Indagato il boss Brusca, «prestanome anche a Chieti»

Alessandro Biancardi

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PALERMO. Il pentito Giovanni Brusca continuava dal carcere di Rebibbia le sue attività illecite. Suoi prestanome anche a Chieti.

GIOVANNI BRUSCA IL GIORNO DELL'ARRESTOPALERMO. Il pentito Giovanni Brusca continuava dal carcere di Rebibbia le sue attività illecite. Suoi prestanome anche a Chieti.

La notizia la pubblica questa mattina la Repubblica di Palermo che parla di perquisizioni a carico del membro di Cosa Nostra, oggi collaboratore di giustizia. Lo 'scannacristiani', questo il suo soprannome vista la ferocia con cui ha ucciso nella sua carriera criminale più di 150 persone, sta scontando una condanna nel carcere di Rebibbia. Ma anche da lì, sostengono gli inquirenti, riusciva a portare avanti le sue 'attività'. E così oggi si ritroverebbe indagato per riciclaggio.

Il blitz nella sua cella sarebbe avvenuto la notte scorsa, come scrive La Repubblica di Palermo: «Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Francesco Del Bene, Lia Sava e Roberta Buzzolani contestano a Brusca di aver taciuto su gran parte del suo patrimonio, che in questi anni avrebbe continuato a gestire fra il carcere e i permessi premio, concessi ogni 45 giorni. E' lo stesso pentito ad ammetterlo in una lettera inviata a un prestanome, fotocopiata dagli inquirenti prima che arrivasse a destinazione: "Ho mentito spudoratamente", questo scrive il collaboratore a proposito dei suoi beni. Brusca sarebbe arrivato anche a minacciare un suo ex prestanome per tornare a controllare un'azienda. Ecco perché adesso gli viene rivolta l'accusa di tentata estorsione, contestata con l'aggravante di avere commesso il reato col metodo mafioso».

Così sarebbero scattate anche una serie di perquisizioni in tutta Italia nelle abitazioni dei familiari di Brusca e di alcuni «insospettabili prestanome» fra Chieti, Rovigo, Milano e Palermo». Al momento non ci sono ulteriori dettagli. Brusca è in carcere dal  20 maggio del 1996, ovvero da quando venne arrestato dalla polizia ad Agrigento, nel quartiere Cannatello, mentre guardava il film sulla strage di Capaci. Tentò inizialmente di depistare gli inquirenti, per poi "pentirsi" e confessare numerosi omicidi, rilasciando dichiarazioni che gli inquirenti ritengono ancora oggi «rilevanti e significative».

Lui stessò ha confessato l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell'acido, quello del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Brusca ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l'uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.

Lui stesso, inoltre,dichiarò di non aver partecipato fisicamente alla Strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta, bensì di essere uno dei mandanti perché a conoscenza di tutti i progetti di morte di Cosa Nostra. Nel corso degli anni ci sono state molte polemiche sul regime leggero di detenzione applicato al pluriomicida: grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, fino al 2004 sono concessi periodicamente alcuni giorni di libertà per visitare la propria famiglia. Ma il provvedimento venne poi ritirato a causa dell'uso di un telefono cellulare in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari.

17/09/10 8.59

L'ARTICOLO DI REPUBBLICA PALERMO