Dall’Unidav 5 ricercatori passano all’UdA, mentre l’Ateneo sprofonda nelle classifiche

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Verbale n° 6 del 2011, data 7 luglio. Alle ore 13,15 si perfeziona il passaggio dei 5 ricercatori a tempo determinato dall’Unidav al Dipartimento di Scienze giuridiche della facoltà di Economia della d’Annunzio.

Seguono i nomi dei ricercatori e poi la spiegazione: «poiché il dipartimento», si legge nel documento, «ha avuto richiesta da parte di questi interessati di “afferire” al Dipartimento, visto l’accordo federativo stipulato con l’UdA, si esprime parere favorevole. Firmato: Fausta Guarriello».

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”, mentre a Roma gli ambasciatori chiedevano aiuto, la città di Sagunto veniva espugnata. Cioè mentre alla d’Annunzio si discuteva sull’accordo federativo, già ai primi di luglio l’operazione ricercatori era conclusa, con buona pace di chi riteneva forzata la critica all’accordo federativo. Un’operazione che ha suscitato qualche perplessità per la rapidità di esecuzione. E questo non tanto per la legittimità che sarà vagliata dal Ministero dell’Università per quanto riguarda l’accordo federativo, quanto per lo strano andirivieni di ricercatori che sono della d’Annunzio, che vanno all’Unidav e che poi chiedono ed ottengono di “afferire” al Dipartimento di Scienze giuridiche da cui provengono. Sfugge a molti, anche agli addetti ai lavori, il significato di questa operazione che è avvenuta in concomitanza con l’altra vicenda dei 37 ordinari prima assunti e poi revocati, tanto che qualcuno provocatoriamente si domanda se non era il caso di far transitare anche questi docenti per l’Unidav e poi recuperarli all’UdA.

Insomma non sembrano esserci elementi di illegittimità, quanto dubbi sull’opportunità e sull’urgenza delle decisioni. In realtà l’impressione che si ricava da questi giochi è che la d’Annunzio, in tutt’altre faccende affaccendata (e cioè in questi giochi di potere), abbia perso di vista che l’Accademia non è la gestione del potere, ma la ricerca scientifica ed il libero pensiero, entrambi diventati all’UdA come l’Araba fenice “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Non a caso ieri le graduatorie pubblicate a livello nazionale sulla qualità delle università (sondaggio Repubblica-Censis), vedono l’UdA al 13° tra gli atenei tra i 20 mila ed i 40 mila iscritti. Cioè al terzultimo posto con un punteggio modesto rispetto alle altre per servizi, borse di studio, internazionalizzazione, strutture e web. E non si ha traccia di citazioni per nessuna facoltà. Segno che da troppo tempo non si coltiva l’eccellenza, ma il quieto vivere e i concorsi (nell’era Cuccurullo ce ne sono stati 650 circa più 100 mobilità). Forse la chiave per capire cosa succede alla d’Annunzio è il Consiglio di facoltà di Medicina che si è tenuto ieri. Si doveva parlare del nuovo Statuto, già discusso lungamente il giorno prima al Senato accademico, ma si è prima letto un documento del Dipartimento di Cuccurullo con la difesa d’ufficio del rettore da parte dei suoi collaboratori, i quali si sono scagliati contro gli attacchi “ingiusti” degli ultimi tempi (vedi le varie lettere dei candidati alla successione del rettore stesso, vedi le critiche all’attività di ricerca del Cesi e dell’Itab). Insomma verbali pieni di faccende burocratiche, poca ricerca, pensiero libero visto come attentato al potere, la d’Annunzio sembra ripiegata su se stessa: senza slancio e senza progetti, grida alla lesa maestà se Paolo Primavera, presidente di Confindustria Chieti, critica la ricerca universitaria teatina. L’UdA che  si doveva aprire al territorio ed ai privati, preferisce i giochi interni, gli accordi federativi e gli scambi con l’Unidav.

Sebastiano Calella 21/07/2011 11.31