Fiat, Fiom: «metodo Pomigliano anche ad Atessa?»

Alessandro Biancardi

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LANCIANO. «La Fiat vuole pomiglianizzare anche Sevel di Atessa. Avevamo ragione noi».

E' quanto si legge in una nota ufficiale la Rsu Fiom Cgil Sevel e la Fiom Cgil Provinciale di Chieti in merito alla comunicazione Fiat della disdetta, con decorrenza dal 31 gennaio 2011, per lo stabilimento Sata di Melfi (Potenza) degli accordi sulla metrica del lavoro «ovvero - dice la Fiom - sull'organizzazione ed i tempi del lavoro, indicando che l'attuale metodo Tmc2 verrà sostituito con il nuovo sistema ergonomico Ergo-Uas, lo stesso modello che entrerà in vigore a Pomigliano. Tale sistema ergonomico prevede il passaggio dalle attuali due pause di 20 minuti ciascuna ad un regime di tre pause di 10 minuti ciascuna nell'arco del turno di lavoro. La prestazione lavorativa viene quindi aumentata di 10 minuti. Adesso - aggiunge la Fiom - sembra scontato che il prossimo stabilimento sia Sevel. A chi ha raccontato frottole ai lavoratori chiediamo ora di fare chiarezza. Pomigliano è sempre più vicina. Adesso capiamo perché la Sevel rifiuta qualsiasi incontro con i sindacati per discutere del futuro produttivo».

E proprio da Atessa, dove il gruppo Fiat halo stabilimento Sevel che produce i furgoni Ducato, non si fanno attendere le considerazioni sulle dichiarazioni dell'ad della Fiat, Sergio Marchionne, il quale ieri aveva parlato dell'Italia come di una zavorra ai piedi della Fiat che non ha ricavi dagli stabilimenti del nostro Paese.

Il segretario provinciale della Fiom Marco Di Rocco replica: «se Marchionne pensa di inglobare nelle sue considerazioni anche la Sevel, sappia che qui si lavora a pieno ritmo, persino con gli straordinari. Da un anno la Sevel produce 200 mila furgoni con 1.400 lavoratori in meno rispetto al 2009. In due anni la Sevel ha collezionato 30 settimane di cassa integrazione, ad un certo punto finanziata anche dallo Stato per mancanza di fondi; cosa crede Marchionne che non sono stati guadagni quelli per la Fiat che ha potuto risparmiare anche sugli stipendi. Sulla produzione svolta in Val di Sangro certamente Marchionne non può dire che il gruppo Fiat non produce utili. Prima della crisi la produzione era di 250 mila furgoni con gli operai interinali e con contratto determinato poi licenziati. Quando Marchionne - aggiunge Di Rocco - dice che l'Italia non produce utili, bisogna precisare che gli stessi stabilimenti italiani sono vittime della sua politica che ha concentrato lo sviluppo dei modelli automobilistici al'estero mentre nulla è rimasto nel nostro Paese. E non può dimenticare che da noi ormai è tutto chiuso visto che la cassa integrazione vige praticamente in tutti gli stabilimenti Fiat».

25/10/2010 16.23