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Trivelle. Dopo Petroceltic anche Shell lascia Golfo di Taranto

Coordinamento No Triv: «è effetto referendum»

Redazione Pdn

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Trivelle. Dopo Petroceltic anche Shell lascia Golfo di Taranto

ROMA.  Shell esce dal Golfo di Taranto. La controllata italiana del gruppo olandese, che aveva presentato nel 2009 due istanze per la ricerca di idrocarburi, ha comunicato la rinuncia al ministero dello Sviluppo economico come agli inizi di febbraio aveva fatto la società Petroceltic in merito al permesso di ricerca nel Mare Adriatico meridionale, a largo delle isole Tremiti.

Nel ricordare che Shell aveva abbandonato ricerche di idrocarburi anche in Artico, il Coordinamento Nazionale No Triv osserva che le due istanze «interessano aree pesantemente 'tagliate' dai recenti decreti di riperimetrazione del ministero dello Sviluppo Economico, scaturiti dalle norme contenute nella Legge di Stabilità e, più a monte, dalla pressione esercitata dal Referendum No Triv».

 La Shell «lascia per i 'troppi controlli'», scrive il Coordinamento citando «una nota protocollata al Mise».

 In particolare, «dopo il 'taglio' di oltre 450 kmq di mare posti entro i limite delle 12 miglia, su un totale di 1.350 kmq che per Shell facevano parte di un solo unico grande progetto di ricerca che il gruppo olandese non ha presentato come tale, bensì spezzandolo in due tronconi, per stare al di sotto del limite dei 750 kmq per singola istanza in modo da evitare procedure autorizzative più gravose».

 Dopo «i ripetuti cambiamenti normativi che si sono registrati in Italia dal 2009 ad oggi - scrive il Coordinamento No Triv nella nota - il referendum è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso».

 In caso di risultato positivo, spiega il Coordinamento, «il referendum abrogativo del prossimo 17 aprile, a cui bisognerà votare Si per fermare le trivelle, impedirà alle compagnie petrolifere di sfruttare i giacimenti senza limiti di tempo, così come prevede la normativa vigente».

 Fermare le trivelle «non serve solo a difendere il paese e l'ambiente - conclude il Coordinamento - ma a pretendere dal governo di cambiare rotta sulla strategia energetica nazionale e investire finalmente nell'economia delle rinnovabili e dell'efficienza energetica, settore in cui paradossalmente dovremmo essere leader in Europa e non agli ultimi posti».