Omicidio Mastrangelo, adesso la difesa si oppone all'archiviazione

Alessandro Biancardi

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BOMBA. L'omicidio di Mara Mastrangelo è tutt'altro che un caso chiuso. L'avvocato Dario Rapino, ex marito della vittima e difensore dei figli, adesso è convinto più che mai che bisogna arrivare alla soluzione.
Rapino aveva chiesto due settimane fa [url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/bdnews/article.php?storyid=10243] l'archiviazione del caso[/url].
L'insussistenza di prove schiaccianti non ha mai consentito di procedere all'arresto dei colpevoli.
Ma la richiesta di archiviazione oggi appare calcolata e tattica: in questo modo, infatti, la difesa è entrata in possesso del fascicolo del Pm: testimonianze, perizie, intercettazioni.
La lettura del faldone «è stata serena e animata dalla speranza di vederci chiaro», fa sapere il legale e i figli della Mastrangelo hanno proposto opposizione al Gip dell'Aquila chiedendo di arrivare a scoprire la verità.
Una la speranza principale: quella di non dover aggiungere al dolore per la morte della madre, quello per la nonna materna, la maggiore indiziata secondo le prove raccolte nel orso dei mesi.
Ma oggi si scoprono nuovi aspetti della vicenda.
L'esame autoptico del dottor Ivan Melasacca stabilì che la morte è stata causata da forti contusioni.
Pugni e schiaffi ma anche botte con una mazza o un bastone.
Forse venti i minuti della colluttazione, a seguito di una litigata (tra le 16,30 e le 17,30 dell'11 febbraio).


IL DELITTO


La discussione tra vittima e carnefice sarebbe iniziata nella camera da letto e Mara avrebbe provato a scappare («è stata trovata rovesciata una poltrona»), senza riuscirci, e i primi colpi li avrebbe ricevuti nel corridoi («ci sono i primi segni di sangue sullo stipite della porta»).
Al piano di sotto poi la violenza sarebbe aumentata e sarebbe stato utilizzato un lume che era sul mobile dell'ingresso che secondo gli inquirenti Mara avrebbe preso per difendersi ma che le sarebbe stato strappato dalle mani («lo testimoniano i graffi da trascinamento sul mobile») colpendola sul capo.
In una seconda fase sarebbe stato utilizzato anche un bastone, la vittima ha tentato ancora una volta di difendersi («lividi sui gomiti») ma sono arrivati anche alcuni calci («lividi sui glutei»).
Il decesso non è avvenuto subito ma la vittima avrebbe sofferto per circa due ore senza però essere nelle condizioni di chiedere aiuto nè tanto meno di compromettere o cancellare la scena del crimine.


«L'ASSASSINO E' UNA DONNA»


Il modus operandi dell'assassino porta certamente ad una donna («ad un uomo sarebbero bastati pochi colpi assestati con le mani») che conosceva le abitudini e che sapeva muoversi nella casa («ha cancellato le impronte con il mocio», «ha chiuso il cancello di casa per non far uscire il cane con un movimento della catena che pochi conoscevano»). Sulla porta di casa poi non sono state rilevate effrazioni. Chi è entrato lo ha avrebbe con il consenso di Mara o perchè possedeva un mazzo di chiavi.
La pista investigativa portava alla madre, Maria Di Carlo, indagata pochi giorni dopo il delitto.
Il rapporto tra madre e figlia non era ottimo, spesso travagliato. Le due litigavano perchè la Di Carlo contestava alla figlia l'uso smodato di tranquillanti.
E l'ultima discussione tra le due c'era stata due giorni prima dell'omicidio, tanto che Mara - che in inverno si trasferiva dalla mamma – decise di tornarsene a casa sua.
L'atteggiamento della Di Carlo alla scoperta della morte della figlia secondo troppe persone sarebbe risultato anomalo.
«La donna spinge per la versione di una rapina finita in tragedia e denigra la figura dell'uccisa» che definisce «malata», «pazza» e vittima di attacchi di epilessia.
Ex marito e figli riferiscono di frequenti percosse subite da Mara e una testimone avrebbe riferito agli investigatori «Mara mi ha riferito di essere stata picchiata dalla madre in maniera talmente violenta che si era molto spaventata e sentita umiliata…»
Le intercettazioni telefoniche ambientali hanno poi messo in luce «l'attività spesso frenetica» della mamma e del figlio (fratello della vittima) «di cercare di condizionare le persone chiamate a deporre suggerendo la versione da fornire», depistando e intimidendo i testimoni «a una teste che li stava accusando avevano promesso un bel colpo in testa».
Tutti dettagli che però non hanno mai portato all'arresto.
E la difesa contesta l'atteggiamento del pubblico ministero: «traspare dalla motivazione del Pm una visione (anche giuridicamente) distorta del concetto di prova, che, evidentemente, è considerata tale solo se coincidente con una confessione, con una testimonianza diretta dell'evento ovvero con un riscontro a carattere scientifico».
La confessione non c'è stata, ma di sicuro il caso è tutt'altro che chiuso.
La palla ora passa al procuratore che potrà decidere l'avocazione delle indagini oppure no.
Ma il rischio che la giustizia non riesca a trovare il colpevole di questo efferato delitto è molto alto.

Alessandra Lotti

16/06/2007 11.00