Formazione professionale e Ciapi: suona la sveglia dei sindacati per la Regione

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

2274

CHIETI. «Non è colpa dei lavoratori se il Ciapi è in default. La Regione si era impegnata a salvare questi 40 dipendenti e a puntare sulla formazione. Ma a tutt’oggi ha mantenuto le promesse solo a metà».

Potrebbe finire qui il messaggio che Cisl, Cgil e Confsal (Traniello, Giovarruscio e Piermattei) hanno lanciato ieri dal Ciapi alla Giunta regionale ed in particolare all’assessore Gatti. In realtà la situazione del Centro di formazione di Chieti scalo è molto più complessa e le soluzioni individuate dai sindacati insieme alla Regione tardano ad arrivare: stipendi in ritardo, dipendenti in cassa integrazione “on the job” – stanno cioè frequentando un corso di aggiornamento – debiti da pagare (50 mila euro al mese all’Agenzia delle entrate per redditi non dichiarati e 50 mila all’Inps per mancati versamenti contributivi) lasciati dalle vecchie gestioni  sulle quali sta forse per abbattersi qualche decisione della magistratura. Infatti la Gdf ha rimesso da tempo alla Procura un corposo fascicolo dove si parla dell’acquisto da parte della d’Annunzio del Ciapi ad un prezzo lievitato rispetto alla prima perizia, quando era Commissario dell’Ente di formazione Donato Di Cesare, ritenuto vicino all’onorevole Sabatino Aracu. Si tratta di circa 2 milioni in più (da 11,5 mln a quasi 13,5) e di una decisione di acquistare abbastanza frettolosa, con Senato accademico e Cda della d’Annunzio la mattina del 29 dicembre (poco più di un’ora in tutto, con due verbali quasi fotocopia) e preliminare di vendita sottoscritto il 30 dicembre da un notaio di Lanciano. La gestione attuale del’Ente vede, invece, da una parte l’Associazione Ciapi che gestisce la formazione e la Fondazione Ciapi, proprietaria degli immobili. Ma soprattutto c’è incertezza sul futuro, visto che non è partita la società in house che la Regione aveva promesso, unificando tutti gli enti di formazione, e che non solo avrebbe assorbito questi dipendenti, ma avrebbe fatto diminuire i costi della formazione affidata ora alle singole Province.

«Ma come – si sono chiesti i sindacati – ora il costo orario della formazione così frazionata tra le Province è dai 300 ai 500 euro l’ora e noi potremmo dimezzarlo, e anche di più, ma nessuno si muove? Perché pagare un albergo o un’altra struttura per organizzare i corsi, quando qui ci sono locali, attrezzature  e personale?».

 Già, perché? Che fosse questo l’ostacolo? Cioè i vari Enti di formazione avranno fatto muro contro questo tentativo di razionalizzazione dei costi? E’ quello che i sindacati vogliono chiedere all’assessore Gatti con il quale era stato firmato un accordo, realizzato solo nella metà che riguarda la cassa integrazione. L’altra metà, cioè il nuovo Ente, tarda a venire. «Per questo abbiamo inviato una lettera anche a Chiodi per sollecitare un incontro e la tempistica dell’operazione. Che va fatta al completo – hanno detto Traniello, Giovarruscio e Piermattei -, altrimenti quel tipo di cassa integrazione “in the job” era irregolare. Noi vogliamo creare una società pubblica che entra nel mercato della formazione. Perché le Province sono costrette a ricorrere ad Enti privati accreditati e a costi superiori? Ci sono fondi europei e c’è posto per tutti. Basta volerlo».

Sebastiano Calella  08/10/2011 10.37