Parte dall’Abruzzo l’appello per un processo giusto a Tareq Aziz

Alessandro Biancardi

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ORTONA. E' ripreso a Bagdad qualche giorno fa il processo a Tareq Aziz, ex primo ministro e ministro degli esteri del governo iracheno di Saddam Hussein. L'avvocato Remo Di Martino, di Ortona, membro del collegio difensivo denuncia: «non è stata data la possibilità a Tarerq Aziz di farsi assistere dal pool di avvocati che già tre anni fa, tramite il figlio Ziad, aveva assunto la sua difesa».



ORTONA. E' ripreso a Bagdad qualche giorno fa il processo a Tareq Aziz, ex primo ministro e ministro degli esteri del governo iracheno di Saddam Hussein. L'avvocato Remo Di Martino, di Ortona, membro del collegio difensivo denuncia: «non è stata data la possibilità a Tarerq Aziz di farsi assistere dal pool di avvocati che già tre anni fa, tramite il figlio Ziad, aveva assunto la sua difesa».




L'ex primo ministro, nel febbraio del 2003 era stato ricevuto anche da Papa Giovanni Paolo II per tentare di evitare la guerra in Iraq.
«Scoppiata la guerra», ricorda ancora oggi l'avvocato ortonese, «non si è dato alla fuga come hanno fatto Saddam Hussein ed i suoi figli ma si è consegnato spontaneamente alle truppe americane, nell' aprile del 2003».
Da allora è stato tenuto in prigione «nonostante fosse malato di cuore e di diabete», sottolinea il legale, «senza poter essere visitato dai familiari e dal pool difensivo».
Adesso, dopo mesi di silenzio, la questione si riapre.
«Nessuno si vuole occupare più di Tareq Aziz e probabilmente sarà condannato a morte nonostante non siano ascrivibili a lui nessuno dei fatti contestati a Saddam Hussein».
Insomma a sentire il legale abruzzese la questione sarebbe molto diversa e interesserebbe i fondamentali diritti della persona sanciti nei vari trattati internazionali che tutelano il diritto ad avere un processo giusto ed equilibrato.
Invece nel lontano Iraq ancora scosso dalla guerra tutto questo non avverrebbe. Formalmente è il nuovo governo locale a seguire la procedura giudiziaria che non è tuttavia ostacolata dalle forze militari Usa presenti ancora nel Paese.
Di Martino ha incontrato la prima volta Aziz ad Assisi il 14 febbraio del 2003.
«Gli chiesi il visto per entrare in Iraq per completare il viaggio sulle “Orme di San Tommaso”», ricorda oggi, «e lui mi disse "St Thomas is my father"(San Tommaso è mio padre, c'è una forte tradizione del santo nel Paese dove è passato per la sua opera di evangelizzazione ndr). Sono stato due volte ad Amman per parlare con il figlio, ho interessato sia Berlusconi nel 2004 che Prodi nel 2006 ma non si è visto alcun risultato. Mi auguro che non giunga anche per il cristiano Tareq Aziz la condanna a morte».
Non si conoscono ancora i tempi della procedura del processo appena ricominciato. Ma di certo Aziz non potrà fare affidamento sul suo avvocato iraqueno Badie Arif, scappato dall'Iraq dopo alcune minacce ricevute e il rapimento del figlio.
Secondo quanto ha riferito l'ex avvocato a Di Martino, Aziz era stato interrogato più volte da persone che non si erano identificate, probabilmente della Cia o dei servizi segreti, «e piuttosto che interrogarlo sugli addebiti mossi a lui e Saddam», continua il legale abruzzese, «tendevano a sapere i rapporti con l'Italia e Formigoni sulla questione Oil for food».
Ma ora cosa ci si aspetta?
«Vorremmo almeno ottenere che non lo condannino a morte in tempi brevissimi e con un processo sommario. E' opportuno fare luce su questa vicenda», chiude Di Martino, «le istituzioni tutte dovrebbero intervenire. In fondo è una questione di civiltà».
22/05/2008 8.15