Frode fiscale, restituiti i beni a Pomilio: «non potevano essere sequestrati»

Alessandro Biancardi

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CHIETI. E' stato accolto dal Tribunale di Chieti il ricorso contro il sequestro dei beni dell'imprenditore Vincenzo Pomilio arrestato il 4 marzo scorso, insieme all'imprenditore Carlo Cericola per una presunta frode fiscale e fatture false per oltre 2,5 milioni di euro.

Dopo l'arresto (Pomilio è stato in carcere due giorni e al momento ha ancora l'obbligo di dimora) la sezione Tributaria della Guardia di Finanza di Chieti, coordinata dal colonnello Gabriele Miseri, su disposizione della Procura, avevano disposto un ingente sequestro di beni nelle disponibilità di tutti gli indagati.

L'avvocato di Pomilio, Massimo Cirulli, così come quello del sindaco Giuseppe Cavorso, hanno però fatto opposizione e chiesto la revoca della misura cautelare reale.

Il ricorso è stato accolto ieri in camera di consiglio dai giudici Geremia Spiniello, Patrizia Medica e Antonella Redaelli.

Con quale motivazione? Il provvedimento di sequestro, come si legge nella sentenza, non poteva essere applicato in quanto i fatti contestati agli indagati sono precedenti all'entrata in vigore della legge che prevede il sequestro per equivalente per i reati in materia di imposte sul reddito e sul valore aggiunto. Anche la Suprema Corte, a suo tempo, ha stabilito che non può esserci retroattività per la norma in questione.

Caso diverso invece per il principale indagato Cericola che insieme alla moglie, pure indagata, non ha fatto ricorso contro lo stesso provvedimento di sequestro. Ormai sono scaduti i termini per farlo e per questo i loro beni restano sotto sequestro.

Per Pomilio e Cavorso il Tribunale ha invece ordinato la restituzione immediata dei beni sequestrati.

Restano sotto sequestro, invece, alcuni beni nelle disponibilità di parenti di Pomilio «di valore minimo» per i quali l'avvocato Cirulli non ha presentato istanza di dissequestro.

L'IPOTESI ACCUSATORIA

Resta invece intatta al momento l'ipotesi accusatoria della Procura di Pescara che ha scoperto il presunto sistema fraudolento posto in essere da Pomilio finalizzato ad evadere il fisco attraverso la sistematica costituzione di società fittizie e l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. L'imprenditore, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, operava, con apposita delega dei prestanomi, su tutti i conti intestati alle imprese.

Cericola, invece, insieme ad altri 8 indagati, avrebbero provveduto ad annotare le fatture fittizie in contabilità ed ad  utilizzarle nella  dichiarazione annuale dei redditi per ottenere  consistenti risparmi d’imposta. Le fittizie prestazioni erano “pagate” con somme tratte dai conti correnti intestati alla società. Le somme ricevute in pagamento, dopo essere state versate sui conti della società emittente, erano restituite in parte ai soggetti utilizzatori attraverso l’emissione di assegni  negoziati per cassa.

Per la maggior parte degli indagati le strategie difensive non hanno previsto ricorsi contro le misure cautelari personali.

a.l.  25/03/2011 13.01