IL CASO

Abruzzo Sviluppo nuovo buco nero: affidamenti per milioni, risultati zero

Soldi e incarichi si perdono nell’inerzia. Il caso dello studio sulle cave

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Abruzzo Sviluppo nuovo buco nero: affidamenti per milioni, risultati zero
ABRUZZO. Non è la prima né l’ultima società partecipata dalla regione totalmente pubblica. Non è la prima né l’ultima che dovrebbe essere più trasparente e ottemperare alle regole imposte in materia.

Abruzzo Sviluppo è una delle tante società a cui la Regione Abruzzo negli anni ha affidato direttamente una molteplicità di incarichi molto importanti come studi, consulenze di vario genere che sono spesso alla base di decisioni importanti strategiche della Regione. Eppure nonostante i prezzolati incarichi girati direttamente spesso i risultati non si vedono e dopo anni non si sa nemmeno il perché.
E’ capitato di recente per la mappatura delle attività produttive, una specie di “pagine gialle” con qualche netta virata che prevede l’utilizzo di nuove tecnologie. Questo progetto è stato già oggetto di una interrogazione da parte di Cesare D’Alessandro dell’Idv. La mappatura di cui nessuno è riuscito finora a capire le mirabili caratteristiche tecniche e tastarne l’utilità effettiva per la collettività ci è costata 500mila euro.
Unico particolare: non esiste.
Non diversamene è andata la storia per lo studio preliminare che dovrebbe essere la pietra angolare del nuovo Prae, il Piano regionale per le attività estrattive che si attende da oltre un anno e che senza un perché è fermo e bloccato.
Anzi una prima risposta la si può trovare proprio dentro Abruzzo Sviluppo che da aprile 2011 ha ricevuto, sempre direttamene, l’incarico dalla Regione di redigere questo studio preliminare. Dopo 12 mesi non si è avuto il tempo nemmeno di trovare i tecnici ai quali affidare la redazione dello studio.
Gianni Chiodi in qualità di presidente della Regione avrebbe oltre il diritto anche il dovere di verificare e ispezionare e nel caso rendersi conto di eventuali errori, falle, carenze. In effetti Abruzzo Sviluppo è affidata alla tutela e alle cure del vice, Alfredo Castiglione, che sembra fare molto affidamento sulle potenzialità (spesso inespresse) della società pubblica.

Anche sul Documento di programmazione della Regione 2012-2014 le promesse sono chiare: «E’ in fase di rielaborazione, con la collaborazione di Abruzzo Sviluppo, il disegno di Legge Regionale, “Intervento regionale in materia di attività estrattiva”, che interessa il comparto estrattivo di cava e la coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, che conterrà il nuovo Piano regionale delle attività estrattive (PRAE). La logica della legge del Piano è quella di far coesistere la corretta utilizzazione della risorsa mineraria, dal punto di vista tecnico-economico, con la tutela dell'ambiente e la fruizione ottimale delle altre possibili risorse del territorio. In quest’ottica, nel rispetto anche degli indirizzi della politica nazionale nel settore minerario ed estrattivo, alle imprese operanti nel settore estrattivo sarà applicato un contributo quale indennizzo degli obblighi che fanno capo all’Ente Regione, in materia di gestione del territorio».
Belle parole seguite dal nulla.
Fuori la porta intanto attendono decine di colossi che vogliono arrivare in Abruzzo per aprire nuove cave e già in passato i numeri abruzzesi hanno fatto scalpore. Nel 2009 infatti venivano cavati 6,42 metri cubi all’anno contro una media nazionale di 2,39 metri cubi all’anno.
Ogni anno in Italia dalle 6mila cave attive vengono prelevati circa 142 milioni di metri cubi di inerti: sabbia e ghiaia, che vengono usati soprattutto in edilizia. L’Abruzzo detiene il primato tra le regioni italiane con la sua produzione di inerti di 6,42 metri cubi all’anno pro capite, 2,5 volte la media nazionale. Dunque si parla di un settore molto ricco che al momento è bloccato e senza regole.
Dunque la cruda realtà è che lo studio preliminare costato al momento pare circa 300mila euro (ma le stime sono imprecise a causa della mancanza di trasparenza) non c’è e la legge cioè il piano regionale per le cave è fermo al palo.

Domanda numero 1: perché in tutti questi mesi Abruzzo Sviluppo non ha prodotto nulla?
Domanda numero 2: l’inerzia scaturita produce effetti e non sempre benefici. Come è possibile tollerare gli eventuali danni arrecati e rischiare di esporsi a ricorsi e risarcimenti? E di converso come è possibile continuare ad avvantaggiare chi ha già licenze minerarie con tale inerzia?
Insomma senza un piano cave la Regione non fa altro che il gioco di alcuni.
Il settore è di fatto bloccato per legge dal dicembre 2011 in seguito ad una moratoria proposta dal consigliere Acerbo e da allora le attività estrattive nuove non si rilasciano.
Il fatto è che mancano le norme ed il settore che produce miliardi di euro di utili è in subbuglio ma nessuno osa mettersi contro i “potenti di turno” per cui si fa melina.
Eppure una legge che riesca a regolamentare il settore tenendo presente le diverse istanze (per esempio la coesistenza tra ambiente, cave e parchi) sarebbe auspicabile. L’alternativa è uno sviluppo incontrollato della attività estrattiva e la distruzione o impoverimento delle risorse naturali.
Secondo alcune fonti interne alla Regione ci sarebbero diverse spinte a fare in fretta e molte di queste potrebbero provenire anche dai tanti colossi industriali del cemento e dell’estrazione i quali hanno tutto l’interesse a dire la propria nella redazione della futura legge regionale.
Per ora si attende lo studio di Abruzzo Sviluppo che secondo quanto apprende PrimaDaNoi.it non avrebbe ancora affidato gli incarichi tecnici a professionisti geologi, ingegneri, avvocati per redigere lo studio che è di fatto un’opera complessa e delicata. La certezza allora è che per i prossimi due anni l’Abruzzo non avrà un piano cave.
Perché?