Eurispes: «italiani sempre più poveri e indebitati»

Alessandro Biancardi

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LA RICERCA. Italiani sempre più poveri. Lo spettro della povertà non fa sconti a nessuno: colpisce gli anziani che percepiscono pensioni di appena 500 euro (e sono più di 7 milioni), i giovani precari che passano da un lavoro all'altro e coloro che finora erano considerati privilegiati, perché al riparo da ogni imprevisto economico, il cosiddetto "ceto medio". Le statistiche Istat confermano quanto sostenuto dall'Eurispes da diversi anni: la povertà si va progressivamente estendendo e investe anche persone che un tempo godevano di un discreto tenore di vita.


LA RICERCA. Italiani sempre più poveri. Lo spettro della povertà non fa sconti a nessuno: colpisce gli anziani che percepiscono pensioni di appena 500 euro (e sono più di 7 milioni), i giovani precari che passano da un lavoro all'altro e coloro che finora erano considerati privilegiati, perché al riparo da ogni imprevisto economico, il cosiddetto "ceto medio".
Le statistiche Istat confermano quanto sostenuto dall'Eurispes da diversi anni: la povertà si va progressivamente estendendo e investe anche persone che un tempo godevano di un discreto tenore di vita.

8MILIONI DI ITALIANI SONO A RISCHIO POVERTA'

L'Eurispes stima che circa 2.500.000 nuclei familiari siano a rischio povertà, l'11% delle famiglie totali, ben 8 milioni di persone. Il totale delle persone a rischio povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare circa 5.100.000 nuclei familiari, all'incirca il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni.
Oltre il 50% delle famiglie italiane dispone di un reddito mensile inferiore a 1.900 euro. In particolare, le famiglie monoreddito e quelle con più di due figli hanno probabilità maggiore di impoverirsi.
L'indigenza economica colpisce il 17,7% delle famiglie uni-personali del Mezzogiorno (contro il 3,7% di quelle settentrionali) ed addirittura il 39,2% delle famiglie con 5 o più componenti (contro il 10,7% di quelle residenti al Nord).

I POVERI IN "GIACCA E CRAVATTA" E LA SINDROME DELLA TERZA SETTIMANA

Aumenta la povertà definita dall'Eurispes in "giacca e cravatta", quella che colpisce i ceti medi in difficoltà, in fila alla mense Caritas. Aumenta la schiera dei working poors, ossia quei lavoratori che, pur percependo uno stipendio, la sera, non avendo la possibilità di una casa nella quale rientrare, usano i dormitori pubblici.
Sono lavoratori o impiegati improvvisamente ex, che hanno dovuto vendere la macchina di media cilindrata, che non hanno più soldi per pagare affitto o mutuo, con carte di credito mute, piccoli conti in banca bruciati, talvolta angariati dagli usurai ai quali sono stati costretti a ricorrere.

LE FAMIGLIE TIPO

Una prova: se due coniugi tipo, Giovanni e Laura, sono rispettivamente professore e maestra, il reddito netto mensile su cui possono contare è pari a 2.545 euro; se, invece, sono muratore e cassiera percepiranno
2.482 euro; se sono dirigente e borsista universitaria 2.610 euro; se infine sono bancario e commerciante dispongono di 2.765 euro.
Il dato più significativo è che la famiglia tipo individuata (Giovanni e Laura + due bambini) deve poter disporre, soltanto per affrontare le spese minime necessarie, di un reddito netto annuo compreso tra i 35.233 euro di Torino e i 43.538 euro di Bologna.

AUMENTA IL RISCHIO USURA PER IL CETO MEDIO

Negli ultimi anni, la crisi del ceto medio sembra accompagnarsi sempre più al fenomeno dell'usura.
Attraverso una indagine (per la quale sono stati utilizzati 27 indicatori economici, finanziari e sociali) sulle 103 province italiane, è stata stilata una classifica che mostra come Napoli sia la città maggiormente esposta al rischio di usura, ma anche che Catanzaro e Caserta presentano condizioni simili al capoluogo campano. Al contrario, Bolzano si configura come la città più virtuosa, collocandosi al primo posto.
Stupisce rilevare che lo strozzinaggio non coincide più solo con finanziamenti per attività commerciali e imprenditoriali, o con prestiti di sussistenza, ma si rivolge anche a famiglie insospettabili che, pur trovandosi in difficoltà, non vogliono rinunciare al benessere in cui hanno vissuto fino a qualche tempo prima.

COMPRARE UNA CASA: UN SOGNO O UN INCUBO?

Secondo le ultime stime dell'Eurispes, l'indebitamento delle famiglie, cresciuto al di là di ogni previsione negli ultimi anni, continuerà a crescere anche nel 2007.
La percentuale delle famiglie italiane che faranno ricorso al credito al consumo aumenterà del 12%.
Anche il credito per mutui che sono costituiti per la stragrande maggioranza dalle operazioni e dai volumi dei prestiti concessi per l'acquisto della prima casa si accrescerà di un valore non molto
inferiore (+11,6). I mutui per comprare nel 2006 casa assorbono il
56,5% dell'indebitamento complessivo (che è pari ad oltre 430 miliardi di euro), in aumento del 12,4% rispetto al 2005.
Il restante indebitamento delle famiglie è costituito da prestiti concessi per altri motivi (spese mediche, spese per matrimoni, prestiti personali, ecc.): 137 miliardi di euro circa, anch'essi in crescita (+4,3%) rispetto all'anno precedente.
Come già previsto dalle stime dell'Eurispes, l'indebitamento ha continuato a crescere anche nel 2007. I dati della Banca d'Italia, al 1° trimestre 2007, fanno ammontare a 51.202 milioni di euro il credito al consumo, 249 miliardi di euro i mutui per la casa e 138,6 miliardi di euro gli altri prestiti delle famiglie.
Nel complesso, il debito delle famiglie nel corso degli ultimi sei anni, ha registrato un incremento percentuale considerevole. Se i mutui per l'acquisto della casa sono cresciuti nel periodo 2001-2006
(+138,3%) a causa dei bassi tassi di interesse e della lievitazione degli affitti nelle grandi città (fattori che hanno spinto numerosi nuclei familiari ad optare per l'acquisto di un'abitazione di proprietà), il credito al consumo ha modificato strutturalmente i modelli di comportamento della famiglia italiana, assumendo dimensioni sempre maggiori: il suo volume è aumentato del 157,1% in soli 6 anni.

LA CRISI DELLA QUARTA SETTIMANA

Oltre la metà delle famiglie italiane, il 51%, a partire dalla terza decade del mese, incontrano difficoltà a far quadrare il proprio bilancio, in modo "abbastanza" pesante nel 33,7% dei casi e in maniera "molto" più preoccupante nel 17,3% dei casi (dati Rapporto Italia 2007). Solo il 23,6% non ha alcun problema nella gestione delle finanze familiari, mentre il 23,7% dichiara di tirare un po' la cinghia all'albeggiare della quarta settimana.
Sempre più spesso ci si destreggia tra saldi ed offerte promozionali, si tagliano le spese superflue, si riducono i beni non essenziali e si privilegiano le spese alimentari. Una delle scelte più praticate, secondo le rilevazioni effettuate dall'Eurispes, è quella di ridurre le risorse destinate ai regali ("abbastanza" nel 39,9% dei casi e "molto" nel 23,1%) e di privilegiare l'acquisto di prodotti in saldo (il 40,8% lo fa abbastanza spesso ed il 23,6% vi ricorre ancora più frequentemente).
Più selettivi quando si tratta di acquistare prodotti alimentari:
se il 34,4% degli italiani dichiara di essere abbastanza propenso a cambiare marca di un prodotto se questo è più conveniente, circa un consumatore su quattro (24,4%) afferma di non prendere assolutamente in considerazione questa possibilità. Complessivamente il 56,3% si rivolge "molto" o "abbastanza" frequentemente ai punti vendita più economici come i discount. I grandi magazzini e gli outlet allettano i consumatori quando si tratta di abbigliamento "molto" o "abbastanza"
rispettivamente nel 24% e nel 43,2% dei casi.

LE TASSE

Quasi i 2/3 degli italiani (il 66,3%) si dicono molto (24,5%) o abbastanza d'accordo (41,8%) con l'affermazione secondo cui «è indispensabile pagare le tasse allo Stato perché la collettività possa avere un livello accettabile di servizi pubblici», mentre solo il 13,5% esprime il proprio completo dissenso. La maggior parte degli interpellati (il 53,4%), tuttavia, non paga queste tasse volentieri, perché crede poco (22,4%) o per niente (30,8%) nella capacità dello Stato di assicurare una distribuzione equa delle risorse tra tutti i cittadini. Più fiducioso il 40,2% del campione, molto (9,9%) o abbastanza (30,3%) convinto della capacità distributiva dello Stato.
Il 50,5% dei cittadini, inoltre, ritiene auspicabile pagare più tasse agli Enti locali e meno allo Stato, poiché ciò consentirebbe un maggior controllo anche attraverso la qualità dei servizi erogati. Di opinione contraria il 40,7% del campione, poco (18,4%) o per niente d'accordo (22,3%) con tale affermazione.
È opinione diffusa (67,7%) che un'eventuale riduzione delle tasse dovrebbe riguardare in primo luogo le classi meno abbienti. Per il 18,3% degli intervistati, invece, l'alleggerimento del carico fiscale dovrebbe invece interessare soprattutto i ceti medi, mentre per il 7,6% un'eventuale riduzione delle imposte dovrebbe agevolare soprattutto le classi più ricche.
Il 43,3% dei cittadini pensa che sarebbe opportuno alleggerire l'Ici; il 22,6% preferirebbe si optasse per una riduzione delle imposte sui consumi (Iva); il 17,5% auspica una riduzione dell'Irpef, l'imposta sulle persone fisiche, mentre appena il 7,9% del campione ritiene che la riduzione dovrebbe riguardare le imposte sulle imprese.

LA VOGLIA DI MATERNITÀ E PATERNITÀ

È in crisi la stessa possibilità di condividere un progetto di vita in
comune: poco più di ¼ dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vive in coppia, a fronte di una media della Ue a 15 del 36,5%. Analizzando le intenzioni di fecondità degli under 35, emerge con forza come la vulnerabilità economico-lavorativa condizioni pesantemente i progetti di maternità/paternità dei giovani e meno giovani. Il 53,5% dei ragazzi tra i 25 e i 29 anni ritiene improbabile (29%) o esclude del tutto (24,5%) la possibilità di avere un figlio nei prossimi 3 anni.
Anche tra i giovani adulti, tra i 30 e i 34 anni, l'esitazione è
evidente: appena il 13,4% è sicuro di fare un figlio nel prossimo triennio, mentre oltre il 47% preferisce per il momento accantonare l'idea; di questi il 21,5% esclude del tutto la possibilità di mettere al mondo un bambino nei prossimi tre anni.


13/07/2007 8.04