Ambrosio, Antonacci, Bruno Catena (ex presidente Aca), Di Giovanni (direttore generale Aca) , Di Vincenzo e Gaetano Cardano (titolare della Biofert srl). La procura li accusa di aver provocato intenzionalmente «un notevole vantaggio patrimoniale di rilevante consistenza» derivante proprio dall'affidamento dell'appalto.
Appalto avviato con una determinazione dirigenziale ed in assenza di qualunque deliberazione assembleare dell'Ato e quindi in violazione di una serie di obblighi di legge.
Tra le varie cose, il pm Aceto contesta persino il divieto all'Ato di poter procedere alla concessione di lavori pubblici ed alla stipula di contratti di questo genere.
Per finire il pm contesta anche un ulteriore problema: il contratto fu stipulato con un soggetto diverso da quello promotore. Non con la sola Dino Di Vincenzo &C. ma con una Ati, un'associazione temporanea d'impresa, della quale faceva parte la Biofert.
L'escamotage si era rilevato necessario poiché Di Vincenzo non era titolare di impianti di smaltimento e trattamento di recupero dei fanghi, autorizzato dalla Regione, e avrebbe dovuto affidare il servizio di smaltimento ad un'altra ditta attraverso una procedura di evidenza pubblica, aggirata proprio con la costituzione dell'Ati.
La procura accusa inoltre Di Vincenzo e Cardano di aver prodotto false certificazioni che attestava di possedere tutti i requisiti previsti dalla gara.

20/01/2009 11.39