Chieti: una mozione contro i prodotti dei campi di concentramento cinesi

Alessandro Biancardi

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CHIETI. Una mozione contro i prodotti provenienti dai laogai, i campi di concentramento cinesi.

E’ questo l’ordine del giorno che verrà discusso durante il prossimo consiglio comunale previsto per oggi su proposta del capogruppo del popolo di Chieti Gianni Di Labio.

Un intervento che mira a fare luce su una realtà di cui non tutti sono a conoscenza: i campi di lavoro forzato cinesi (meglio noti come laogai) «assimilabili», dice il consigliere,»ai campi di concentramento nazisti e ai gulag sovietici».

Obiettivo dell’iniziativa è diffondere il più possibile notizie sui laogai, «per dire stop ad un mercato che trae la sua linfa vitale dallo sfruttamento e dalla violazione dei diritti umani, ed ai rapporti quotidiani e redditizi che l’occidente intrattiene con la Cina».

«Ciò è possibile», precisa il consigliere, «attraverso due canali: quello politico e quello dell’informazione».

Ma cosa sono i laogai? Sin dal 1950 quando furono creati per ordine di Mao: seguendo l’esempio  dell’Urss dove erano in piena funzione i Gulag. Furono degli esperti sovietici ad aiutare Mao Zedong ad organizzare i Laogai in Cina. Mentre i Lager nazisti furono chiusi nel 1945 ed i Gulag sovietici sono in disuso dagli anni ’90, i Laogai cinesi sono tuttora operanti, oggi, nel terzo millennio.

«Tuttora, nel 2011 essi sono una relatà viva e tangibile», dichiara Di Labio. Fu Harry Wu, cittadino cinese detenuto per 19 anni in un laogai, a denunciare per la prima volta al mondo intero «l'orrore di questi campi di lavoro forzato del nuovo millennio, qualche anno fa, e a fondare nel 1992 Washington la Laogai Research Fondation».

Secondo la testimonianza di Wu sarebbero milioni i prigionieri (dissidenti politici e cattolici) costretti a lavorare 15 /16 ore al giorno, sottoposti a torture, espianti di organi,esecuzioni di massa e pratiche di indottrinamento forzato e manipolazione del cervello.

E’ per questo che Di Labio parla di una vera e propria emergenza internazionale e chiederà, nel corso del consiglio comunale, misure che vanno dall’organizzazione di manifestazioni (mostre, convegni, conferenze) nelle scuole presenti sul territorio del Comune di Chieti e presso luoghi pubblici, al sostegno ad associazioni non governative che lavorano per l'affermazione dei diritti umani in Cina come la Laogai research foundation Italia o Amnesty International che da tempo perora la causa dei campi cinesi. Ma l’obiettivo più concreto è arrivare a vere e proprie leggi che impediscano la importazione in Italia di mercanzie e prodotti, che nascano parzialmente o totalmente dal lavoro forzato o dallo sfruttamento umano. A tal fine, suggerisce Di Labio, «è opportuno introdurre per le imprese che importano nell'UE dalla Cina, un sistema di certificazione obbligatoria che permetta anche di identificare i luoghi di produzione, da “aprire” e mostrare agli ispettori della dogana della UE ed ai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie e pretendere l'applicazione universale delle “clausole sociali” e delle “clausole ambientali”».

Marirosa Barbieri 30/05/2011 11.39