Fangodotto. La Corte dei Conti cita i responsabili per 600mila euro

Alessandro Biancardi

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Fangodotto. La Corte dei Conti cita i responsabili per 600mila euro
PESCARA. Sono passati molti anni ma la tenacia potrebbe presto avere i suoi risultati. Così la Corte dei Conti ha citato in giudizio per risarcire un danno provocato dalla mancata attivazione del famoso “fangodotto” la Dino Di Vincenzo & C. spa, il noto geometra Giampiero Leombroni (allora dirigente del Comune, poi consulente della Provincia oggi in forza alla Toto spa), l’architetto Mario Mazzocca per la Provincia di Pescara e l’ingegner Mario Antonacci per l’Ato4 Pescarese.
Il danno erariale alle casse pubbliche è stato stimato in 600 mila euro.
La vicenda è quella legata ai ritardi che hanno comportato la mancata attivazione degli impianti di depurazione e trattamento fanghi nel Comune di Pescara e in particolare dell'impianto di essiccazione fanghi che fino ad oggi non è mai entrato in funzione, anche se l'ultimazione dei lavori risale al 1993. L'impianto venne finanziato con fondi Europei per un valore di oltre 30 miliardi di lire.

VICENDA OSCURA EMERSA GRAZIE ALLA ASSOCIAZIONE CORAGGIO E FERMEZZA.

Giovanni D'Andrea, all'epoca presidente del consiglio provinciale di Pescara (oggi Segretario Regionale di Codici), presentò alla procura di Pescara, in data 13/09/1996, un esposto che riguardava varie vicende, tra cui quella del Fangodotto.
Per quest'ultima vicenda fu creato -in data 31/10/1996- il fascicolo n. 21506/96 mod. 21 che venne affidato al procuratore Pietro Mennini.
In data 14 Marzo 2001 lo stesso Mennini chiese l'archiviazione del fascicolo ed il gip accettò la richiesta.
Le indagini con ipotesi di reati penali si concluse così.
Nell'anno 2004 il movimento Coraggio e Fermezza di Pescara, presieduto da Domenico Pettinari, intraprese una serie di manifestazioni per denunciare pubblicamente il mancato funzionamento delle strutture principali del Fangodotto, nello specifico dell'impianto di essiccamento fanghi, pur avendo la Provincia di Pescara ottenuto il finanziamento di 30 miliardi del vecchio conio per la realizzazione e la messa in funzione dell'opera.
«Il 26 agosto 2004 il dottor Enrico Di Nicola e Pietro Mennini, rispettivamente all'epoca procuratore capo e sostituto procuratore della procura della Repubblica di Pescara», ricorda oggi Pettinari, «presentarono una querela per diffamazione, alla Procura di Roma, contro di me, contro Fabio Di Remigio in qualità di presidente e vicepresidente del movimento Coraggio e Fermezza. Nella querela si sosteneva che i due magistrati erano stati diffamati dalle nostre affissioni di alcuni articoli di giornale in diverse zone della città di Pescara che riguardavano questa vicenda. Noi ci siamo sempre chiesti e continuiamo a farlo che fine abbiano fatto quei soldi. Il 24 maggio però Di Nicola e Mennini ritirarono la querela».
La vicenda però non si ferma e Pettinari nel settembre 2005 depositata una nuova denuncia dossier al corpo forestale dello Stato.
In data 13 ottobre 2007, Giovanni D'Andrea in qualità di segretario regionale dell'associazione di consumatori Codici, presentò un nuovo esposto alla Procura della Repubblica di Pescara per denunciare tutte le irregolarità tecnico-amministrative emerse nel finanziamento e nella realizzazione del fangodotto chiedendo la condanna dei colpevoli. L'inchiesta è ancora in itinere presso gli uffici giudiziari di Pescara.
«Codici e Coraggio e Fermezza», si legge oggi in una nota, «plaudono all'operato della Corte dei Conti e del Corpo Forestale dello Stato che dopo oltre venti anni hanno saputo far emergere in tutta la sua grandiosità “lo scempio” e la “truffa” del depuratore di Pescara, individuando con acume investigativo e spiccato senso del dovere i responsabili del danno allo stato e alla collettività tutta. Ci auguriamo che presto la Procura di Pescara termini le indagini per far sempre ulteriore chiarezza sulla ormai annosa vicenda».

LE INCHIESTE DI PRIMADANOI.IT E I DOCUMENTI DEL MISTERO

Che ci fossero incongruenze, troppe, PrimaDaNoi.it lo ha ribadito più volte negli ultimi tre anni. Che ci fossero “prove” certe che qualcosa fosse andato per il verso sbagliato è oggi più che mai fuori di dubbio. La Corte dei Conti parla chiaro di inefficienze e irregolarità «solo per tenere le carte in ordine».
Che la politica sia affogata nella melma del fangodotto mancato è una certezza non men vera.
Di risposte però nessuno ne vuole dare e mentre la Corte dei Conti presenta il risultato delle sue indagini la procura di Pescara è ancora al palo dopo la prima archiviazione.
Occorre allora che si chiarisca il perché di tanto silenzio ed oblio su questa ed altre mille faccende che interessano sempre l'enorme gruppo di potere che si muove su Pescara e dintorni.
Eppure questa non è affatto una questione complicata come vogliono farla apparire i burocrati.
Circa 30 miliardi di vecchie lire sono stati spesi per non costruire un fangodotto. I soldi sono stati spesi ma il fangodotto non c'è e nessuno può inventarselo.
La domanda semplice semplice è allora: dove sono finiti i soldi?
Una domanda a cui la procura non ha ancora voluto contribuire a dare una risposta.
Una situazione grave tutta scritta nei documenti.
Nel 2000 il Comune di Pescara (sindaco Carlo Pace-Fi) rifiuta di incamerare nel patrimonio comunale il fangodotto perché «un pessimo affare». Si era accorto delle strutture incomplete e obsolete.
Qualche anno più tardi lo stesso Comune di Pescara cambia idea: spiegare il perché è fin troppo facile. La nuova amministrazione presieduta dal sindaco D'Alfonso (Pd) -giunto proprio dalla Provincia dove in qualità di presidente pure si era occupato della vicenda fangodotto- dà il suo assenso per far passare il fangodotto (ormai una struttura inutilizzabile) tra i beni dell'amministrazione comunale.
E se il fangodotto non poteva assolvere al suo scopo principale: trattare i fanghi delle fogne pescaresi non è stato poi un gran problema: «le carte erano in ordine».
Si affida allora alla ditta Di Vincenzo l'appalto esterno per il trasporto dei fanghi nelle discariche.
Appalto rinnovato più volte tacitamente. Appalto (per milioni di euro) che non sarebbe stato necessario se il fangodotto si fosse realizzato.
Anche quest'ultimo passaggio è finito nei faldoni parcheggiati in procura… in attesa di giudizio.

CON UN COLLAUDO MAI EFFETTUATO SI CERTIFICA UN' OPERA CHE NON FUNZIONA

Secondo il movimento Coraggio e Fermezza -che da sempre denuncia irregolarità su questo argomento- c'è un momento nel quale il «misfatto» del fangodotto sarebbe potuto emergere, venire alla luce, e si sarebbero potute sanare eventuali irregolarità.
C'è stato un momento in cui l'opera (incompiuta) è stata collaudata.
In quel momento la commissione esaminatrice si sarebbe dovuta accorgere dello stato reale del manufatto. Invece…
Già collaudare un'opera che quasi non c'è -e di sicuro non può funzionare- è un concetto che stride.
Ma collaudare un manufatto che serve a qualcosa di ben preciso «a prescindere dalla prova di funzionamento», guarda caso proprio dell'essiccatore termico, ha davvero dell'incredibile.
Come dare la patente di guida ad un giovanotto da fermo, senza mai farlo salire su una automobile ma soltanto squadrandone i lineamenti.
Tanto viene certificato e riportato sul verbale di collaudo datato 24 novembre 2004.
Eppure poche pagine più in là si può trovare la motivazione chiara del mancato collaudo «a prescindere».
«Sono collaudabili le opere con la precisazione che l'impianto di essiccamento fanghi realizzato in conformità del contratto non è stato avviato per mancanza di adeguata fornitura di combustibile e di energia elettrica».
In queste poche righe si nascondono moltissimi misteri.
Come può un'opera che non è mai stata terminata, mai entrata in funzione, essere realizzata «in conformità del contratto»?
Ma dare il parere positivo ad un collaudo mai avvenuto per i motivi su citati appare una cosa unica nel suo genere.
La domanda allora potrebbe essere: se è vero quello che dice il verbale di collaudo quando è stato poi realmente collaudato l'essiccatore?
In fondo si trattava solo di far arrivare un po' di «combustibile ed energia elettrica»…
E per finire, se tutto è a posto e funzionante e pronto per l'uso, perché dopo 20 anni la collettività tutta non ne giova, visto che è stato avallato un appalto per altri 25 anni per il trasporto dei fanghi (poi revocato ma solo per l'intervento della procura)?
Eppure il verbale appare regolarmente firmato da numerosi tecnici e rappresentanti di enti pubblici.
Sarebbe questo il nodo centrale dell'ultima fase della telenovela “fangodotto”.
Rimane il dubbio di come l'immobile ed il suo valore sia transitato nei bilanci di diversi enti pubblici senza che alcuno si accorgesse di eventuali anomalie.
Ma le risposte in tutti questi anni non sono arrivate. E se mai arriveranno potrebbe essere troppo tardi per via delle prescrizioni.

ECCO IL VERBALE
 
LA NOSTRA INCHIESTA: PER CAPIRE  
TUTTE LE CARTE DEL MISTERO 
L'INTERROGAZIONE SENZA RISPOSTA 

03/05/2008 14.37