Ex Delverde, la corsa per ricomprarla "a saldo" salta all’ultimo momento

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

1907

PARTE TERZA VASTO. Il “teorema” della procura di vasto sulla fine del pastificio di Fara San Martino avvenuta con la dichiarazione di fallimento a febbraio 2005 è chiaro: c’era un disegno preciso di Masciarelli & Co per riacquistarlo nella procedura fallimentare. Una serie di azioni erano già state messe in atto per avere il controllo della ex Delverde sull’orlo del baratro.
Nell'ultima fase la “cordata” di cui facevano parte, sempre secondo la procura, le 14 persone per le quali si chiede il giudizio dovevano presentare l'offerta attraverso società e prestanomi.
Il piano era organico e predisposto da tempo: magari si poteva rivenderla e guadagnarci milioni, vendere il marchio o semplicemente farla sparire, come pure dice qualcuno.
Ed è proprio dopo la dichiarazione di fallimento che la procura di Vasto intravede la sinergia (o come lo chiama «sodalizio criminale») tra Masciarelli, Picciotti e quell'avvocato Anello che già avrebbe avuto una parte fondamentale nell'approntare una società “vergine” con sede in Lussemburgo: la Gesav.
I documenti presentati al tribunale di Chieti sono stati sequestrati ad aprile del 2006 dalla Finanza che ha posto l'attenzione su tre offerte di acquisto presentate.
Tra le istanze figuravano la proposta di acquisto in concordato preventivo presentata in data 15.10.2004 e a firma dell'amministratore Marco Picciotti; la proposta di acquisto in concordato preventivo presentata dalla SO.I.P.A. in data 01.12.2004, a firma dell'amministratrice, Patrizia D'Agostino; la proposta di offerta di acquisto in concordato preventivo presentata in data 07.01.2005 dalla Molino Alimonti S.p.a. a firma del titolare Leonardo Alimonti.
Nello specifico una lunga e dettagliata perizia tecnica ordinata dalla procura illustra le diverse tipologie e svela particolari di ogni singola istanza.
Per l'accusa, però, due offerte sembrano essere legate da molti punti in comune: quella della SO.I.P.A. e quella della Molino Alimonti.
Per la procura di Vasto risultano essere praticamente identiche.
Questo particolare secondo il pm Annarita Mantini sarebbe la prova che le due offerte erano in realtà frutto di una stessa mano.
Così insospettiti gli inquirenti hanno cercato di capire chi ci fosse dietro la società So.i.p.a. srl, Società Investimenti e Partecipazioni Alimentari, di Roma, costituita il 29.10.2004.
L'amministratrice fin dalla sua creazione è l'avvocato Patrizia D'Agostino (la moglie di Giacomo Obletter, commercialista, stretto collaboratore, a vario titolo di Masciarelli e Fira), con capitale sociale minimo di 10mila euro diviso per 9.500 euro alla Servizio Italia – Società fiduciaria di servizi e 500 euro alla Stube S.p.a..
Dagli accertamenti si è scoperto che ancora una volta la società faceva capo a Picciotti poichè figuravano titolari delle quote la madre Rita D'Alonzo e il padre Franco (indagati).
Picciotti, anche in questo caso, vorrebbe dire irrimediabilmente Masciarelli la cui assenza ancora una volta sarebbe «più acuta presenza».
Tra la documentazione sequestrata alla Fira vengono rinvenuti anche documenti che attesterebbero quanto ipotizzato.
Si tratta didue note a firma di Masciarelli e Anello, inviate probabilmente via fax ad Alimonti e a Picciotti. Nel secondo di questi due fogli viene indicato il testo di una lettera che Alimonti dovrà inviare a Picciotti e in cui si impegna: «…al buon esito della proposta presentata al Tribunale, a concedere il 50% delle quote azionarie della costituenda s.p.a. che acquisterà la Delverde S.p.a., alla società SO.I.P.A. o altra società indicata dal sig. Picciotti…».
Un'altra bozza di scrittura privata, invece, delinea il rapporto tra Masciarelli e Alimonti i quali avrebbero interesse a verificare la convenienza dell'acquisto.
Così anche in questo caso l'ex presidente della Fira si sarebbe impegnato a reperire liquidità per portare a termine l'accordo ufficialmente presentato da Alimonti.

TUTTO E' PRONTO. ORA MANCANO I SOLDI: LA SANITA' PRIVATA IN SOCCORSO

Con la preparazione delle società schermo “la base” è predisposta. Ora occorre trovare la liquidità necessaria che ammontava a circa 22 milioni di euro.
Secondo quanto dichiarato nell'interrogatorio del commercialista teatino Obletter, Masciarelli avrebbe già avuto la disponibilità di circa metà della cifra. Ma occorreva fare di più.
A questo punto entrano in scena gli imprenditori della sanità con i quali Masciarelli aveva a che fare perché in quel periodo era in preparazione la prima cartolarizzazione (per la quale è partita una maxi inchiesta con molteplici filoni).
E' lo stesso Obletter –si evince dai verbali di interrogatorio- che menziona Pierangeli come possibile interessato, mentre la moglie Patrizia D'Agostino (Soipa) asserisce di «non aver compilato la domanda» presentata al tribunale di Chieti per l'acquisto della Delverde ma di averla «esclusivamente presentata» e che dietro l'operazione «c'erano Picciotti, Alimonti e Vincenzo Angelini» che avrebbe dovuto supportare l'operazione con capitale fresco (circa 20 milioni).
Con l'ingresso degli imprenditori della sanità tra i finanziatori occulti lo scenario si allarga. Per la procura di Vasto però i due imprenditori (che non sono indagati) in realtà sarebbero “parte lesa”.
Il periodo come detto è quello della cartolarizzazione ed anche per questo la procura vedrebbe una ipotesi di una seconda concussione da parte del pubblico ufficiale Masciarelli.
Infatti, perché proprio la sanità privata sarebbe venuta in soccorso, si domanda il pm Anna Rita Mantini?
E' un fatto che dalla cartolarizzazione proprio Pierangeli e Angelini avrebbero potuto guadagnare e trovare giovamento con la soddisfazione dei crediti vantati nei confronti della Regione.
Poi una inchiesta stabilirà se le cifre girate ai privati sono corrispondenti e rispettano le norme che prevedono gli accreditamenti delle cliniche private.
Dunque gli imprenditori sarebbero stati in posizione di sottomissione, dice l'accusa («inferiorità psicologica»)- si sarebbero prestati per risolvere un problema a chi poi avrebbe potuto risolvere un loro problema.
«Masciarelli applica nuovamente i poteri conferitigli dalla sua posizione istituzionale e dal supporto implicito fornitogli da uomini politici che, forse per comodità, gli delegano, di fatto, funzioni che implicano un altissimo “potere contrattuale”», scrive il pm, «in pratica, nuovamente approfitta dello stato di inferiorità in cui versano i suoi interlocutori e della assoluta dipendenza che questi soffrono rispetto alle sue scelte ed ai tempi di gestione di azioni che il ricoprire un ruolo istituzionale gli attribuisce».
Mentre ci si da da fare per raggiungere lo scopo qualcosa accade.
Il 4 gennaio 2005 il direttore finanziario della Alimonti comunica alla Soipa di non voler continuare nell'operazione di acquisto. E' allora un tassello importante che viene a mancare.
L'impressione è che il gioco si sia fatto molto pericoloso, la corda tirata a tal punto da spezzarsi.
Cosa è successo e perché proprio nell'ultimissima fase la Alimonti si tira indietro?
Le risposte forse verranno dal processo anche se le motivazioni sembrano non pesare sul teorema accusatorio.
Ma l'essersi ritirato solo in extremis non ha evitato all'imprenditore ortonese Leonardo Alimonti di finire comunque in questo che si preannuncia un processo molto importante per le sue numerose implicazioni.
26/03/2008 10.55



[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=14425]LA PRIMA PARTE[/url]
[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=14472]LA SECONDA PARTE[/url]
[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=14388]DUE INCHIESTE PER UN PASTIFICIO[/url]
[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=14281]LA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO[/url]