Pronto soccorso Chieti super affollato: 4.802 ricoveri solo a luglio

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Scoppia il Pronto Soccorso di Chieti: fino al 25 luglio 350 accessi in più rispetto all'anno passato. Ed è un'emergenza cronica, che non ha nulla a che vedere con le vicende giudiziarie di questi giorni.
Anche se è probabile che, in tutt'altre faccende affaccendati, i vertici regionali della Sanità non abbiano posto questo problema tra le priorità da affrontare e risolvere per fronteggiare le difficoltà.
In totale, fino a ieri, le prestazioni erogate da luglio sono state 4.802. E una buona parte, precisamente 616, sono diventati ricoveri, con riflessi drammatici sull'affollamento dei reparti che già soffrono per gli accorpamenti, le soppressioni e la carenza di personale.
Il che ha avuto come conseguenza pratica che molti pazienti, almeno tutti quelli per i quali è stato possibile (non avendo bisogno di prestazioni di alta specializzazione), sono stati dirottati agli ospedali di Ortona e di Guardiagrele.
Altro dato significativo è che sia i ricoverati che i cittadini che vengono da fuori Asl sono una percentuale molto alta: circa il 45% i ricoverati, circa il 15 % gli accessi.
Il 24 luglio, tanto per citare numeri certi, ci sono stati 183 accessi, di cui 72 esterni alla Asl, mentre lunedì scorso (capita tutte le settimane nei giorni post-festivi) si sono avuti 234 prestazioni, di cui 92 esterne.
Sono dati che spesso vengono letti in chiave positiva, perché certificano la capacità di attrazione dell'Ospedale SS. Annunziata.
Il problema nasce però dal fatto che l'organico del Pronto Soccorso (ma non molto diversa è la situazione nei reparti) è tarato sulle esigenze della Asl di Chieti.
Invece c'è il 47% in più di prestazioni per malati che arrivano da fuori, mentre non aumentano di pari passo posti letto e personale medico ed infermieristico.
Il che non è avvenuto e non avverrà in tempi brevi, visto il Piano di rientro dai debiti della sanità. Come non si è ancora verificato l'effetto "filtro" della medicina sul territorio, sia da parte dei Medici di base, che dei Distretti sanitari.
Senza dire dell'assoluta carenza dell'Adi, l'assistenza domiciliare integrata, che è un intervento socio-sanitario che i Comuni dovrebbero attivare.
«L'intervento sociale è ridotto praticamente a zero», commenta Aldo Cerulli, segretario regionale di Cittadinanza attiva. Una proposta viene proprio dal Tribunale del malato: «chiamare i medici di famiglia a lavorare in Ospedale, sia per un loro arricchimento professionale, sia per dare respiro agli ospedalieri».

Sebastiano Calella 26/07/2008 10.08