Barista denuncia, la polizia scopre una rete di estorsori legati alla droga

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Bombe per controllare il traffico di droga ma anche per dare un segnale forte a tutte le vittime della loro estorsione. Nuovi guai per Italo Gaspari, Claudio Di Risio ed Emidio Paolucci finiti in galera e poi scarcerati per essere stati indicati come responsabili delle bombe nel quartiere Rancitelli della estate scorsa. Esplosivo che serviva a far capire chi comanda nel quartiere più degradato di Pescara.
Da ieri i tre sono stati sottoposti a fermo cautelare, emesso dal pm Aldo Aceto, con l'accusa di estorsione ai danni di un barista di Pescara.
L'ipotesi è, dunque, che, oltre la droga, la banda gestisse anche una rete di ritorsioni finalizzate all'usura e all'estorsione.
I fatti riguardano un barista della zona dello stadio che non versa in buone acque, gli affari vanno male, e decide di chiedere un prestito ad un tale Antonio che lui conosce perché lavora nel campo dei videopoker. Antonio si offre di prestare 20mila euro.
Verso aprile si presentano nel bar due ceffi, Emidio e Claudio, che con minacce tutt'altro che velate richiedono con insistenza il credito che probabilmente hanno rilevato da Antonio.
I due vogliono subito almeno 400 euro.
Il barista non ha più di 50 euro.
La richiesta viene poi procrastinata a 10 giorni o in alternativa al mese ma in quel caso la cifra da rendere è di 1500 euro.
«Attento a tua moglie, ti incendiamo il locale», gli dicono. Il barista non vede via di uscita e prepara la cifra, ha pur sempre una famiglia da sfamare.
Succede, però, che un giorno la Polizia arresta per i fatti di Rancitelli i fratelli Di Risio, Paolucci e Gaspari.
Il barista vede sul giornale le foto e ne riconosce due: Emidio e Claudio, erano loro che andavano nel bar a minacciare e richiedere i soldi.
Tira un sospiro di sollievo, passa giorni più tranquilli e nessuno si fa vivo al locale.
Il 19 settembre i due malviventi vengono scarcerati ed il giorno dopo già sono nuovamente dal barista nei pressi dello stadio per riscuotere gli arretrati.
A questo punto l'esercente in difficoltà capisce che le cose si stanno mettendo male, anche perché le minacce si fanno sempre più violente e c'è il pericolo che i due facciano esplodere il locale, unica fonte di reddito.
Il barista così decide di denunciare tutto alla polizia e racconta come la banda gli avesse offerto anche la possibilità di fargli estinguere il debito di 20mila euro con la condizione di cedere a loro il locale.
La Squadra mobile, diretta dal vicequestore Nicola Zupo, inizia ad indagare e scopre la vita parallela della banda, conosciuta fino ad allora solo per la droga e gli attentati intimidatori.
Ora però c'era anche l'estorsione.
Vengono attuate “scorte discrete” al commerciante e pedinati gli indagati.
Lo scorso 31 ottobre le cose si mettono male ed Emidio Paolucci e Claudio Di Risio sembra vogliano passare alle vie di fatto.
Per evitare conseguenze peggiori intervengono nel locale gli uomini in borghese che erano appostati non lontani e sottopongono a perquisizione gli estorsori.
Usciti allo scoperto gli agenti non riescono a trovare nulla e la banda ha il chiaro segnale che è sotto scacco.
«A questo punto non potevamo lasciarli in libertà», ha spiegato Nicola Zupo, «così abbiamo chiesto e ottenuto un provvedimento urgente di fermo del pubblico ministero Aldo Aceto, non potendo attendere i tempi del gip per gli arresti. Siamo sulla buona strada per riuscire a colpire anche gli altri membri della rete».
I tre in carcere dovranno ora difendersi, otre che dalle accuse già mosse per i fatti di agosto, anche dal reato di estorsione.
A Claudio Di Risio è stato poi notificato in carcere un ordine di carcerazione per una sentenza da scontare di 8 anni, 9 mesi e qualche giorno ed una multa di poco meno di 3mila euro per un furto commesso nel 1982.
E' probabile che almeno questa volta non uscirà tanto facilmente.
Le indagini che proseguono dovranno stabilire quali sono le pedine di questo giro di estorsione e soprattutto quali e quante sono le vittime.
Purtroppo al momento gli inquirenti non possono contestare agli indagati anche il reato di usura perché dai fatti non sono emerse contrattazioni circa la cifra completa da restituire né il tasso di interesse praticato.
Non sembrerebbe sufficiente nemmeno la proposta di cessione dell'attività commerciale per 20mila euro.
«Siamo contenti per aver potuto restituire la serenità ad una famiglia oberata di debiti e finita nella morsa della malavita», ha concluso Zupo, «tutto questo è stato possibile solo per il coraggio del barista che è riuscito a denunciare tutto. Non me lo auguro ma se ci sono altre persone che subiscono le stesse vessazioni non posso far altro che dire “fidatevi di noi: possiamo aiutarvi”».

14/11/2007 16.01[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=11503]

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