Malati psichiatrici, il trasloco d’ufficio continua tra mille disagi

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

2388

RIPA TEATINA. Era un paziente delirante, con gravi anomalie comportamentali, quelle che si avvertono quando si è vicini a questi malati (non diremo se uomini o donne).

 Non si lavano, non si cambiano vestiti, conservano anche addosso vecchi pacchetti di sigarette o altre cianfrusaglie che non gettano. Qualcuno lo definirebbe un paziente paranoide con manifestazioni schizofreniche. Ieri è stato prelevato dall’Azienda agricola di Ripa Teatina a cura di un’èquipe del Dipartimento di salute mentale della Asl dell’Aquila ed ora risulta ricoverato presso il reparto Spdc (struttura psichiatrica di diagnosi e cura) aquilano. Quello – per intenderci – dove vengono curati i malati psichiatrici acuti, ricoverati con il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Costo: 800 euro al giorno, forse di più (a fronte di un costo 6-7 volte minore nella struttura riabilitativa), altro che razionalizzare la spesa, diminuire gli sprechi e riabilitare i malati.

L’altro paziente che ieri doveva cambiare residenza (era destinato ad una Casa famiglia della Asl di Teramo) è invece tornato a casa. La famiglia si è opposta al trasferimento: padre e madre sono arrivati all’Azienda agricola e con molto buon senso da genitori (ed anche con qualche rischio sanitario) hanno detto:«qui stava bene, dove deve andare non sappiamo, meglio che torni a casa». Anche questo paziente era stato recuperato ad una vita quasi normale, nonostante la grave psicosi con cui era stato ricoverato: gridava tutto il giorno, era iperattivo, aveva molte anomalie comportamentali, era aggressivo verso cose e persone. Adesso che aveva raggiunto un certo equilibrio, è stato mandato via. Ora se ne occuperanno i genitori, lasciati soli ad affrontare una malattia psichiatrica, che non è un raffreddore. Per oggi sono previsti altri quattro-cinque trasferimenti a cura dei Servizi di igiene mentale di Teramo e L’Aquila. E il panico si è pure diffuso tra i pazienti che parlano silenziosi tra di loro e con il personale.

«Vengo trasferito anch’io?». Le domande si accavallano:«Adesso ci dividono? - interviene Mara, stringendosi al suo fidanzato – vedi questa borsetta all’uncinetto? Me l’ha fatta mia madre, anche lei mi vuole molto bene».

«Ma per me viene la Polizia? Il Giudice che ha detto?» chiede un giovane Opg che subito dopo torna a sedersi, da solo, in un angolo del giardino. Non si sa come rispondere. Gli operatori della struttura sembrano sotto stress come i malati: stanno rivivendo i momenti drammatici del trasferimento dalle Villette e non vogliono commentare o rilasciare dichiarazioni. Presentano chiari i sintomi della “sindrome del lavoro strappato”: mesi e mesi di impegno, anni di terapie e di successi anche parziali, andati ora in fumo dietro relazioni burocratiche, cartelle cliniche di accompagnamento, bagagli fatti in fretta con le poche, misere cose di questi soggiorni.

«Andiamo, è l’ora della terapia e tra poco si mangia: vieni Mara…, venite». I malati si spostano lenti. Li segue tranquillo un cane randagio.

Sebastiano Calella  31/05/2011 10.55