Centrale a biomasse di Treglio, «inquinamento incentivato con danaro pubblico».

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4089

TREGLIO. Nonostante la centrale a biomasse di Treglio sia cosa praticamente fatta continuano gli interventi contro il progetto, osteggiato da partiti politici ed associazioni ambientaliste.

L’ultimo parere che si registra, segnalato dall’associazione Nuovo Senso Civico, è quello di Federico Valerio, direttore del Servizio chimica ambientale presso l’Istituto nazionale di ricerca sul cancro di Genova.

«I numeri parlano chiaro, bruciare biomasse per produrre elettricità è la peggiore scelta che possiamo fare se si vuole mantenere buona la qualità dell'aria che respiriamo. Non fa eccezione la centrale alimentata a cippato di legno e sansa disoleata che entrerà in funzione a Lanciano».

Questa la dichiarazione che ha fatto Valerio e che non fa che incrementare ulteriormente il clima di preoccupazione che già si registra in tutta l’area frentana.

Valerio spiega che in base alle dichiarazioni della ditta che ha realizzato l'impianto, in ogni metro cubo di fumi emessi ci saranno 18 milligrammi di polveri e 300 milligrammi di ossidi di azoto. Nei fumi di una centrale elettrica alimentata a metano gli inquinanti sono presenti a concentrazioni nettamente inferiori: le polveri, in un metro cubo di fumi, sono inferiori a 0,6 milligrammi e gli ossidi di azoto sono compresi tra 30 e 50 milligrammi.

Quindi, affermare che le biomasse sono una fonte di energia "pulita", secondo il chimico è falso. «Le biomasse – specifica Valerio - inquinano molto di più del metano e in alcuni casi di più del carbone e il motivo è banale: le biomasse hanno un basso potere calorifico e, come solidi, bruciano male, rispetto ad un combustibile gassoso come il metano».

Se poi il confronto con i diversi combustibili disponibili si fa tra la quantità di inquinanti immessi in atmosfera a parità di energia utile prodotta, il bilancio ambientale delle biomasse legnose peggiorerebbe ancora di più, in quanto parte del calore deve essere utilizzato per essiccare il cippato e parte dell'energia elettrica serve per sminuzzare il legno da immettere in caldaia.

Una situazione già grave di per sé ma che per l’impianto di Treglio assume conseguenze ancora peggiori perché, denuncia Valerio, «gran parte del calore residuale alla produzione di energia elettrica sarà letteralmente buttato all'aria, invece di essere utilizzato per il teleriscaldamento e il teleraffreddamento».

Un enorme spreco (tra il  60 e il 70% del potere calorifico della biomassa bruciata non utilizzato) che dipenderebbe dal fatto che gli incentivi pubblici, ricavati dalle tasse sulle bollette elettriche di tutti gli italiani, sono dati solo alla produzione di elettricità.

Valerio è netto: «Pertanto, un giudizio oggettivo della situazione che si è venuta a creare, con la scelta di incentivare la combustione delle biomasse, è che chi, pur rispettando i limiti di legge, contribuisce ad un peggioramento della qualità dell'aria intorno a questi impianti, evento evitabile ricorrendo al metano, riceve lauti contributi di danaro pubblico».

Inoltre, il chimico fa notare che alcuni studi hanno verificato che nei fumi prodotti dalla combustione della legna è presente anche metano, probabile sotto prodotto della combustione, e il metano ha un potere clima-alterante, dieci volte superiore all'anidride carbonica e le piante per crescere non hanno utilizzato il metano.

Infine, nel caso specifico di Treglio, Valerio conclude che la sansa disoleata che si vuole bruciare contiene anche tracce di esano, solvente usato per estrarre l'olio, e questo idrocarburo fossile, che può essere presente nella sansa fino al 30% in peso, una volta bruciato produce nuova anidride carbonica fossile, destinata ad aumentare la concentrazione di questo gas nell'atmosfera del nostro Pianeta.

«E anche questo inquinamento – conclude Federico Valerio - è incentivato con danaro "preso dalle tasche dei cittadini"».

 

d.d.c.  29/03/2011 12.00