«C'è Diodato dietro la strage dei campesinos»

Alessandro Biancardi

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LA STORIA. LA PAZ. Il presunto manovratore del massacro di contadini avvenuto l'11 e il 12 settembre nel dipartimento boliviano di Pando, all’altezza della località di Tres Barrancas, potrebbe essere il latitante italiano di San Giovanni Teatino, Marco Marino Diodato.

LA STORIA. LA PAZ. Il presunto manovratore del massacro di contadini avvenuto l'11 e il 12 settembre nel dipartimento boliviano di Pando, all'altezza della località di Tres Barrancas, potrebbe essere il latitante italiano di San Giovanni Teatino, Marco Marino Diodato.
Gli inquirenti sono in attesa dei primi risultati dell'indagine ma l'indice accusatore si è già alzato contro l'ex parà abruzzese, oggi 50enne.
Diodato, nato a San Giovanni Teatino, un passato nella polizia in Italia, emigrò in Bolivia nel 1985 e sposò poco dopo la nipote dell'allora presidente della Bolivia Hugo Banzer (oggi sua ex moglie e madre di due figli che vivono con lei a Sambuceto).
Una bella ragazza, conosciuta in aereo: si innamorarono e fecero un tratto di vita insieme.
In Bolivia Diodato si è rifatto una vita: diventò anche proprietario di una fabbrica per il montaggio d'armi e di una fattoria, che secondo la polizia del posto serviva da copertura per laboratori clandestini per produrre cocaina.
Poi diventò istruttore del Centro delle truppe speciali della città di Cochabamba, nel 1990 entrò nelle file dell'esercito per poi venirne estromesso due anni dopo. Nel 1993 ci rientrò e raggiunse il grado di capitano ad honorem. Ma nel 1998 venne radiato definitivamente.
Nel 1999 arrivò l'arresto e la condanna: dieci anni con l'accusa di narcotraffico e riciclaggio di denaro.
Con lui furono arrestati l'ex console onorario italiano a Santa Cruz, Fausto Barbonari, Tullio Diodato (padre di Marco) poi liberato per mancanza di prove, Giuseppe Paludi, Natale Armonio e Gianfranco Gabillio, che per il giornale Presencia rispondevano al mafioso Nitto Santapaola.
Su Diodato pendeva però anche un'altra accusa: l'omicidio della pm che indagava su di lui, Monica Von Borries.
Con un curriculum già così compromesso nel 2004, fuggì da una clinica dove era stato ricoverato, svanendo nel nulla.

Oggi l'uomo è ancora irreperibile, lui, come la sua famiglia, ha sempre respinto ogni accusa e in una lettera lasciata nell'ospedale prima di fuggire ha spiegato che «si sta utilizzando la giustizia per impedirmi di ritornare in libertà. E' giunta l'ora», aggiunse «di tornare alla lotta per morire come un soldato nella battaglia più giusta della mia vita, in un terreno dove l'ipocrisia, la falsità, la falsa politica e l'infamia non sono argomenti validi».
Oggi la sua storia ritorna alla ribalta per l'omicidio dei 30 campesinos dell' 11 settembre.
L'agenzia di stampa statale boliviana Abi ha pubblicato dichiarazioni di Aldo Michel Irusta, ex parlamentare e giornalista, che intervenne a lato della pubblica accusa in un processo contro l'ex parà, secondo cui il prefetto di Pando Fernandez sarebbe legato alla "mafia di Diodato" e a narcotrafficanti operanti a Rio Branco, in Brasile.
Secondo Michel, Fernandez ha consolidato legami con il gruppo Diodato e ad un giro di introiti illeciti mediante case da gioco clandestine. L'ex parlamentare sostiene addirittura che alla struttura criminale lasciata da Diodato apparterrebbero, oltre Fernandez, anche il prefetto di Santa Cruz, Ruben Costas, ed esponenti dei Comitati civici di quel dipartimento.
«L'attività delittuosa del gruppo di Diodato - ha detto - ha operato per oltre 10 anni a Santa Cruz con copertura di Banzer, Jorge Tuto Quiroga e Gonzalo Sanchez de Lozada».
E squadroni paramilitari finanziati da questo, ha concluso, hanno agito al servizio della prefettura di Pando nel massacro dell'11 e 12 settembre di contadini ed indigeni inermi.
30 i morti, 50 feriti e più di 100 desaparecidos tra i manifestanti che avevano deciso di protestare contro le violenze provocate, giorni prima, dalle forze separatiste vicine al prefetto.

Alessandra Lotti 19/09/2008 9.39