Ial Abruzzo: scandalo noto già 10 anni fa ma la Regione non se n'è accorta

Alessandro Biancardi

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IL BUCO MILIONARIO. PESCARA. Conti in rosso, rendicontazione dubbia. Spese di gran lunga superiori alle entrate. Sospetti, voci, clientelismo sfrenato mentre i soldi della Ue continuavano a fluire nelle casse dell'istituto che fa capo alla Cisl attraverso l'accreditamento regionale. Una situazione grave andata avanti per molti anni nonostante tutti sapessero, e lo ammettono anche oggi. LO SCANDALO DELLO IAL NEI NOSTRI ARTICOLI

IL BUCO MILIONARIO. PESCARA. Conti in rosso, rendicontazione dubbia. Spese di gran lunga superiori alle entrate. Sospetti, voci, clientelismo sfrenato mentre i soldi della Ue continuavano a fluire nelle casse dell'istituto che fa capo alla Cisl attraverso l'accreditamento regionale. Una situazione grave andata avanti per molti anni nonostante tutti sapessero, e lo ammettono anche oggi.




LO SCANDALO DELLO IAL NEI NOSTRI ARTICOLI


Una situazione sospetta già dieci anni fa quando lo Ial cercò di trovare nuova linfa e finanziamenti rivolgendosi ad alcuni istituti di credito, locali e non, molti dei quali si rifiutarono di concedere fidi per troppi dubbi che più di un dirigente di banca aveva scovato tra le righe dei bilanci.
I soldi tardavano a rientrare per le troppe spese ed ogni anno si accumulavano debiti, fino a creare una vera e propria voragine.
Ma la notizia del buco da 35 milioni di euro anticipata da PrimaDaNoi.it lo scorso maggio era, come sempre accade, cosa ben nota a tutti i livelli ed un segreto da custodire contando sul fatto che moltissime persone avevano avuto molto dal "sistema".
Ogni anno, tuttavia, l'accreditamento della Regione si è puntualmente rinnovato e nessuno ha fatto pubblicamente parola della clamorosa situazione pesantemente deficitaria che invece ha fatto saltare sulla sedia chi doveva prestare denaro.
«E' uno scandalo ancora più grande di quello della Fira», dicono a mezza bocca quelli che negli anni hanno avuto a che fare in qualche modo con i diversi livelli degli ingranaggi.
«Mogli, figli, nipoti, amici, tutti sono riusciti ad avere un lavoro, uno stipendio, un incarico».
E adesso sono gli stessi dipendenti a pagare il dazio di una macchina che in apparenza era perfetta ma nel suo interno molto malandata.
Le ragioni si conoscono e passano di bocca in bocca, così come gli indici sono puntati tutti su quei quattro cinque nomi…
A inizio estate è stato mandato un commissario straordinario per verificare la situazione ma chi è ancora dentro assicura: «qui non è cambiato niente, i soldi spariti non sono stati trovati e chi doveva essere pagato prima delle ferie, aspetta come al solito».
La paura è tanta, al telefono si continua a non rispondere ma tutto rimane immutato…
Che gli stipendi non sarebbero stati recuperati tutti e subito lo aveva spiegato a PrimaDaNoi.it anche il segretario generale Trerè (contattato anche questa volta ma che non ha risposto). Trerè aveva esplicitamente detto che la situazione all'interno della struttura era molto delicata e occorreva tempo.
Ma la pazienza ha un limite e quindi, proprio in questi giorni, stanno partendo le prime lettere degli avvocati.
«Si sono fregati i soldi dei docenti, degli alunni e dei dipendenti» e tutti si domandano «quando partirà l'inchiesta della magistratura? Cosa serve ancora per far capire che scandalo è? Stiamo parlando di soldi della formazione professionale dell'Unione Europea, soldi pubblici».
Adesso è il momento di chiedere i soldi con la forza (legale): «ho presentato il mio conto e invitato altri a fare lo stesso, ma c'è omertà, paura e soprattutto la speranza che torni tutto a posto da sé».
Nel piatto c'è anche la questione bollente di incarichi dati a persone che non avevano le competenze: «mogli, mariti, figli, conoscenti».
«Ci sono mogli che lavorano in segreteria e svolgono mansioni che non potrebbe svolgere di coordinatrici, senza averne titoli. E figlie e figli che fanno i docenti».
Tutto avviene per chiamata "diretta", a seconda di dove tira il vento politico e qui qualcuno assicura: «prima erano tutti di destra, ora tutti di sinistra».
Per questi fortunati anche il trattamento economico è diverso: «a loro sono stati dati due mesi di stipendio, noi aspettiamo ancora».
E chi doveva controllare?
Pare che si premesse anche su qualche ispettore del lavoro, meno attento degli altri: «lui chiudeva un occhio in cambio è stata assunta anche la convivente».
E in tutto questo marasma la Regione continuava a rilasciare l'accreditamento nonostante una situazione disastrosa sotto gli occhi di tutti.
«Uno di questi requisiti», raccontano ancora, «è ad esempio non avere debiti con
l'Inps. Lo Ial ne ha ma la Regione non ha mai fermato l'accreditamento. Lo Ial, inoltre, per svolgere l'attività formativa, non avrebbe il Durc, il documento unico di regolarità contributiva richiesto alle imprese pubbliche per prendere soldi pubblici».
Ma nemmeno questa carenza avrebbe fermato la Regione.
E' probabile che le cose stiano diversamente e che sia tutto regolare ma alla Regione non parlano ed è difficile districare una matassa tanto ingarbugliata.
«Ma cosa bisogna fare per avere giustizia, per far scattare una inchiesta della magistratura e assicurare i responsabili alla giustizia?» è questa la domanda più frequente…
Anche oggi i corsi continuano, per la precisione ce ne sono quattro, un obbligo formativo da chiudere entro l'anno.
Ma c'è chi, avvolto ormai da un mare di fango, assicura:«in Abruzzo funziona così per tutto e ci sono altri enti nelle stesse condizioni dello Ial…».
Mal comune, mezzo gaudio?

10/09/2007 9.26