Cardiochirurgia. Sala open space, una relazione smentisce chi l’ha bocciata

Alessandro Biancardi

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IL DOCUMENTO. CHIETI. Mercoledì prossimo ci sarà l’incontro tra la Asl e l’Impresa costruttrice per decidere il destino (costruttivo e non solo) della Cardiochirurgia di Chieti.

Ed ecco finalmente la sala operatoria “open space” del nuovo reparto, «troppo costosa ed inutile» secondo la Asl di Chieti che ha bloccato i lavori di completamento della struttura quasi ultimata, ma ferma ormai da un anno. Oltre che costosa, qualcuno ha aggiunto pure che gli impianti per la sterilizzazione dell’aria a flussi laminari rischiavano di non funzionare bene e c’è pure chi ha parlato di attrezzature avveniristiche di cui a Chieti non c’era bisogno (?). PrimaDaNoi.it ha scovato la relazione originale su questa soluzione costruttiva d’avanguardia (già in funzione all’estero da molti anni) ed è in grado di pubblicare il rendering progettuale che consente di vedere com’è in realtà una sala operatoria “open space” e a che serve. Al di là di come si può interpretare la decisione attuale della Asl, contraria a questa soluzione con l’appoggio degli esponenti locali più rappresentativi del Pdl, ignorare la realtà tecnica di questa scelta progettuale potrebbe provocare danni irrimediabili: quello che era uno dei reparti di eccellenza della sanità teatina potrebbe essere ridotto ad un servizio minore di Chirurgia cardiologica, forse destinato alla chiusura perché poco produttivo. Se poi fosse proprio questo l’obiettivo non dichiarato di chi gestisce oggi la sanità abruzzese, sarebbe una scelta politica legittima – magari non condivisibile – che non ha bisogno di nascondersi dietro pretesti infondati, forse basati più sul “sentito dire” che sulla conoscenza dei documenti e del progetto.

LA MISSIONE DELLA ASL A KIEL

Perché questa sala operatoria a tre letti, che consente a più pazienti di essere operati contemporaneamente mentre sono al lavoro diverse squadre di chirurghi, di anestesisti, di ferristi e di infermieri, non è figlia illegittima di qualche ingiustificata mania di grandezza, ma ha un padre ed una madre. Fu proprio la Asl di Chieti, nella persona del suo precedente direttore generale Mario Maresca, ad inviare in missione a Kiel, in Germania, un team formato dall’ingegner Eugenio Di Caro (ufficio tecnico della Asl), dal cardiochirurgo Gabriele Di Giammarco e dall’anestesista Giovanni Scipioni: il compito era di visitare i reparti di Ortopedia di quella città che già da anni usavano queste sale open space. La scelta di “ispezionare” le sale operatorie di Ortopedia non fu casuale: questi interventi sono i più pericolosi per le infezioni ospedaliere intrachirurgiche. E se – come riferito dai dati della letteratura medica – quelle sale avevano ridotto le infezioni, questo significava che funzionavano egregiamente sia per l’aspetto logistico che per i flussi laminari d’aria, quelli che ricambiano l’aria del campo operatorio ed impediscono la contaminazione batterica. Di questa visita e dei dati rilevati c’è traccia nella relazione che pubblichiamo: basti dire che a Kiel si fanno 6 mila interventi l’anno e che il tasso di infezione è inferiore allo 0,3 %. Dunque la missione si concluse con un giudizio estremamente positivo e con una sorpresa: lì in Germania la sala open space aveva quattro posti letto e non tre, cioè era più avanti di come si sapeva (esattamente il contrario di quello che si vuol fare oggi a Chieti, cioè tornare alla sala operatoria con un solo posto). Soprattutto funzionavano bene i macchinari per i flussi laminari d’aria, che sono presenti in tutte le sale operatorie. Si tratta di “bocche” di aerazione che nella sala open space hanno un ruolo ancora più importante perché servono ad isolare i 10 mq di spazio dove opera il chirurgo – il cosiddetto campo operatorio - in un’invisibile capsula d’aria. Queste “bocche” d’aria coprono infatti una superficie di 3,20 metri per 3,20, funzionano a bassa velocità, ma hanno un alto ricambio d’aria, il che impedisce le infezioni batteriche. In pratica, come si può leggere nella relazione, viene anche mantenuto stabile il basso livello di temperatura che serve per operare, insomma il meccanismo risulta essere molto flessibile ed efficace.

C’è poi l’aspetto ergonomico che è del tutto nuovo. L’uso dello spazio è più intelligente e senza sprechi e serve ad ottimizzare anche le prestazioni del personale impiegato in sala operatoria: non servono nuove assunzioni, ma vengono meglio utilizzati i tempi morti della squadra che opera (come si vede nei grafici e negli specchietti della relazione), il che significa che con due équipe al completo si può operare su tre letti. Altro aspetto non secondario: si velocizzano le pulizie, riducendo i tempi morti di utilizzazione delle sale operatorie. Conseguenza non da poco è l’aumento del numero di pazienti operabili sia per la Cardiochirurgia che per la Chirurgia vascolare, che comunque dispone di una sala a parte, ed è possibile riservare un posto letto H24 per le urgenze, che sono frequenti.

LA CONSULENZA ISPESL PER REALIZZARE UNA SALA ACCREDITATA CHIAVI IN MANO

Come si può leggere, da quella visita a Kiel sono scaturite le proposte tecniche firmate dal cardiochirurgo Gabriele Di Giammarco e dal professor Roberto Lombardi, consulente Ispesl della Asl di Chieti per la nuova struttura della Cardiochirurgia. L’Ispesl (Istituto superiore prevenzione e sicurezza del lavoro) che oggi è stato sciolto con il trasferimento delle sue competenze all’Inail, era l’ente pubblico di controllo per l’igiene ambientale ed il lavoro. Una firma pesante, quella dell’Ispesl (sembra tra l’altro che i 30 mila euro per la consulenza non siano stati pagati) che avrebbe avuto come conseguenza immediata l’accreditamento chiavi in mano delle nuove sale operatorie: perché l’idea era quella che la Asl sarebbe stata affiancata da questo Istituto per due anni e mezzo (dalla progettazione della perizia di variante, alla posa in opera delle attrezzature ed al loro funzionamento per i primi sei mesi) per assicurare la corretta aderenza di tutti i percorsi costruttivi e dei protocolli operatori, dal personale agli impianti. Cosa di cui forse non ha tenuto conto la decisione della Asl di bloccare la sala open space. E i costi? Da quello che se ne sa, senza confondere le cifre delle attrezzature con quelle della realizzazione, sembra addirittura che invece di un aggravio, la sala open space comporta un risparmio nella costruzione e nella gestione. Inoltre produce un’ottimizzazione del lavoro degli addetti, un aumento degli interventi e molte ricadute positive sui malati. Con una spinta notevole all’eccellenza del reparto, che così è stata bloccata.

Sebastiano Calella  04/07/2011 7.13

 

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