Nuovo stop per la Burgo, tutti a casa per cavillo burocratico

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Lavorare non serve per salvare la busta paga. E lavorare bene può addirittura diventare un handicap.
Come succede alla Burgo di Chieti scalo, la cartiera che ha riaperto 15 giorni per produrre 35 mila tonnellate di carta speciale, quella semipatinata a grammatura alta, richiesta dal mercato americano.
Ora la Burgo dovrà di nuovo bloccare le linee di produzione, nonostante il successo dell'operazione, che è stata fatta al meglio:
«quando il diavolo ci mette la coda – commenta Antonio Cardo, segretario Uil – mai è uscita una carta così ben fatta. Ma il giorno 3 ottobre dobbiamo chiudere di nuovo».
Cade così ogni speranza di continuare la produzione che solo le maestranze di Chieti - in Europa e nel mondo - sono in grado di realizzare. Possibile? No: è sicuro.
Il tutto per un cavillo burocratico: il Ministero ha concesso alla Burgo la cassa integrazione guadagni fino a 24 mesi per "cessazione attività per dismissione" dell'impianto.
Cosa diversa dalla cig "per cessazione dovuta alla ristrutturazione"
degli impianti e che dura fino a 12 mesi.
Il Ministero non ha gradito questa riapertura parziale nonostante la "cessazione dell'attività" e minaccia di sospendere la cassa integrazione, gli scivoli pensionistici e tutte le provvidenze attivate. L'errore della proprietà e degli operai che hanno risposto entusiasticamente all'appello per tornare al lavoro è stato quello di non tener conto della burocrazia.
Così sfuma anche la possibilità che altre aziende del settore, attirate da questa produzione di nicchia, possano acquisire l'impianto che ha dimostrato di non temere concorrenza. Preoccupati di questa nuova, definitiva chiusura, i sindacati hanno avuto nei giorni scorsi un incontro con il sindaco, con la Regione e con il senatore Giovanni Legnini per sollecitare la vendita dell'impianto. Unica condizione che hanno posto è che la Burgo, che versa in grosse difficoltà finanziarie, non ostacoli un possibile compratore.
L'impianto, come dimostra quest'ultima vicenda della carta speciale, è di assoluta competitività e fa gola a gruppi svedesi e finlandesi, disponibili a subentrare alla Burgo che ha chiuso lo stabilimento di Chieti forse per salvare le aziende del gruppo che operano al Nord.
Tra l'altro i debiti accumulati (si parla di oltre tremila miliardi delle vecchie lire) rendono praticamente impossibile una ripresa delle attività produttive in Abruzzo, mentre la vendita dello stabilimento teatino potrebbe essere una boccata di ossigeno per la casse vuote del gruppo.

Sebastiano Calella 02/10/2008 9.21

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