L'isolamento degli arresti domiciliari? Una leggenda d'altri tempi

Alessandro Biancardi

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L'isolamento degli arresti domiciliari? Una leggenda d'altri tempi
INCHIESTA DEL TURCOPESCARA. Leggete questa storia ma promettete di non ridere. Un condannato agli arresti domiciliari è stato sorpreso a stazionare sulla terrazza condominiale dell'edificio dove era ubicata la sua abitazione. Il Tribunale di Foggia, ha condannato l'imputato per evasione.
Ma la Corte di Appello di Bari, non ravvisando la commissione di un reato nel fatto, ha assolto l'imputato.
Contro la sentenza di appello ha promosso ricorso per Cassazione il Procuratore Generale.
Ne è scaturita una sentenza di poco più di un anno fa (n. 30983/2007) che ha dichiarato fondato il ricorso.
In pratica stare sul balcone è "evasione" in quanto per dimora si intende il luogo abituale dove si conduce la vita –appunto- domestica con esclusione delle pertinenze (i balconi).
Una sentenza che definire rigorosa, forse, è poco.
Ma in tema di arresti domiciliari le contraddizioni non sono poche ed il rigore finisce qua.
La gente comune immagina un regime di isolamento totale, invece… Dunque, se due passi (in senso letterale) fuori è «evasione», così avere contatti con l'esterno dovrebbe essere altrettanto vietato (infatti lo è).
Così non si può parlare al telefono, non si possono scambiare quattro chiacchiere con altre persone che non siano conviventi… Non si può… anzi non si potrebbe.
Non si potrebbe nemmeno navigare sul web e inviare mail… Intanto, grazie all'incidente probatorio più famoso d'Abruzzo abbiamo potuto constatare come siano "flessibili" i divieti di comunicare con l'esterno.
E se c'era la dispensa del gip per gli indagati di poter uscire dalla propria abitazione (pur senza essere scortati) non c'era, invece, alcuna deroga all'obbligo di non comunicare.
Invece, gli indagati dello scandalo più importante sulla sanità hanno chiacchierato, passeggiato sotto braccio, si sono passati confidenze all'orecchio, battute e sorrisi.
Che dire delle interviste rilasciate dall'ex presidente Del Turco ai giornali?
In fondo perché meravigliarsi visto che le rilasciava pure quando era in carcere in isolamento?

DIVIETO DI COMUNICARE

Ma allora si può parlare o no con gli altri indagati se si è ai domiciliari?
«Assolutamente no».
E con i giornalisti?
«Peggio ancora».
Così sembrerebbe che il procuratore Trifuoggi ieri abbia avvicinato il difensore -tra gli altri- di Del Turco, Giuliano Milia, e gli abbia consigliato di "frenare" i suoi assistiti e di attenersi al codice e alle sue disposizioni che in tema di arresti domiciliari parla chiaro.
Messaggio recepito se Del Turco all'uscita dall'aula, ieri pomeriggio, è riuscito a ripetere 8 volte «grazie», a serrare la bocca e persino a soffocare il suo slogan: «beato chi è nato a Collelongo».
Ha solo sibilato: «non fatemi perdere la cosa più preziosa che ho al
momento: il mio difensore», lasciando intendere che gli era proprio giunto il messaggio.
Non era servito nemmeno il richiamo formale del gip Di Fine che aveva già bacchettato "l'indisciplinato" indagato proprio per le numerose dichiarazioni rilasciate dal carcere alla decina di deputati accorsi a visitarlo e poi puntualmente finite sui giornali.
In quella occasione il gip dovette ammettere che l'isolamento del carcere era stato aggirato.
Qual è il pericolo per chi viola il divieto di comunicazione?
«L'aggravamento delle misure cautelari e si rischia di ritornare in carcere…» Ma per ora la procura potrebbe chiudere un occhio anche se al ripetersi di tali violazioni potrebbero aprirsi nuovamente le porte del carcere.

E' VIETATO MANDARE MAIL ….

Ma non è tutto
Sempre in relazione al divieto di comunicazione c'è da dire che l'isolamento di una volta non è per nulla simile a quello di oggi.
Quando la giustizia non si aggiorna ed ignora le nuove tecnologie si possono raggiungere risultati paradossali.
Un tempo, infatti, chi era sottoposto a misure cautelari nella sua abitazione aveva serie difficoltà a comunicare con l'esterno.
Veniva sequestrata la linea telefonica e l'apparecchio risultava inservibile, la posta ordinaria veniva controllata e le visite a sorpresa della forze dell'ordine erano frequenti. Fine dei giochi. Poi era sempre possibile ricevere o mandare all'esterno messaggi e bigliettini, magari tramite le persone che potevano far visita all'indagato.
Oggi grazie al processo evolutivo delle tecnologie è del tutto inutile bloccare la linea telefonica di casa che spesso nemmeno viene sigillata. I cellulari, inoltre, sono dappertutto e non è certo impossibile far entrare in una privata abitazione telefonini di amici o conviventi o persino nuove schede Sim per parlare indisturbati.
Le cimici in casa? Vietate.
Per non parlare dei controlli sulla posta ordinaria che ormai sono del tutto inutili: oggi ci sono le e-mail.
Ma come si fa a controllare che chi è ristretto ai domiciliari non comunichi con l'esterno attraverso Internet e la posta elettronica?
La risposta è semplice: non si controlla.
Dunque, per ipotesi e per puro esempio scolastico, chi ha compiuto una rapina e viene sottoposto ai domiciliari può paradossalmente mandare gli auguri di Natale ai parenti in Australia o dedicarsi a ricucire quei rapporti che il tran tran quotidiano ha reso più blandi.
Fin qui nulla di sconvolgente per l'interesse pubblico alla giustizia.
Le cose cambiano se per esempio il nostro ipotetico indagato agli arresti domiciliari fosse accusato di "associazione a delinquere"; in questo caso appena poche ore dopo l'arresto potrebbe già essere in contatto con gli altri componenti del sodalizio e magari concordare una medesima versione, dare istruzioni per far sparire prove e molto altro. Sempre via email.
Oppure immaginiamoci un indagato accusato di riciclaggio, fondi neri portati all'estero, gli inquirenti che arrancano per trovare prove e le tracce dei soldi; il nostro ipotetico indagato ai domiciliari potrebbe persino dare istruzioni alla banca per fare operazioni, mettere al sicuro il bottino, mandare documenti o distruggerli.
In questi casi l'enorme falla della misura cautelare potrebbe avere pesanti ripercussioni persino sulle indagini. Sottovalutare le possibilità di nuove tecnologie che il web offre è un lusso che la giustizia non si può permettere.
Ma il vero problema rimane il controllo: al momento sarebbe praticamente impossibile impedire all'arrestato di potersi collegare alla Web, anche se spesso si usa l'accortezza di sequestrare i computer dell'abitazione.
Ma come per i cellulari è molto facile oggi introdurre portatili e navigare.
Controllare poi gli account di posta elettronica è assolutamente impensabile poiché oggi non esiste un modo per stabilire con certezza l'esatta paternità di una casella di posta.
Sono, infatti, pochissimi i dati che vengono richiesti, spesso basta solo una password ed il gioco è fatto. Certo rimarrebbe l'indirizzo ip ma anche quello potrebbe essere facilmente aggirabile .
Che fare dunque per riuscire ad applicare il divieto di comunicazione all'esterno?

10/09/2008 9.21