Detenute donne, in un questionario le criticità del sistema

Alessandro Biancardi

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GIULIANOVA. Una mini ricerca sulle detenute. Sono state intervistate 32 donne ristrette alle quali è stato somministrato un questionario su diversi aspetti della vita sociale e del capitale fisico e umano. Dall’elaborazione dei dati si evidenzia come al momento dell’ingresso nel carcere nessuna donne ha ricevuto informazioni e/o materiale informativo sulle regole interne all’istituto di pena.
Inoltre, per quanto riguardo i servizi interni al carcere emerge un giudizio insoddisfacente da parte delle detenute su iniziative culturali (62,5%), biblioteca (35,7%), spazi in comune (84,6%), assistenza medica (52,4%), funzioni religiose (54,5%), palestra (81,8%). Decisamente migliore invece il rapporto con gli operatori giudicato da molte “del tutto buono” con punte del 62,5% in riferimento ai volontari e del 61,5% in riferimento agli educatori.
E' quanto è emerso ieri a Giulianova dal seminario nazionale “Detenute=femminile plurale” organizzato nell'ambito del progetto Equal “Sconfinando” che vede come ente titolare la Provincia di Teramo e come Partner del progetto l'Associazione On the Road, l'API - Associazione Piccole e medie Imprese della Provincia di Teramo, il Centro Servizi per il Volontariato di Teramo, l'Unione Industriali della provincia di Teramo e l'Università di Teramo.
Durante l'evento, organizzato dal CSV Teramo in collaborazione con l'Associazione On the Road, è stata presentata la ricerca qualitativa sulle donne detenute o ex detenute nella Provincia di Teramo ed è stata distribuita la pubblicazione sullo studio curata da Walter Nanni e Rosangela Ciarrocchi ed edita da Franco Angeli.

IL REINSERIMENTO

In merito al reinserimento sociale non emergono proposte sistematiche che aiutino le detenute a migliorare il collegamento in-out. I timori maggiori delle donne nel momento del reinserimento riguardano l'area della ricerca del lavoro e la preoccupazione del giudizio e dell'accettazione dei figli e della famiglia.
La seconda parte della ricerca ha invece riguardato 10 racconti di vita di ex detenute di nazionalità italiana, rom e rumena. Infine, un ultimo aspetto di analisi ha esaminato il confronto con le informazioni e le conoscenze acquisite dalle detenute e delle ex-detenute, con il parere e l'esperienza degli operatori del settore.
In questo modo è stato possibile verificare in quale misura le visioni del mondo dei due attori sociali coinvolti (donne detenute e operatori) coincidesse e in quale misura, invece, fosse possibile identificare una forbice percettiva tra detenute e operatori.
Il confronto tra le dichiarazioni delle detenute attualmente presenti in carcere con quelle che hanno già scontato la pena evidenzia una forte dicotomia, soprattutto in relazione ai giudizi espressi sulle agenti di polizia penitenziaria. Mentre le detenute attualmente presenti non hanno evidenziato particolari criticità, dall'ascolto delle donne all'esterno del carcere emergono una serie di aspetti negativi, soprattutto in riferimento ad alcuni comportamenti di discrezionalità e mancato rispetto dei diritti delle detenute. A questo riguardo, come già in altri luoghi di detenzione, appare opportuno intervenire su più versanti: da un lato, alleggerire il carico e la tensione sul posto di lavoro, riducendo orari e favorendo il turn-over. Dall'altro lato, è auspicabile il coinvolgimento degli agenti all'interno di un percorso di formazione e aggiornamento permanente, soprattutto sui temi diritti umani e della qualità della vita relazionale, da avviare in forme comuni e concordate assieme agli altri operatori stabilmente presenti all'interno del carcere.

IL PROBLEMA DEL DOMICILIO DI EMERGENZA

Dal percorso di ricerca realizzato ma soprattutto dall'ascolto della voce delle “protagoniste” sono emerse delle problematicità, delle aree di criticità sia durante che dopo il periodo di detenzione nel delicato momento del reinserimento sociale. A partire dalle criticità emerse è stato possibile proporre delle idee-progetto sul tema. Tra queste quella di fornire alle donne prive di dimora stabile un domicilio “di emergenza” a cui fare riferimento per la concessione delle misure alternative, promuovere l'accesso delle detenute a corsi di formazione scolastica, da tenere all'interno e/o all'esterno del carcere, in assenza di una politica nazionale di lotta alla povertà, sviluppare nel territorio delle misure più efficaci di contrasto della povertà economica, migliorare il lavoro di rete tra operatori sociali della Giustizia.

«Rispetto ad altre indagini sulla detenzione femminile, prevalentemente concentrate sulla vita quotidiana in carcere o sugli aspetti di carattere psicologico dell'esperienza di reclusione, l'obiettivo conoscitivo di questa ricerca è stato orientato alla dimensione sociale dell'esperienza detentiva femminile. Inoltre un ulteriore aspetto di analisi ha riguardato il confronto con le informazioni e le conoscenze acquisite dalle detenute e delle ex detenute», ha detto Annalia Savini, coordinatrice progetto Sconfinando.

07/03/2008 9.38