Cementificio di Pescara. «L'unica strada è la delocalizzazione»

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

2811

PESCARA. Dopo il sequestro di due giorni fa di una discarica attigua al cementificio di Pescara si accende nuovamente la discussione intorno alla delocalizzazione dell'impianto. Il Wwf: «è una struttura incompatibile con la città. «Dopo 40 anni di attività è venuto il momento di delocalizzare finalmente questo opificio».
Cromo, cadmio, mercurio, diossine, polveri, ossidi di azoto: «un cementificio può produrre tanti composti pericolosi». Partendo da questo principio il Wwf torna a richiedere la delocalizzazione del cementificio di Pescara e lo svolgimento di accurate analisi chimiche sui terreni adiacenti e sull'aria per valutare l'impatto che ha avuto questa struttura sull'ambiente.
«Sarebbe inoltre necessaria», spiega il responsabile regionale Dante Caserta, «attivare un'indagine epidemiologica per valutare bene l'eventuale impatto sanitario sulle persone, magari realizzando anche analisi a campione su volontari per monitorare il livello di alcuni composti pericolosi che possono accumularsi».
In questo senso l'Associazione consiglia vivamente di prendere ad esempio quanto avvenuto sull'inceneritore di Forlì, dove un'accurata indagine epidemiologica svolta ai massimi livelli ha offerto un quadro veramente preoccupante sull'impatto di quella struttura di incenerimento sulla salute della popolazione.
Un altro problema da non sottovalutare, sostiene il Wwf sono i sistemi di monitoraggio: «in Abruzzo», spiega ancora Caserta, «è dimostrato come le strutture di prevenzione e controllo non siano in grado di assicurare monitoraggi adeguati e valutazioni accurate sulle conseguenze sanitarie ed ambientali delle diverse attività industriali».


IL COMITATO: «LIBERATECI DAL CEMENTIFICIO»

«Ancora una volta sono gli organi inquirenti che vengono in soccorso dell'ambiente», denuncia l' associazione Malora Premunt.
L'associazione del quartiere 3 (dove è localizzato l'impianto) da tempo si batte per conoscere la verità su ciò che i residenti respirano e sulle responsabilità «di chi ha autorizzato l'incenerimento di rifiuti speciali ad una industria progettata e realizzata con una tecnologia di 50 anni fa e finalizzata alla produzione di cemento».
«Per bruciare rifiuti speciali e non», spiega il coordinamento, «sono necessarie tecnologie, competenze e controlli ai massimi livelli, aspetti che sono totalmente assenti. Per legge i termovalorizzatori possono emettere fino a 200 mg/m3 di ossido di azoto (NOx) mentre i cementifici possono arrivare a 800 mg/m3 di NOx».
Si arriva al paradosso che sarebbe più salubre e conveniente per i cittadini avere in città un termovalorizzatore. «Una tonnellata di rifiuti inceneriti», spiega ancora il comitato, «genera 200 Kg di ceneri contenenti tra l'altro diossina: il 96% viene riutilizzato per produrre cemento (materiale edile); il 4% (8 Kg per tonnellata) sono ceneri velenosissime che di solito vengono inviate all'estero per essere smaltite da ditte specializzate a ben 800 metri di profondità».
«Dove smaltisce la Lafarge quel 4%?», si domanda il comitato. «Nei documenti autorizzativi (AIA) queste informazioni non ci sono».


IL COMUNE: «SEMPRE CONTROLLATO CHE SI RISPETTASSERO I PARAMETRI»


«Come amministrazione abbiamo sempre fatto presente alla Lafarge che lo svolgimento dell'attività industriale in oggetto avrebbe dovuto essere improntato al massimo rispetto dell'ambiente e della salute dei cittadini», ha ricordato l'assessore comunale Camillo D'Angelo.
E l'amministrazione pescarese ha assicurato di aver sempre vigilato affinchè «la Lafarge rispettasse gli impegni presi di grande attenzione nei confronti dell'ambiente, questo anche attraverso la richiesta all'Arta di attivazione di una centralina aggiuntiva in via Sacco per monitorare la ricaduta ambientale dell'attività svolta».


10/03/2008 13.24

[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=14245]LA NOTIZIA DEL SEQUESTRO[/url]


Visualizzazione ingrandita della mappa